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Processo trattativa Stato-Mafia

Processo trattativa, parla Riina: “Bagarella un galantuomo”

riina-bagarella-bndi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 19 giugno 2015
“Mio cognato è un galantuomo e nel 1993 non ha fatto arrestare né a me né ad altri. Grado poteva risparmiarsi di lanciare questa pietra così”. E’ così che il Capo dei capi ha voluto rendere dichiarazioni spontanee al processo trattativa Stato-mafia. Un modo per andare in soccorso del cognato, Leoluca Bagarella che al mattino aveva lanciato un appello affinché parlasse dell’arresto che sarebbe avvenuto nel 1963. Alla scorsa udienza Bagarella era stato accusato dal pentito Gaetano Grado di essere uno “sbirro” ed aver dato indicazioni per arrestare Riina ed il fratello, Calogero Bagarella. Nel suo breve flusso di coscienza Riina, oggi detenuto a Parma, ha però fatto confusione e nella sua dichiarazione in videocollegamento anziché riferirsi al 1963 ha parlato del 1993.
Immediatamente Bagarella ha ripreso la parola facendo presente che suo cognato “ha fatto confusione tra il 1993 e l'episodio del 1963”. A quel punto c’è stato l’intervento del presidente Montalto che ha ripreso Bagarella: “Lei non può dire quel che suo cognato avrebbe o non avrebbe voluto dire. Quelle sono dichiarazioni spontanee”.
E Bagarella ha continuato: “Grado farebbe bene a farsi i fatti suoi e, al posto di raccontare queste invenzioni a distanza di 50 anni, dovrebbe invece dire cosa fece con Contorno quando fece fece arrestare 162 persone, procedimento poi confluito nel maxi processo. Sempre Grado ha detto che io nel 1963 avrei fatto arrestare Toto' Riina, che allora non era ancora mio cognato e mio fratello. Faccio presente che Riina fu arrestato a fine novembre 1963 e io a giugno del 1964. Mentre mio fratello non è mai stato arrestato -ha concluso - era ed è tuttora latitante". E’ fatto noto che Calogero Bagarella venne ucciso il 10 dicembre 1969 durante un conflitto a fuoco con il boss Michele Cavataio, che passerà alla storia come strage di viale Lazio. Il cadavere fu portato via da Totò Riina, Bernardo Provenzano e dal resto del commando omicida e per anni Calogero Bagarella comparve nella lista dei grandi latitanti, sino alle dichiarazioni del pentito Antonino Calderone, che ricostruì la dinamica della strage di viale Lazio. Inoltre, nel dicembre 1990, i carabinieri di Corleone sotto il comando del capitano Angelo Jannone intercettarono uno sfogo della madre che parlava della sua morte. Nonostante questi elementi oggi Bagarella ha ribadito che il fratello è tutt’oggi ancora latitante. Un fatto quest’ultimo che non va letto come una considerazione di un folle ma frutto di una precisa idea del capomafia. Di fatto ancora oggi i corleonesi non ammettono di aver compiuto quel blitz in viale Lazio e per questo la morte di Calogero Bagarella, per Riina ed i suoi sodali, non vi è mai stata.

Cristella dà un nome all’uomo sul motorino
Durante il controesame di Nicola Cristella, l’avvocato Basilio Milio, legale di Mori e Subranni, ha insistito particolarmente su alcune contraddizioni di quest’ultimo che si sono sviluppate nel corso degli anni, in particolare sull’identificazione dell’uomo che si recava con il motorino alle cene con Mori, Bonaventura, Di Maggio e Ganzer. “Ho sempre saputo che l’uomo sul motorino non era Mori - ha ribadito in aula il teste - Ma ho sempre detto che Mori era a quelle cene”. Alla domanda del presidente Montalto sul perché non avrebbe parlato di Mori spontaneamente a Firenze (nel 2003, ndr), l’ex caposcorta di Francesco Di Maggio ha aggiunto: “Per una questione di riservatezza dell’impegno”.
Durante il controesame è poi emerso che l’uomo sul motorino sarebbe stato il generale Morini. E a quel punto il presidente Montalto ha approfondito il tema in un botta e risposta con il teste. “Perché fino ad ora non ha detto che credo sia lui quello del motorino?”; “Parlando anche con altri colleghi gli altri lo conoscevano…Io non mi ricordavo che si chiamava Morini”; “Se ne è ricordato adesso che le ha fatto la domanda l’avv. Milio?”; “Sì”.
Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 25 giugno, ore 9:30, quando saranno sentiti Salvatore Tito Di Maggio e l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci.


