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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Teresi: ''Di Maggio braccio operativo Ros nel dialogo tra Stato e mafia''

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“Di Maggio è stato il braccio operativo del Ros per far sapere ai boss la disponibilità delle istituzioni, senza garanzie di alcuna interruzione della strategia stragista. Era un gioco al buio, del tutto sbilanciato. E anche se i benefici furono dati, le stragi continuarono”. Il pm Vittorio Teresi focalizza la figura dell’ex vice capo del Dap Francesco Di Maggio (in foto) all’interno di una “fase operativa che indusse la mafia ad alzare di più la posta in gioco”. E’ uno dei passaggi chiave dell’ultima parte della sua requisitoria odierna: le ragioni dello “stravolgimento dell’ufficio del Dap”. Scelte che vengono definite “funzionali allo stravolgimento della politica penitenziaria” con riferimento specifico al 41bis. Teresi confronta le linee guide al Dap fino al marzo del ‘93 attraverso un appunto dell’allora dirigente Nicolò Amato del 6 marzo ‘93. Le proposte di quest’ultimo in tema di 41bis e quant’altro vengono di fatto ignorate dal Guardasigilli Giovanni Conso. “Evidentemente non coincidevano con il lassismo della gestione Conso, che fu indotto a dare quella linea alla sua politica penitenziaria”, sottolinea il pm. Che parla di una vera e propria “rivoluzione copernicana” che avviene con l'avvicendamento al Dap di Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio tra il 5 e il 24 giugno 1993. Nel documento del 26 giugno ‘93 a firma Capriotti emerge “una sorta di linea guida che Capriotti dà al ministro, una proposta di rimodulazione del 41bis”. Che si materializza con il mancato rinnovo di 373 dispositivi di carcere duro ad altrettanti detenuti definiti di “media pericolosità” sui quali non è stata fatta alcuna attività istruttoria. E tra quei detenuti c’erano pezzi da novanta come Diego Di Trapani, Giuseppe Fidanzati, Giuseppe Gaeta, Nenè Geraci, Giuseppe Grassonelli, Luigi Miano, Antonio Pulvirenti, Francesco Spadaro, Vito Vitale ed altri. La nota prosegue citando l’importanza di “non inasprire il clima degli istituti di pena” con tanto di proposta di ridurre del 10% il numero dei soggetti al 41bis, di prorogare di soli 6 mesi agli altri detenuti affinché passi questo “segnale di distensione”. Pochi giorni prima c’era stato il fallito attentato a Maurizio Costanzo e soprattutto c’era stata la strage di via dei Georgofili dove tra le 5 vittime (oltre a più di cinquanta feriti) erano morte due bambine di 9 anni e 57 giorni. “Ma perché un mese dopo si doveva dare un segnale di distensione? A chi si doveva dare quel segnale? Come si sarebbero individuati i nominativi del 10% per far cadere il 41 bis?”. Le domande del sostituto procuratore di Palermo riempiono il vuoto dell’aula bunker. Teresi ricorda la ricostruzione minuziosa di Sebastiano Ardita, dal 2002 al 2011 direttore dell’ufficio detenuti al Dap, che aveva evidenziato scrupolosamente le palesi anomalie che ruotavano attorno alla questione del 41bis. “Inconsistenza e rozzezza” sono attribuiti agli atti di Capriotti e Conso. “Il raffronto tra i due modus operandi” delle due gestione del Dap “dimostra che Capriotti e Fazioli revocavano i 41bis solo dopo una scrupolosa attività istruttoria e gli altri no”. Torna sotto i riflettori la lettera inviata il 29 ottobre del ‘93 dall’ex funzionario del Dap Andrea Calabria alla procura di Palermo con la quale si chiedeva di esprimere un parere sui 334 41bis in scadenza. “Quei 334 decreti vennero tutti lasciati scadere nonostante il parere negativo della procura di Palermo – spiega Teresi –. A dimostrazione che l’azzeramento del vertice del Dap aveva lo scopo, attraverso uomini prescelti, di dare un segnale di discontinuità al rigore della precedente politica penitenziaria”. Indubbiamente una risposta eloquente ad una delle richieste contenute nel papello.

Di Maggio, Canali e Cattafi
Per inquadrare a fondo la figura ibrida di Francesco Di Maggio vengono riprese le dichiarazioni dell’ex pm di Barcellona Pozzo di Gotto Olindo Canali e dell’ex capo scorta di Francesco Di Maggio, Nicola Cristella. E sono ugualmente utili per una maggiore comprensione le dichiarazioni del pregiudicato, condannato in appello per mafia, Rosario Pio Cattafi, indicato come una sorta di trait d’union tra mafia, Servizi, Massoneria e Stato. E’ lui stesso a dipingere un quadro a tinte fosche dove lo stesso Canali si muove.

