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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Modeo: "Nel '92 Brusca mi disse 'è un punto di non ritorno'"

aula-bunker-ucciardone3di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 26 giugno 2015
E sulla "dama di compagnia" di Riina: "Oggi Lorusso è ad alti livelli"

Il carcere dell'Asinara? "Calci in c… e pedalare. Io stavo nella sezione con altri siciliani. C'era Nino Vernengo, Giovanni Di Giacomo, Giovanni Drago, il cugino di Vernengo, Pippo… per una settimana o poco meno anche Bernardo Brusca" ricorda il pentito Gianfranco Modeo al processo trattativa Stato-mafia, parlando del periodo di detenzione in Sardegna da ottobre '92. Al tempo, continua, Brusca era "uno dei capi indiscussi. Siamo stati nella stessa cella e abbiamo avuto modo di discutere perchè io ci ridevo, è vero che ci bastonavano ma vedere loro che piangevano era una soddisfazione all'epoca, quando li picchiavano ne ho sentito tanti piangere. Gli dicevo 'siete contenti, avete visto cosa avete combinato, siete soddisfatti?" riferendosi "alle due stragi" di Capaci e via D'Amelio. Brusca, prosegue il collaboratore pugliese, gli rispose: "Guarda ragazzo mio, è un punto di non ritorno. Ormai stiamo ballando e dobbiamo finire di ballare". Tornando poi ai contatti tra Anghessa e il fratello Claudio, l'ex mafioso ricorda che "in quell'occasione (al carcere di Ascoli Piceno, quando i due Modeo erano nella stessa cella, ndr) mi fece il nome di Gelli" il quale "si sarebbe recato direttamente a Palermo per poter avere colloqui con questi personaggi… Gelli aveva avvicinato uno dei nostri affiliati, Marino Pulito, uno dei nostri luogotenenti sul litorale ionico e salentino, tramite un certo Serraino" garantendo che "se voi ci appoggiate (nella costituzione di una Lega meridionale, ndr) faremo la revisione del processo Modeo. So che tramite Serraino sia lui che altri nostri affiliati ebbero contatti e colloqui personali con Licio Gelli". Il progetto, però, non andò in porto: "Di Pinto mi disse 'lasciate perdere, che ora questo (Gelli, ndr) è un cavallo perdente'. Dissi a Pulito di lasciar perdere anche perché non volevamo che queste persone entrassero nella nostra città".
Tra la mafia pugliese e siciliana, ricorda ancora il collaboratore, c'erano rapporti finalizzati al traffico di armi ed esplosivi: "Mio fratello Riccardo mise in contatto Salvatore Buccarella, che andava fortissimo sul Montenegro, con Giovanni Pullarà. Fece da garante, disse a Buccarella 'non ti preoccupare, manda che ti pagano'". Tutto questo a fine '90 o inizi '91, "quando ancora non era successa nessuna strage".
Tra le conoscenze che Modeo può vantare, salta fuori anche quella con Alberto Lorusso, fedele all'organizzazione del pentito e in seguito divenuto "famoso" in qualità di "dama di compagnia" di Totò Riina al carcere di Opera: "Sì, lo conosco, è della provincia di Taranto ma bazzicava più nel brindisino, apparteniamo quasi tutti alle stesse famiglie. Su Grottaglie e altre zone faceva quello che facevamo noi, spaccio, rapine, estorsioni, quello che ci stava da fare". Da allora, aggiunge Modeo, di strada ne ha fatta: "Oggi è ad alti livelli, dopo la nostra uscita di scena è diventato un punto di riferimento, un personaggio importante, parliamo del '93-'94. Quando eravamo detenuti nelle varie strutture pugliesi abbiamo avuto modo di sentirci, era facilissimo comunicare, bastava girare il muro di cinta del carcere".
ll processo è stato rinviato a giovedì 2 luglio per l'esame di Guglielmo Sasinini ed Elisabetta Belgiorno.



Trattativa, pentito Modeo: “Venivamo avvicinati da persone strane che organizzavano leghe strane"
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 26 giugno 2015