Trattativa, Cristella: “Di Maggio disse ‘non possono chiedere ad un figlio di un carabiniere di scendere a patti con la mafia’”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 19 giugno 2015
“Eravamo con Di Maggio nella sua abitazione, lui si sfogò duramente in mia presenza e disse quella frase: ‘non possono chiedere ad un figlio di un carabiniere di scendere a patti con la mafia o comunque con dei delinquenti’. A dirlo in aula oggi al processo trattativa Stato-mafia è Nicola Cristella, ex caposcorta dell’allora vice capo del Dap. “Il riferimento - ha specificato il teste - era al 41bis… non ricordo altro. Quando è avvenuto? Nel periodo in cui prendo servizio effettivo con Di Maggio”. Durante l’audizione Cristella, sollecitato dai pm, non ha chiarito per quale motivo in Commissione antimafia, parlando dei commensali che si incontravano con molta più frequenza con Di Maggio, ha detto “forse su questo punto è meglio se stessi zitto…”. “Se ho detto che si sono incontrato più volte lo confermo - ha ribadito oggi in aula - e quando dice meglio se stessi zitto è perché non è che a tutti fa piacere di venire 7 volte a Palermo”.
Il teste ha anche ricordato di alcuni incontri, in una scuola di polizia dietro la stazione Termini con un altro soggetto ma “non so chi fosse questo personaggio. Non so se fosse un politico o no, non ricordo”.
Rispondendo ad una contestazione su un verbale a Firenze nel 2003 il teste ha confermato che Di Maggio, in riferimento alle proroghe del 41bis, disse che avessero a che vedere con queste bombe.
Cristella ha anche ricordato che negli ambienti del Dap si diceva che “fu Scalfaro a volere Di Maggio al Dipartimento. Si parlava di questo, per 12 anni c’è stato il dottor Amato e poi arriva Capriotti e Di Maggio… da parte nostra ci si chiedeva come mai questi cambiamenti”.


Processo trattativa, teste Cristella: “Di Maggio mi parlava di una certa pressione sul 41 bis”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 19 giugno 2015

Nel corso del periodo vissuto come caposcorta di Di Maggio, Cristella avrebbe assistito a diversi sfoghi da parte dell’ex vice Capo del Dap.
Alla domanda specifica se questi avesse ricevuto da terzi domande sul 41bis il sostituto Commissario ha risposto: “Che lui abbia ricevuto telefonate sul 41bis non lo so, so che in un certo periodo Di Maggio comincia a innervosirsi per questioni di ufficio che lo facevano sbraitare. Un certo periodo si lamentava mentre lo accompagnavo in casa, mi offriva un bicchiere di vino, su una questione credo morale… sembrava che comunque qualche telefonata non la gradiva tanto… si parlava di una certa pressione ricevuta per l’applicazione al 41bis di alcuni personaggi. A lui scappò: non si può chiedere a un figlio di un maresciallo dei carabinieri di passare dall’altro lato… di avere delle pressioni…”
A quel punto Tartaglia ha insistito: “Ha mai sentito direttamente di richieste fatte a Di Maggio su questo tema del 41bis?” E Cristella ha risposto in maniera evasiva: “Di telefonate ascoltate possono dire che non era nel mio ruolo ascoltare… ma di discorsi.. di lamentarsi ne posso parlare… dire che io abbia ascoltato una telefonata non era corretto nel mio ruolo…”. Quindi ad una nuova domanda di approfondimento ha aggiunto: “Le ho percepite, ma non ascoltando… si innervosiva e si capiva. Si lamentava della pressione di un politico siciliano”. E alla domanda su chi fosse questo politico Cristella è certo: “Lui fece questo nome e cioè Calogero Mannino. In qualche conversazione… è un dato di fatto”. Quindi il teste ha ricordato che l’oggetto della discussione “era una pressione affinché si ritardasse l’applicazione del 41bis ad alcuni esponenti di mafia”.

