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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Trattativa, nelle agende Ciampi svela la linea ''morbida'' sul 41 bis

Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, nelle agende Ciampi svela la linea ''morbida'' sul 41 bis

scalfaro ciampi 1993 effNelle annotazioni anche le ingerenze di Scalfaro sul cambio dei vertici del Dap e un'analisi sulle stragi
di Aaron Pettinari
Nei primi mesi del 1993 c'era un dibatitto particolarmente acceso sul 41 bis e sulle nomine da effettuare per portare un cambio ai vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e l'ex Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, era particolarmente coinvolto proprio per ammorbidire la politica carceraria. E' questo il dato che emerge chiaramente dalla lettura delle agende dell'ex premier Carlo Azeglio Ciampi, morto di recente, ufficialmente depositate agli atti del processo trattativa Stato-mafia dopo l'invio delle fotocopie effettuato dal Quirinale alla stessa Corte d'assise di Palermo. Queste si riferiscono al periodo che va dal 28 aprile '93 al 10 maggio '94 per un'acquisizione che, proprio su ordinanza della Corte, è stata limitata "alle parti contenenti annotazioni riguardanti i tempi delle carceri e dei provvedimenti relativi al 41 bis", alla "sostituzione del direttore del Dap Nicolò Amato, alla nomina dei dottori Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio a direttore e vicedirettore del Dap, alle stragi mafiose e più in generale al fenomeno mafioso". E non sono mancate le sorprese. Del resto lo stesso Ciampi, interrogato dai pm il 15 dicembre 2010 (verbale anch'esso acquisito agli atti del processo, ndr), aveva suggerito di consultare “le sue agende del tempo” in quanto “oltre a riportare le annotazioni sugli accadimenti della giornata, in alcune occasioni riportavo anche mie riflessioni”.
Nello specifico sono quattro le annotazioni ritenute di particolare interesse.

Le nomine ai vertici del Dap
La prima è del 6 giugno ’93, ovvero il giorno in cui viene nominato Adalberto Capriotti al vertice del Dap al posto di Nicolò Amato. Si parla del vice e in un primo momento l'indicazione sembrava essere quella di scegliere Giuseppe Falcone, ma vertici istituzionali lo considerano “troppo duro”.
L'allora presidente del Consiglio mette nero su bianco: “Colloquio con presidente della Repubblica Scalfaro, rappresenta preoccupazioni per il seguito della successione di Nicolò Amato alla direzione delle carceri. Conso avrebbe nominato anche un vice, troppo duro. Suggerisce che gli venga affiancato giudice Di Maggio, fa capire che è stato interessato da Parisi. Chiamo quest’ultimo che conferma quanto sopra. Chiamo allora Conso, che al contrario mi riferisce che tutto procede nel miglior modo. Gli suggerisco di mandare messaggio che politica carceraria non cambia. E’ d’accordo. Domani viene da me. Riferisco a Scalfaro tra 22 e 22.30”.
E' l'ennesima prova che Scalfaro, sentito dai magistrati sempre il 15 dicembre 2010, non ha detto il vero quando ha assicurato di non saper nulla sull'avvicendamento ai vertici del Dap.
Il 7 giugno del 1993 Ciampi parla dell'incontro con Giovanni Conso, ministro della Giustizia, che ai magistrati aveva raccontato di aver scelto personalmente Di Maggio dopo averlo visto in tv, e che la scelta di non rinnovare oltre trecento 41 bis ai mafiosi, nel novembre di quell’anno, era avvenuta “in assoluta solitudine”. “Lo ricevo con Maccanico (sottosegretario della Presidenza del Consiglio, ndr); - scrive Ciampi - Conso conferma che successione Amato è stata accolta favorevolmente nel mondo carcerario”.

Il dibattito sul 41 bis
L'altro dato che emerge nella lettura delle annotazioni dell'ex Presidente del Consiglio è l'esistenza di due correnti sulla necessità di insistere sul 41 bis.
Il 24 giugno del '93 (ci sono già state le stragi di via Fauro e di via dei Georgofili, ndr), Ciampi riferisce di un colloquio con il capo della Dia del tempo, Gianni De Gennaro: “Sostanzialmente fiducioso. I veri (o vari? ndr) attentati, da quelli in Sicilia dello scorso anno a Firenze, sono della stessa matrice (confermo tecniche e informativa). Continuare nella linea della fermezza”.
Due giorni dopo, però, sarà proprio il direttore del Dap Capriotti ad inviare una circolare in cui si propongono riduzioni e revoche del carcere duro per lanciare un “segnale di distensione”.

Le bombe di Roma e Milano
L’ultima nota “sensibile” è quella della notte in cui vi furono le stragi di Roma e Milano (27 luglio 1993). Nel verbale del 2010 Ciampi rilasciò delle dichiarazioni di particolare interesse, confermando i timori di colpo di stato allora maturati. Preoccupazioni di “golpe” che si ritrovano anche nel diario. Scrive l'ex premier: “Decido di rientrare a Roma. Cerco contattare anche Scalfaro (gli parlo quando sono già in macchina); mie preoccupazioni sono accresciute dal fatto che alle 0,20 circa si interrompe funzionamento telef. con P. Chigi. Anche nel mio ufficio non funziona collegamento con centralini”. Sempre quella notte si tenne un Comitato nazionale per la sicurezza e il quadro che emerse allora era di assoluta inadeguatezza e confusione da parte degli apparati. Così Ciampi descrive le conclusioni drammatiche: “Dopo aver ascoltato tutti (in genere, tranne Parisi, molto deludenti) concludo in modo duro, sottolineando: A) gravità pluralità attentati contemporanei B) chiaro legame con attentati mesi fa C) non si è stati capaci di prevenire soprattutto non si è fatto alcun progresso di rilievo dopo due attentati 2 mesi fa. Gran gelo”.
Poco tempo dopo, il 10 agosto del '93, la Dia, in una nota inviata all'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, parla di una strategia “per insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Un documento eccezionale dove per la prima volta compare il termine “trattativa”, utilizzato per descrivere quello che stava accadendo nell'immediato post stragi, in cui si avverte che “un’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis” avrebbe potuto “rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Manco a dirlo, è proprio quel che accade nel novembre del '93.

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