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Processo trattativa Stato-Mafia

Stato-mafia: quella ''dissociazione'' che nessuno ricorda

dissociazionedi Lorenzo Baldo
“Del fatto che Violante fosse stato favorevole alla ‘dissociazione’ lo sto apprendendo in questo momento”. Probabilmente basterebbe questa singola frase per ragionare sulla veridicità della testimonianza dell’ex senatore Melchiorre Cirami resa oggi al processo sulla Trattativa. Decisamente strano per un ex politico, che fino al ’96 era stato un magistrato, non conoscere quella “apertura” di un suo ex collega che, per altro, aveva già esternato nel mese di agosto del ’93, a ridosso delle stragi di Roma, Firenze e Milano. “Dobbiamo andare avanti con forza – aveva dichiarato Violante al settimanale Radio Corriere Tv –, perché c’è un obiettivo successivo da raggiungere. Cercare di portare fuori dell’associazione mafiosa i poveri cristi, quelli che, per poche lire passano dal contrabbando di sigarette all’omicidio, alla strage. Noi dobbiamo spaccare la mafia, come abbiamo fatto con i terroristi, ma senza chiedere le accuse ai correi. Dobbiamo poter dire loro: dichiarate i vostri delitti e uscite dalla mafia, avrete una pena ridotta. Separate le vostre responsabilità da quelle dei capi”. Violante aveva quindi parlato di “bombe del dialogo che vogliono lanciare un messaggio”. Affermazioni del tutto esplicite, rilasciate indiscutibilmente con grande anticipo sui tempi. In aula il pm Di Matteo ricorda a Cirami un’agenzia Ansa del 29 marzo ’95 nella quale si parlava di una legge “che favorisca la dissociazione dalla criminalità organizzata” frutto di una “proposta” fatta dallo stesso ex deputato del Pds nel corso di un’intervista rilasciata al Tg3. “Ci risulta - aveva spiegato l’ex vicepresidente della Camera - che ci sono molti appartenenti alle organizzazioni mafiose non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e in Campania, che non ne possono più della paura di uccidere e di essere uccisi. Io credo che lo Stato debba dire una parola ferma a queste persone: ‘Uscite, venite fuori dalla organizzazione, consegnatevi, e lo Stato saprà valutare con equilibrio questo vostro comportamento. Noi non vi chiediamo necessariamente il pentimento, cioè la collaborazione. Vi chiediamo di uscire, di dichiarare i vostri reati. Puramente e semplicemente questo potrà produrre un abbassamento della pena’”. Ma di questa proposta, il primo firmatario del Dl relativo alla “dissociazione” di cui si discuteva nel mese di agosto del ’96 (successivamente abortito), non ricorda assolutamente nulla. Se non di averne parlato preventivamente  “solo con il procuratore di Palermo Caselli”, il quale immediatamente gli aveva esternato le sue “perplessità”. Tanto che le agenzie di quel periodo avevano rilanciato a gran voce l’allarme dell’ex capo della Procura palermitana. “La semplice dissociazione dei mafiosi contiene una quota di pericolosità – aveva spiegato Caselli –, nel caso in cui dovesse diventare la prospettiva prevalente per chi vuole uscire dalle paludi mafiose e se dovesse avere una regolamentazione legislativa”. Secondo l’ex Procuratore di Palermo, la dissociazione avrebbe potuto “rallentare l'insostituibile contributo di collaborazione e sarebbe un lusso che noi non possiamo consentirci”. Davanti alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto l’ex sen. Cirami cita Don Ciotti che, a suo dire, sarebbe stato contattato dall’ispiratore di questo Dl sulla “dissociazione” e cioè da Davide Nava, un ex preside prestato alla politica. Al di là del fatto che inizialmente il fondatore di Libera avesse manifestato una sorta di apertura nei confronti di “una forma di dissociazione, che consentirebbe di indebolire ulteriormente le organizzazioni criminali”, la storiella dell’ex preside che crea volontariamente una legge sulla “dissociazione” non sta in piedi. E sugli effettivi “suggeritori” ancora deve essere fatta piena luce.