Mentre in passato ai pm aveva parlato di una serie di telefonate sul tema con gli altri commensali, interessati “su certi eventi” oggi in aula Cristella è stato meno certo e rispondendo ad una richiesta di maggior specificazione del presidente Montalto ha aggiunto: “Io parlo di tutta una serie di circostanze su questi episodi. Credo che siano un po’ rallentate con alcuni commensali. Erano interessati agli eventi… c’erano state le stragi… gli eventi erano collegati al 41bis… non so se si parlassero di stragi…credo che lui si confidasse con questi amici suoi…”


Processo trattativa, Cristella: “Alle cene, in motorino, arrivava anche un altro. Era dei Servizi, e non era Mori”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 19 giugno 2015

“Alle cene tra Di Maggio, Ganzer e Mori c’era anche un altro commensale che veniva in motorino. Era uno dei Servizi segreti, credo di quelli civili”. Rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia il sostituto commissario Nicola Cristella sta ripercorrendo il periodo vissuto come caposcorta di Francesco Di Maggio. Parlando di alcune cene romane il teste ha ribadito la presenza di un uomo dei servizi che arrivava in motorino. A differenza di quanto detto al processo Mori Cristella ha detto con sicurezza che questi non era il prefetto Mori “che vedevo arrivare a piedi”, ma un altro soggetto ma di non sapere il nome. “Non l’ho mai saputo - ha aggiunto - poteva avere sopra i 60 anni, parcheggiava il motorino e si univa ai commensali. Noi arrivavamo con la macchina di servizio e Bonaventura era già sul posto. Altri arrivavano sempre a piedi”.


Processo trattativa, ex caposcorta Cristella: “Cene tra Di Maggio, Mori, Ganzer e Bonaventura”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 19 giugno 2015

“C’erano delle cene a Roma, zona Trastevere, tra il vice capo del Dap Francesco Di Maggio, Mori, Ganzer e Bonaventura”. A raccontarlo in aula è il sostituto commissario Nicola Cristella, nel 1993 caposcorta di Di Maggio. “Con lui - ha ricordato - iniziai a lavorare nell’estate del 1993, durante la pausa del secondo maxi processo di Brindisi contro la Sacra Corona Unita, poi tornai al dipartimento per un brevissimo periodo e quando il processo terminò tornai nuovamente da Di Maggio”.
Il teste ha ricordato che era solito viaggiare in macchina con l’ex magistrato, oggi deceduto, durante il servizio. “C’era un rapporto di fiducia e lui era tranquillo, non è mai successo che lui abbia tentato di occultare qualcosa, ha sempre fatto telefonate. Lo accompagnavo anche dalla famiglia a Vienna, anche se non ero tenuto a farlo”. Inoltre Cristella ha anche ricordato i rapporti tra Di Maggio ed il maggiore Umberto Bonaventura: “Per un periodo hanno vissuto insieme nei pressi di Porta Portese. Bonaventura era un appartenente dei Servizi segreti. Poi Di Maggio si spostò in un’altra abitazione in affitto, un appartamento della dottoressa Pomodoro. Prima della fine del mio servizio con lui mi chiese anche se volevo andare a lavorare con Bonaventura. I rapporti tra i due erano ottimi, anche dopo aver vissuto assieme la sera si incontravano per cenare assieme”.
Ed è proprio a queste cene che avrebbero partecipato anche Ganzer e Mori. “All’inizio non li conoscevo poi li imparai a conoscere. Tra i colleghi si sapeva che Mori era un personaggio dei Servizi mentre Ganzer era a capo del Ros”.