Nell'87 in Sicilia e Puglia le organizzazioni criminali avrebbero cercato nuovi referenti politici rispetto alla Dc. E' questo l'argomento che sta emergendo al processo trattativa Stato-mafia dalla deposizione del collaboratore di giustizia Gianfranco Modeo, ex affiliato della mafia pugliese ai vertici di Taranto e provincia. Dopo aver raccontato come nacquero i contatti della famiglia Modeo con i Fidanzati per il traffico di stupefacenti e con altri palermitani prima, negli anni '80, per il contrabbando di sigarette, il pentito si sofferma sui legami che avevano con i politici locali. "Noi abbiamo votato sempre la Dc fino al 1987 - dice Modeo -nel locale eravamo in stretti contatti con l'onorevole Amalfitano che faceva parte della corrente andreottiana". All'onorevole Amalfitano, Gianfranco Modeo avrebbe chiesto di intervenire sul processo dell'omicidio Marotta : "Noi facevamo pressione perchè intervenisse come le altre volte ma tramite il referente Cosimo Di Pinto ci mandò a dire che era impossibile interferire questa volta…si recarono anche a Roma da Andreotti". Dopo il 1987 il gruppo di Modeo non votò più la Dc ma si concentrò su Signorile. Un cambio di orientamento che, come spiegato dal collaboratore di giustizia, interessò anche i palermitani e i catanesi: "I voti dei catanesi passarono a Salvo Andò e i palermitani si concentrarono su Martelli". Su questo fatto, Modeo si confrontò con Nino Madonia, nel carcere di Cuneo: "All'inizio del '91 quando arrivai, lui era già lì - racconta il pentito - si parlava del più e del meno". "Mi disse che erano stati traditi dai patti stretti in passato perchè all'inizio funzionava poi più nessuno voleva intervenire e dei processi erano andati in senso opposto a quelle che erano le aspettative, quindi per dare dimostrazione di come si potevano spostare i banchetti di voto ognuno cercava referenti nuovi…" Ma secondo quanto detto da Modeo, Madonia non era soddisfatto della scelta fatta: "Disse che avevano fatto uno dei tanti errori perchè si è dimostrato tutto il contrario di quello che avevano prospettato".
Nel rispondere alle domande del pm Del Bene, il collaboratore di giustizia spiega anche come furono invitati a partecipare ad una nuova strategia per contrastare la situazione che si stava creando: "Prima delle stragi (Capaci e Via D'Amelio, ndr) mio fratello era detenuto e viene spostato di sezione, perchè dicevano che dava fastidio in sezione ma non era vero, infatti mio fratello si sorprese. Lì mio fratello è stato avvicinato da un signore, Aldo Anghessa, che lo corteggiava e diceva:' guarda che la situazione sta diventando preoccupante, stanno riaprendo di nuovo le isole, Pianosa, Asinara stanno per inserire regime carcere duro e non c'è più l'appoggio dei vecchi politici che fino ad oggi vi hanno potuto agevolare' ". Secondo Anghessa, continua Modeo, "si doveva iniziare a fare attentati sul territorio perchè era l'unico sistema per poter bloccare quello che stava per succedere".
Quando Gianfranco Modeo e l'atro fratello vengono a sapere di questo avvicinamento, però, avrebbero mandato a dire, tramite ambasciatori, al fratello Claudio di: "stare alla larga da questo personaggio".
"Era un periodo strano -aggiunge il collaboratore di giustizia - perchè venivamo avvicinati da persone strane che organizzavano leghe strane".



Trattativa, Annacondia: "Prima di stragi '93 dissi 'ci saranno attentati a monumenti''
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 26 giugno 2015

Annacondia, ex boss di Trani, nel corso del processo trattativa rivela di aver detto già prima delle stragi '93 che sarebbero scoppiate delle bombe fuori dalla Sicilia: "A gennaio '93, quando non era successo ancora niente, ne avevo già parlato alla Dia di Bari, solo che non hanno dato peso alla notizia, non so cosa sia successo, parliamo di un funzionario… non fu fatto verbale, forse fu preso sottogamba". Il pentito pugliese, raccontando l'episodio, specifica che "non facevo interrogatori con gli ufficiali della Dia di Bari, ma con il pubblico ministero, però avevo sempre quattro persone con un funzionario 24 ore al giorno per la sicurezza. Si parla del più e del meno, e in una di queste sere dissi che succederanno attentati a musei e cose vecchie. Poi, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, feci il nome di quel funzionario".
Del fatto che la mafia aveva deciso di far esplodere "cose vecchie" e monumenti, continua Annacondia, "ne parlai anche con Piddu Madonia, ma lui mi zittì dicendo che era già stato informato". Il dialogo tra i due avvenne nel carcere di Rebibbia, a Roma. "'L'Italia - commenta ancora il pentito - veniva messa in ginocchio se gli attentati fossero continuati, penso che l'italia andava in panico. Ogni grosso malavitoso avrebbe fatto la sua parte, e stia tranquillo che la cattedrale di Trani sarebbe saltata in aria".