Carta canta
Nella ricostruzione logica e coerente del pm tornano le minacce della Falange armata, il coinvolgimento della Chiesa di cui lo stesso collaboratore Ciro Vara spiega bene i contorni ambigui. Dopo un ulteriore passaggio sulle agende di Ciampi che cristallizzano e confermano le ricostruzioni della Procura di Palermo è la volta di una attenta analisi sulle riunioni del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza in prossimità degli attentati del ‘93 di cui si parla sempre negli appunti dell’ex premier Ciampi. E sono sempre le prove documentali ad avallare le parole del pm, nel caso specifico una relazione della Dia, e un’altra dello Sco, sono entrambe del 10 agosto 1993, e in tutte e due emerge la consapevolezza delle istituzioni della “trattativa” tra Stato e mafia che si stava consumando. Così come nel documento del Cesis del 6 agosto del ‘93. “I massimi vertici delle istituzioni – ribadisce con forza Teresi – concordarono che la più accreditata della matrice fosse Cosa Nostra” in una sorta di filo rosso che legava quegli attentati al 41bis. “Nessuno in quella occasione disse o ipotizzò un segnale di distensione, o di un dialogo a distanza con la struttura mafiosa, né tanto meno suggerì un abbassamento di rigore del 41bis! Anzi, ci furono raccomandazioni di aggravarlo. Ma nessuno informò tutti i presenti che dal giugno ‘92 era in corso una interlocuzione con i mafiosi e mi riferisco alla trattativa di Bellini, quella di Vito Ciancimino e quella di Dell’Utri. Nessuno ha riferito che Cosa Nostra aveva avanzato richieste sul 41bis dietro la minaccia di proseguire le stragi anche fuori dalla Sicilia. Solamente Mori, De Donno o Subranni avrebbero potuto riferire su quella interlocuzione e non lo hanno fatto!”.

Il ricatto allo Stato
Si ritorna quindi ad affrontare le dichiarazioni del pentito Salvatore Annacondia che aveva illustrato il significato di quella “trattativa”. E sono anche le parole del sociologo Pino Arlacchi a ricordare “l’indirizzo politico” del Dap. “La trattativa – sottolinea Teresi era attesa, desiderata e voluta da Cosa Nostra perché tra lo Stato e la mafia era quest’ultima che stava perdendo. La mafia era consapevole che se essa per prima avesse proposto un accordo sarebbe sembrata debole e quindi servivano gli attentati con il preciso scopo di dire allo Stato di farsi sotto”. “Queste considerazioni sono state condivise da alcuni testi autorevoli come Luciano Violante che ha parlato immediatamente di ‘bombe del dialogo’. Ma perché tutti sapevano e nessuno parlava?”. Il pm se lo chiede ad alta voce per poi ricordare che lo stesso ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva spiegato il significato di “ricatto allo Stato”. Teresi parla di “prove inoppugnabili di natura investigativa del significato delle bombe del ‘92 e ‘93” in una “unica lettura di avvenimenti drammatici che si saldano con interessi mafiosi che a loro volta si saldano con altri interessi di centri occulti capaci di consigliare la mafia su azioni da portare a termine per indurre lo Stato a scendere a compromessi. Una intelligenza esterna che ha individuato gli obiettivi da colpire, un comprimario occulto che ha potuto agire indisturbato perché la linea della distensione era quella in cui confidava questa stessa intelligenza esterna”.

La dissociazione
Il pm accenna alle dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo su Paolo Borsellino e il tema della dissociazione per poi collegarsi alla lacunosa testimonianza dell’ex senatore Melchiorre Cirami così da addentrarsi ad una delle questioni tanto care a Cosa Nostra.

Terme Vigliatore
Ultimo capitolo nella requisitoria odierna riguarda la spinosa vicenda del blitz del Ros a Terme Vigliatore. Per ricostruire la disanima di un assurdo quanto surreale tentativo di arrestare una persona che “assomigliava” al latitante Pietro Aglieri, con tanto di rumorosa perquisizione nella sua abitazione, che casualmente si trovava a 200 mt da dove si nascondeva – e questa volta davvero – il boss Nitto Santapaola, vengono citate le dichiarazioni di Olindo Canali, già menzionato in questa udienza, del maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Scibilia e il loro successivo confronto che ha messo in luce le svariate incongruenze di questa storia. Vittorio Teresi sbotta affermando che credere alla versione del Ros che si trincera dietro a quella che definisce “una casualità” è “un’offesa all’intelligenza”. Secondo il pm “Scibilia voleva veramente catturare Santapaola, ma i vertici del Ros non volevano raggiungere quel risultato”. “La sua delusione e il nervosismo in aula significano che ha pienamente capito le vere ragioni di quella manovra ma ha dovuto abbozzare per fedeltà verso i propri superiori secondo il motto ‘uso a obbedir tacendo’”.
Riflettendo su cosa rappresenti la vicenda di Terme Vigliatore Teresi non ha dubbi: “L’unica risposta è da ricercare nelle vicende degli impegni che Mori e il Ros avevano assunto con Provenzano: non più muro contro muro. L’adempimento dell’impegno della parte mafiosa poteva avvenire solo se fossero stati lasciati liberi quei rappresentanti di Cosa Nostra contrari alla strategia dell’attacco alo Stato e lo Stato con il Ros doveva garantire la loro libertà”. “Se quel giorno avessero arrestato Santapaola avrebbero perso credibilità agli occhi di Cosa Nostra e quindi bisognava lasciarlo andare via”.
L’udienza è stata quindi rinviata al 25 gennaio.

Foto originale di copertina © l'Unità

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