Dichiarazioni spontanee Bagarella
All’inizio dell’udienza l’imputato Leoluca Bagarella, che ha annunciato l’invio di una memoria alla Corte, ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee chiedendo di fatto alla corte di sentire il cognato, Salvatore Riina (anche lui imputato al processo), in riferimento all’arresto avvenuto nel 1963, dopo l’accusa del pentito Grado che alla scorsa udienza aveva accusato Bagarella di essere sbirro ed aver fatto arrestare il Capo dei capi. Lo stesso Riina ha detto di essere disponibile a riferire in merito ma è stato stoppato dal Presidente Montalto dando la precedenza all’esame del teste Cristella. Non si terrà oggi invece l’esame di Salvatore Tito Di Maggio, fratello dell’ex Dap, assente per impegni istituzionali. Il pm Di Matteo, presente in aula per l’accusa assieme a Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ha già detto che sarà citato alla prossima udienza del 25 giugno.



Processo trattativa: l'ex Vice capo Dap Di Maggio torna protagonista
di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 giugno 2015

Oggi a Palermo la testimonianza del fratello Tito e del caposcorta Cristella
Sarà dedicata alle audizioni di Salvatore Tito Di Maggio e Nicola Cristella l'audizione odierna, ore 9:30, del processo trattativa Stato-mafia in programma all'aula bunker dell'Ucciardone. Il primo, fratello minore dell'ex vice capo del Dap Francesco, nel luglio 2012 si presentò alla Procura di Palermo portando con se documenti in difesa dell'ex giudice, deceduto nell'ottobre 1996. A suo dire questi non avrebbe avuto un ruolo nell'alleggerimento del 41 bis (il carcere duro per i mafiosi, ndr) ed anzi fu “esautorato in quella decisione”. Al processo Mori-Obinu, parlò degli sfoghi del fratello che si sarebbe lamentato di essere stato tenuto fuori dalle vicende del 41 bis e di non avere condiviso la decisione di revocare oltre 300 provvedimenti di carcere duro per i boss decisi a fine '93.
Inoltre secondo Tito Di Maggio tra Franco (così lo chiamava, ndr) e Adalberto Capriotti, allora capo del Dap, “ci furono incomprensioni e diversità di vedute”. Contrasti che non ci sarebbero stati invece l'ex ministro della Giustizia Conso, come invece aveva riferito ai pm proprio Capriotti. Così oggi Tito Di Maggio dovrà riferire quanto apprese dal fratello sugli incarichi informalmente assegnatigli “per trovare una soluzione politica a tangentopoli” nonché a quello, immediatamente successivo, formalizzato con la nomina a vice direttore del dipartimento di amministrazione penitenziaria. Inoltre il teste sarà ascoltato anche in merito ai rapporti tra Francesco Di Maggio, il ministro Conso ed il Presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro.