Pentito Annacondia sugli attentati opere d'arte '92-'93: "obiettivo era far abolire il 41-bis"
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 26 giugno 2015
"Nella sezione napoletana del carcere dell'Asinara, dove erano stati messi anche dei siciliani, era stato deciso che bisognava mandare un messaggio all'Italia, ai grossi, uno dei quali ero io, di fare terrore, attaccare musei chiese ed opere d'arte". A dirlo è il pentito Salvatore Annacondia, ex boss di Trani sentito oggi come teste in videocollegamento al processo Trattativa Stato-mafia, che si sta svolgendo a Palermo presso l'aula bunker Ucciardone. Annacondia racconta di essere venuto a conoscenza di queste informazioni grazie ad un certo Antonino Cucuzza, che all'Asinara era detenuto nella sezione napoletana, durante un trasferimento avvenuto a fine settembre 1992. "Dall'Asinara partimmo con una motovedetta dei Carabinieri. - spiega il collaboratore di giustizia - nel viaggio fatto assieme nel traghetto fino a Civitavecchia, abbiamo parlato di tante tante cose… eravamo liberi (di parlare senza la presenza di forze dell'ordine, ndr) sulla nave, nel reparto dove erano tenuti i detenuti". Stimolato dal pm Di Matteo a raccontare con precisione quanto a sua conoscenza, Annacondia racconta che l'obiettivo di questa azione, secondo quanto riferitogli da Cocuzza, sarebbe stato di far arrivare il messaggio "anche ai grossi esponenti della magistratura che la mafia era forte e poteva incutere timore ovunque e quindi che dovevano scendere a patti (con la mafia, ndr) per abolire il 41 bis".
Il pentito conferma anche i verbali rilasciati nel 1993 dove raccontava che Cucuzza gli riferì che: "Se il 20 luglio '93 non fosse decaduto il 41bis sarebbero successi grossi casini… attentati" e dove rispondendo alle domande sul perchè di quella precisa data aveva spiegato che il 20 luglio 1992 era arrivata la notifica del 41 bis dove era indicata anche la scadenza che cadeva a distanza di un anno appunto.
Annacondia riferisce anche che già prima della notifica del 41 bis aveva deciso di iniziare a collaborare con la giustizia : "Io non mi sono pentito perchè avevo paura, ma per un rimprovero di mia moglie…quando decisi non mi era stato notificato neanche 41 bis, ero un detenuto normale". Ma solo quando fu trasferito al carcere di Carniola riuscì a parlare con il pubblico ministero Pasquale Drago della procura di Trani: "Il dottor Drago venne in carcere a Carinola - aggiunge Annacondia - tutto felice e contento e si impegnò subito di andare a Roma per chiedere la mia collaborazione.. ma è tornato mortificato che la collaborazione non doveva esistere… la procura di Bari non la voleva la mia collaborazione allora Drago andò a Lecce e parlò con il dottor Francesco Mandoi che chiese il mio pentimento .. e andai alla Dia di Bari e il gennaio del 1993 iniziai la mia collaborazione ufficialmente".


Trattativa, pentito Annacondia: "All'Asinara si dava la colpa a Riina per condizioni detenzione"
di Miriam Cuccu e Francesca Mondin - 26 giugno 2015

Dentro il carcere dell'Asinara "le condizioni erano disumane", e "la colpa la si dava a Totò Riina se ci trovavamo qui, perché stavamo bene prima". Parla Salvatore Annacondia, ex boss di Trani e oggi pentito, in videocollegamento al processo trattativa Stato-mafia, ricordando il periodo di detenzione al 41 bis all'indomani della strage di via D'Amelio. Presenti in aula i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi.
Di Riina, continua il collaboratore di giustizia, se ne parlava anche con un mafioso siciliano, Salvatore Mirabella: "Si attribuiva la colpa a 'u curtu - specifica di seguito - dicevano che se ne andò di testa per fare tutto questo, non ha capito niente che qui ci stiamo noi… gli si attribuiva questa responsabilità, che non avrebbe dovuto fare questo guaio". Sollecitato dalla lettura delle dichiarazioni rese l'11 agosto '93, Annacondia conferma che Mirabella gli disse che dovevano aspettare i "grossi", che avrebbero mandato a dire cosa fare in quanto stavano decidendo.
Quando l'ex boss di Trani arrivò all'Asinara, dichiara ancora Annacondia, "non ci fecero uscire all'aria per qualche settimana… erano tre o quattro aree separate… per andare all'aria si doveva passare uno alla volta in mezzo a un cordone di guardie a destra coi manganelli che minacciavano", ricordando poi che Nino Badalamenti "fu massacrato perché tornando in cella portava la sigaretta in bocca. Io ero detenuto in una delle due sezioni, la Fornelli, insieme a pugliesi, siciliani e credo calabresi. Nell'altra sezione erano tutti napoletani".
Annacondia, a inizio udienza, ripercorre anche la sua carriera criminale, che prese il via già dagli anni '70, stringendo rapporti con esponenti della mafia siciliana e napoletana, oltre che pugliese. Ma soprattutto calabrese, per la quale commise una serie di omicidi per uno "scambio di favori": "Con Domenico Tegano e Pasquale Tegano eravamo un corpo e tre anime - ricorda - io e Mimmo Tegano eravamo due persone uniche. Lui era un padreterno, ma pure io non ero da meno". In seguito, nell'87 a Reggio Calabria, ad Archi, "conobbi tutto il resto del gruppo Tegano, che era i De Stefano".



