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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa: Arlacchi, le stragi e la logica del ricatto

arlacchi aula bunker ucciardonedi Aaron Pettinari
“I rapporti Mori-Ciancimino gia' noti dopo Capaci in ambito investigativo”

“Immediatamente dopo Firenze con la Dia avevamo questa certezza, che la matrice delle bombe fosse mafiosa”. E' così che il sociologo Pino Arlacchi, consulente della Dia all'epoca delle stragi del '92 e 93, ha iniziato la propria deposizione al processo trattativa Stato-mafia. Il teste, il cui esame è stato chiesto dalla difesa dell'ex ministro Nicola Mancino, ha ripercorso le attività svolte in quegli anni vissuti accanto a Gianni De Gennaro e prima ancora con Giovanni Falcone. Rispondendo alle domande in controesame del pm Vittorio Teresi ha ricordato quelle che erano le analisi sulle coperture politiche della mafia: “Avevamo una mappa precisa sulle protezioni di Cosa nostra, sia a livello siciliano che nazionale, con le articolazioni dello Stato. La scoperta, via via, di questi punti è costata la vita di tanti. Partendo dal ruolo dei cugini Nino e Ignazio Salvo, come asse portante dei rapporti tra la mafia e il mondo politico nazionale e con l'economia siciliana, costò la vita al consigliere istruttore Rocco Chinnici. Poi c'era una parte dei servizi di sicurezza che non era solo deviata. Erano profondamente inquinati e mi riferisco al ruolo svolto a riguardo da Bruno Contrada con questa sua doppia veste di poliziotto e alto funzionario del Sisde. Ad alimentare i sospetti le regolari attività di depistaggio e nullificazione di indagini importanti. Falcone addirittura aveva sospetti che vi fosse stato Contrada dietro all'attentato all'Addaura. Poi c'era il pilastro della corte di Cassazione con il giudice Corrado Carnevale che con le sue sentenze annullava l'intero lavoro degli investigatori. Ma al vertice della piramide c'era l'onorevole Giulio Andreotti”.

L'opacità di Parisi e il 41 bis
Tra le figure “opache” dell'epoca, secondo quanto riferito da Arlacchi, vi sarebbe anche Vincenzo Parisi, allora Capo della polizia: “Era un personaggio complesso che apparteneva all'establishment di sicurezza del passato. Era stato dirigente del Sisde e teneva un piede di qua ed uno di là. Lui cercava di mediare le posizioni. Parisi era consapevole di certe opacità eppure ha sempre difeso Bruno Contrada. E' difficile capire queste cose se non si contestualizza l'aspetto politico. In quegli anni di fatto Parisi era il ministro dell'Interno”. Successivamente il sociologo ha specificato che non si trattava di un ruolo politico ma che in quel momento “interveniva continuamente sui media su cose che erano proprie della politica. Un capo della polizia per far questo doveva essere autorizzato. Lui godeva di una certa libertà di azione perché il potere politico italiano era in difficoltà”. Arlacchi ha anche ricordato che Parisi aveva una posizione “oscillante” sul 41 bis, una dichiarazione che conferma quanto detto dall'ex capo del Dap Nicolò Amato sulla posizione contraria al carcere duro da parte del capo della Polizia.
“Inizialmente era favorevole - ha detto il sociologo - poi però riteneva utile un alleggerimento. Un'opzione paventata da lui e dai vertici del ministero della Giustizia quando c'era Conso. Quest'ultimo era stato sempre contrario al 41 bis. Parisi era favorevole all'alleggerimento perché temeva reazioni terroristiche da parte della mafia. Era quella la sua motivazione principale”.

Avvicendamento Scotti-Mancino
"Su Scotti e Mancino non avevamo nulla da dire - ha proseguito Arlacchi - Hanno sempre fatto il loro dovere, non hanno mai posto alcun tipo di ostacolo e hanno sempre accolto e fatto tutto ciò che da noi proveniva. Per 'noi' intendo oltre a me anche Giovanni Falcone, con cui elaborammo il progetto della Procura nazionale antimafia". "Sapevamo che vi era uno scontro con il gruppo andreottiano. L'avvicendamento di Scotti con Mancino - ha proseguito Arlacchi dinanzi alla Corte d'assise presieduta da Alfredo Montalto - lo avevamo vissuto con preoccupazione, mentre Martelli fu confermato al ministero di Grazia e giustizia. Io dissi a Scotti, qualche giorno prima della sua nomina a ministro degli Esteri, che secondo me doveva pensarci bene, quella non era la sua materia. Lui non voleva rinunciare alle sue prerogative di parlamentare, in particolare l'immunità parlamentare. Secondo lui, mi disse, i ministri dovevano essere parlamentari protetti dall'immunità”.