Timori e contrasti al processo Mori
Successivamente sarà ascoltato anche l'ex caposcorta del giudice Di Maggio, Nicola Cristella.
Quest'ultimo, già sentito come teste al processo Mori-Obinu, dovrà riferire sui rapporti con l'ex vice Dap, sulle confidenze fatte da quest'ultimo in ordine a “pressioni politiche” concernenti la concreta applicazione della normativa prevista dall’art. 41 bis, e sui rapporti di frequentazione tra Di Maggio, Mori ed altri esponenti dei carabinieri e dei servizi di sicurezza.
L'esame al processo Mori, fu piuttosto faticoso e costellato di diversi “non ricordo” ed affermazioni imprecise e contraddittorie tanto che l'allora pm Antonio Ingroia si trovò a dover chiedere: “Nella sua reiterata 'resistenza’, ‘remora’ a non fare nomi è stato in qualche modo condizionato dalla paura di prendersi qualche denuncia per calunnia?”. La risposta dell'ispettore fu secca e decisa, “Si...”.
L’ispettore di polizia penitenziaria venne sentito dai pm di Palermo nel 2012 e da quelli di Firenze nel 2003. A quest'ultimi aveva detto: “Quanto alle frequentazioni che il Consigliere Di Maggio aveva in quel periodo anche in relazione al suo ruolo istituzionale, rammento che (Francesco Di Maggio, ndr) frequentava il Maggiore Bonaventura del S.I.S.De, l'attuale comandante del ROS Gen. Ganzer, il colonnello Ragosa della Polizia Penitenziaria con cui erano molto amici” (...) “La abituale frequentazione con il maggiore Bonaventura era accompagnata anche dalla presenza di un'altra persona con cui si vedevano spesso a cena tutti e tre, quasi tutte le sere: questa persona veniva all'appuntamento in motorino e se non ricordo male si tratta di un civile all'epoca anch'egli nei servizi segreti. In questo momento il nome di questa persona non mi sovviene”.
Al processo Mori però, quando è stato chiamato ad identificare lo stesso uomo in motorino, è entrato in confusione tirando in un primo momento in ballo un civile che lavorava nei servizi, poi dicendo che forse si trattava dello stesso Mori.
“Un altro contatto del Consigliere Di Maggio – aggiungeva sempre a Firenze - era con il capo di gabinetto La Greca e, in ambito ministeriale con le dr.sse Di Paola e Ferraro”. In fondo al verbale di Firenze vi è scritto che “in sede di rilettura” l'Ispettore Cristella precisava che “la persona precedentemente come commensale abituale del Consigliere Di Maggio e del Maggiore Bonaventura era il Colonnello Mori del ROS”. Nel verbale veniva evidenziato che però l'Ispettore “precisava che a questo punto è un po' più incerto sul fatto di chi dei due, se cioè Bonaventura o Mori, venisse all'appuntamento in motorino”. A distanza di 9 anni l’ispettore Cristella ha affrontato direttamente il tema del carcere duro con i pm di Palermo che lo hanno interrogato quattro mesi fa. “Io ricordo che a Di Maggio fu fatta una pressione per posticipare l’applicazione dei 41bis – ha esordito Cristella nel verbale – , cioè nel senso di aspettare, prima di applicare diciamo il 41bis gli chiesero se poteva ancora attendere, io questo lo ricordo”.
Alla domanda su chi esercitasse pressioni su Di Maggio l’ispettore ha tentennato: “… da quello che ho potuto capire, un politico siciliano, chi sia non lo so”. “…perché ebbe (Di Maggio, ndr), ebbe qualche telefonata da un politico siciliano che gli chiese esplicito se poteva attendere prima dell’applicazione del 41bis”. Dopo ulteriori tentennamenti legati alla paura di beccarsi una denuncia Cristella ha quindi fatto il nome del politico in questione: “Io dico, dico, dico di aver capito un certo Mannino…”. I pm gli hanno chiesto di capire se quel nome fosse venuto fuori nell’ambito di dialoghi. Cosa che Cristella ha confermato senza timori: “Lui ebbe con altri… credo i suoi soliti amici insomma…”. “I commensali? – hanno domandato i magistrati – Bonaventura, Mori e Ganzer?” “Si – ha replicato Cristella –, da lì poi si scatenò una, diciamo una guerra telefonica insomma che lui si imbestialì su questa storia qua, su questo…”. Alla domanda dei magistrati se tra le persone con cui si sfogava c’erano i commensali Cristella non ha manifestato dubbi: “Sicuramente, perché sicuramente i commensali erano abbastanza a conoscenza di questo, perché in quel periodo si incontrarono molto ma molto più spesso del solito”. “Con chi?” – hanno chiesto i magistrati. “Con Ganzer, Bonaventura e credo sia Mori l’altro. Si intensificarono, su parecchi fronti, anche con la dottoressa Ferraro…”. “Lui (Francesco Di Maggio, ndr) i suoi sfoghi li faceva anche con me, cioè nel senso la sera lo accompagnavo a casa insomma, salivo sopra, una sera per poco dà fuoco, dà fuoco all’appartamento perché comunque lui diceva: non possono chiedere a un figlio di un carabiniere di andare a patti con qualcosa che comunque era dall’altra parte”. 

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