Trattativa, parla la mafia pugliese: oggi i pentiti Annacondia e Modeo
di Miriam Cuccu - 26 giugno 2015
Anche la Sacra Corona Unita sapeva dei monumenti da colpire nel ‘93

Che Cosa nostra avesse deciso di piazzare le bombe a ridosso dei monumenti più prestigiosi lo sapeva anche la criminalità pugliese: "Alcuni mesi fa, durante un colloquio investigativo con il magistrato Alberto Maritati, parlai della possibilità di attentati con bombe a musei e ad altri obiettivi di valore artistico". A rivelarlo nel 1993, a stragi appena concluse, è il pentito Salvatore “Manomozza” Annacondia, in un bunker segreto della Commissione antimafia. Di quello che apprese nelle carceri dell’Asinara e Rebibbia, il boss pugliese ne parlerà oggi davanti ai pm del processo trattativa Stato-mafia.
Annacondia, 57 anni e decine di omicidi alle spalle, è uno che di strada ne ha fatta. Fra Trani, Bisceglie e Barletta iniziò una vera e propria scalata al potere (senza essere investito di alcun titolo dalla Sacra corona unita o altri gruppi) dando inizio ad un vero e proprio sterminio dei seguaci affiliati alla Scu del boss Giuseppe Rogoli, capace di operare ad ogni livello – dal traffico della droga all’omicidio, dall’usura alla corruzione di politici e magistrati – e ricevendo il riconoscimento da parte di importanti ‘ndranghetisti “di razza” come Domenico Tegano e Franco “Coco” Trovato.
Davanti ai parlamentari, l’ex boss di Trani parlò dei rapporti tra mafia e politica, di favori e voto di scambio, per poi soffermarsi sulle stragi. Sono dichiarazioni che all’epoca non vennero verbalizzate perché “non me la sentivo. Mi auguravo che non succedesse nulla”. Secondo il pentito la strategia delle bombe venne messa a punto per allentare la stretta dello Stato sui boss. Causa scatenante sarebbe stata però l’imposizione del 41 bis, vera e propria piaga per i padrini in carcere. Proprio da dietro le sbarre il collaboratore di giustizia seppe della nuova linea terroristica adottata contro lo Stato, attraverso frasi e parole scambiate prima all’Asinara, poi a Rebibbia, dove a parlarne sarebbero stati alcuni esponenti di Camorra e Cosa nostra, tra cui Giuseppe “Piddu” Madonia. La scelta, spiegò il pentito, ricadde sui monumenti perché “fanno parte delle nostre città (…) della nostra storia". Per Annacondia “l'avvertimento grosso doveva giungere dopo il 20 luglio di quest'anno (del 1993, ndr) se fosse stato reiterato l'articolo 41 bis”. Effettivamente, la notte del 27 luglio esplosero tre bombe, due a Roma e una a Milano (mentre pochi mesi dopo, a novembre, 334 mafiosi sarebbero tornati detenuti comuni).
Dei progetti omicidiari volti ad attenuare il carcere duro ne sapeva qualcosa anche Gianfranco Modeo, ex affiliato alla mafia pugliese, per delle confidenze sulla strategia stragista del ’92 che avrebbe ricevuto da Brusca al carcere di Pianosa. Prima di collaborare Gianfranco, insieme al fratello Claudio Modeo, fu protagonista di una guerra di faida contro l’altro fratello, Antonio “il Messicano”, conclusa nel 1990 con l’assassinio di quest’ultimo e per il quale venne incaricato proprio Annacondia. I processi a carico dei Modeo, sempre secondo diversi pentiti pugliesi, tra cui Marino Pulito e lo stesso ex boss di Trani, sarebbero stati “aggiustati” grazie al capo della P2 Licio Gelli, che avrebbe contattato Giulio Andreotti. Annacondia dichiarò infatti che Pulito si sarebbe incontrato con Gelli in un albergo di Roma, promettendogli la revisione del processo ai fratelli Modeo. Gelli, secondo quanto riferito dai due collaboratori, “in cambio” avrebbe preteso un appoggio della criminalità calabrese e pugliese per la Lega meridionale della quale il capo della P2 era uno dei promotori. Annacondia, citando Pulito, sostenne inoltre che Gelli fece “una telefonata ad Andreotti, che gli aveva garantito che si sarebbe interessato per la revisione del processo concernente i Modeo”.

E' possibile seguirlo in diretta audio streaming qui!

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