L'operato di Mori
Rispetto alle analisi svolte con Giovanni Falcone, l'ex europarlamentare ha anche ricordato quelle svolte immediatamente dopo la morte di Lima: “Disse che si apriva una nuova fase e che non sarebbe finita qui. Sapeva che sarebbero continuati gli omicidi da quel lato ma anche dal nostro. E poi aggiunse: 'Vi rendete conto che sono un cadavere che cammina?'. Sapevamo che all'interno di Cosa nostra stava cambiando tutto”.
Arlacchi ha anche dichiarato di aver appreso in ambiti investigativi, già nel 1992, delle interlocuzioni tra Mori e Vito Ciancimino: “Era una cosa nota. Non ricordo la fonte precisa ma c'era questo sentire comune negli apparati investigativi. Si sapeva del tentativo di Mori, con Vito Ciancimino, per arrivare a qualche risultato. Noi non ritenevamo questo tentativo importante, anzi era controproducente perché significava offrire al mafioso una possibilità di rientrare nella sfera del potere”. Sempre rispondendo ad alcune domande di approfondimento dei pm Teresi, Di Matteo e Del Bene ha aggiunto: “Quell'iniziativa era eccentrica, anomala e secondo noi non era rilevante. De Gennaro? Anche lui la pensava così. Mori era ritenuto come un personaggio ambiguo di cui non ci si poteva fidare. Non confondiamolo con Contrada ma parliamo di metodi. Per noi non poteva arrivare da nessuna parte. Quale contropartita reale poteva offrire Mori? Non c'era una copertura politica ed istituzionale. Se si fossero mossi in quel senso si sarebbe saputo”.
Dichiarazioni, quelle di Arlacchi, che non coincidono con quelle di altri ufficiali di carabinieri e del Capo della Dia De Gennaro che al processo ha detto di non aver mai saputo di quell'iniziativa.
Sempre nel 1992 il sociologo sarebbe venuto a conoscenza del tentativo di aggancio con l'allora presidente della Commissione antimafia, Luciano Violante, nonostante quest'ultimo ne ha parlato per la prima volta solo nel 2009. “Io ricordo che questo incontro fosse noto. Mori era andato da Violante con un papello strampalato per un incontro in seduta pubblica. E Violante li ha snobbati”.
Rispondendo alle domande del pm Di Matteo sul perché Mori venisse considerato pericoloso il teste ha risposto: “Si muoveva al di fuori del controllo dell'autorità giudiziaria, pensava di poter intrattenere rapporti con i mafiosi, con chiunque senza dar conto all'autorità giudiziaria. Esistono leggi, regole. Per lui la legge era un optional. Si muoveva più come agente dei servizi di sicurezza. Sono cose che si sapevano nel mondo investigativo inerenti al suo passato, su indagini precedenti. Non posso dire nulla di preciso”.

La nota Dia dell'agosto '93
Arlacchi ha anche parlato della nota della Dia dell'agosto 1993, trasmessa al ministro degli Interni, Nicola Mancino, in cui per la prima volta si parla di trattativa e si scrive nero su bianco che “un’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis” avrebbe potuto “rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.
Il teste ha spiegato che proprio il 41 bis era una delle principali preoccupazioni di Cosa nostra: “Con la nota volevamo impedire di distogliere l'attenzione dalla mafia che era la principale autrice di quelle stragi. C'era il rischio di depistaggi investigativi. Avevamo elementi per cui scrivemmo quella nota. C'erano i disagi dei capimafia. Ma anche le lettere anonime, e altri mille segnali che con il 41 bis avevamo centrato il bersaglio. Noi temevamo che lo stato cedesse ad un ricatto e la preoccupazione era legittima.
Che la mafia cercasse una soluzione politica, un accordo con lo Stato era l'ultima carta che rimaneva loro e colpire il patrimonio artistico italiano era qualcosa di irreparabile. E si pensava che dentro lo Stato ci poteva essere chi volesse arrivare ad un accordo. Ma poi non ci fu questo cedimento”.
E' a quel punto che Teresi ha chiesto quale fu il pensiero quando il ministro Conso revocò oltre trecento 41 bis ai boss mafiosi. “La mia reazione personale da una parte fu di disappunto. Dall'altra era anche normale che vi fosse una scrematura. Insomma non era la fine del mondo. Non c'erano figure di particolare rilievo”. Un dato quest'ultimo non veritiero perché tra i revocati figuravano boss e killer di prima grandezza come i capi-mandamento Antonino Geraci senior, Vito Vitale e Giuseppe Farinella ed altre figure importanti. Tutt'altro che figure di minor rilievo. Revoche che passarono inosservate.

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