Don Riboldi e la “dissociazione”
Lo stesso Cirami nega ugualmente di essere venuto a conoscenza della questione “dissociazione” sollevata nel ’94 dal vescovo di Acerra, Antonio Riboldi. Nel febbraio di quell’anno monsignor Riboldi aveva parlato di una possibile “resa” di centinaia di camorristi, disponibili a consegnarsi alla giustizia e a confessare i propri reati. “I vantaggi che chiedono – aveva specificato il vescovo di Acerra - sono un processo con rito abbreviato, e se possibile riconoscere la loro dissociazione”. Il 13 agosto del ’96, in piena discussione del Dl sulla “dissociazione” le agenzie nazionali avevano rilanciato le dichiarazioni dell’ex killer di Camorra, Domenico Cuomo. In quei dispacci era emerso che nel ’94 l’ex affiliato al clan Alfieri aveva rivelato che la proposta di dissociazione di cui si era fatto portavoce don Riboldi, era stata di fatto “pilotata”, a insaputa del vescovo, dalla Camorra. L'intenzione dei camorristi - secondo quanto aveva riferito Cuomo - era quella di convincere gli affiliati detenuti a optare per la dissociazione così da consentire a ciascuno di loro di usufruire, senza accusare nessuno, di tutti i benefici “previsti da una legge 'ad hoc' di cui si sarebbe fatto promotore un parlamentare, il cui nome è coperto da ‘omissis’”. All’epoca dei fatti lo stesso don Riboldi aveva dichiarato di aver interpellato l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso sull'ipotesi di poter avviare un disegno di legge che favorisse la “dissociazione”. Di fatto la strategia di una “finta resa” era nata a seguito del pentimento di Pasquale Galasso e l’arresto di Carmine Alfieri, entrambi boss di Camorra. “In tal modo – aveva rivelato Cuomo - nel giro di pochi anni tutti noi detenuti avremmo potuto ritornare liberi e riprendere il nostro posto nell' organizzazione che intanto avrebbe conservato tutto il suo potere”. Ma anche di questo, l’ex sen. Cirami nega di esserne mai venuto a conoscenza.

La “dissociazione” discussa alla Dia
“Ricordo di aver sentito di questa possibilità (della “dissociazione”, ndr) ma non riesco a collocarla se durante il momento di contatto tra Paolo Borsellino e Gaspare Mutolo o successivamente”. A parlare in aula è il col. Domenico Di Petrillo, ex funzionario della Dia, secondo il quale nel ‘92 già si parla di “dissociazione”. “Questa cosa arrivò nella mia testa – continua Di Petrillo – e non la recepì come fatto reale. Non mi meravigliai che ci potessero essere degli espedienti cavalcati da qualcuno. Ricordo che non ci fu una discussione formale, oggetto di una riunione, io mi espressi dicendo che per me era una sciocchezza. Se di questo parlammo anche con Mutolo? Non ho un ricordo preciso, ma non lo escludo. Posso solo dire che se ne è parlato all'interno della Dia”.

Il refrain sulla “dissociazione” di Scarpinato
Per l’ennesima volta le difese di Mori citano le dichiarazioni dell’attuale Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, per tentare di dimostrare l’apertura dello stesso Scarpinato nei confronti della “dissociazione”. Stiamo parlando di un intervento di Scarpinato all’assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati del 20 giugno ‘92, in piena stagione stragista. In quella occasione l’ex pm del processo Andreotti era stato incaricato di redigere un documento contenente proposte di riforma a livello giudiziario. Per quanto riguardava la legislazione sui collaboratori di giustizia Scarpinato aveva proposto una legge “che sul modello di quelle emanate per i terroristi pentiti o dissociati preveda una causa di non punibilità per tutti i reati, esclusi quelli di sangue, commessi o la cui permanenza sia iniziata entro una data comunque anteriore all’entrata in vigore della legge per gli appartenenti a Cosa Nostra o comunque all’associazione di tipo di mafiosi, i quali entro 3 anni dissociandosi dagli altri affiliati intraprendano la collaborazione con la giustizia operandosi per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione e la cattura degli elementi alla medesima associazione”. In assoluto una prova contraria ad una ipotetica “apertura” del magistrato alla “dissociazione”.

Falange armata e 41 bis
Introducendo il lavoro di ricerca della rassegna stampa (dal 9 giugno al mese di luglio ’92) espletata dal funzionario della Dia, Ernesto Cusimano, Di Matteo focalizza quindi l’attenzione sulla telefonata anonima arrivata al centralino dell’Ansa il giorno dopo l’approvazione del Dl sul 41bis. I dispacci riportavano che “un uomo con uno spiccato accento catanese, riferendosi ai provvedimenti adottati dal governo, ha detto: ‘Quelli della falange armata, i politici, hanno ottenuto quello che volevano, noi no’. Alla domanda ‘noi chi?’, l'anonimo ha risposto .’E ora lei lo capisce; certe cose non sono state rispettate perciò noi non rispetteremo più i loro interessi’”. L'anonimo aveva quindi aggiunto che il carcere non si doveva “toccare”. Un ennesimo tassello del puzzle.

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