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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Teresi: ''Arresto Riina frutto di un compromesso vergognoso''

teresi requisitoria trattativa 20180119“La trattativa è il frutto avvelenato di uno Stato debole che non sa annientare Cosa nostra”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
“L’arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e de Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell'azione dello Stato contro Cosa nostra". Riparte dalla cattura del boss corleonese Totò Riina (deceduto nei mesi scorsi) la requisitoria dei pm della Procura di Palermo al processo trattativa Stato-mafia. Il sostituto procuratore Vittorio Teresi, rivolgendosi alla Corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto, indica nell’arresto del Capo dei capi corleonese, avvenuto il 15 gennaio 1993, come lo snodo della seconda fase della trattativa. Secondo l’accusa Riina venne “consegnato” ai carabinieri dall’ala di Cosa nostra più vicina a Bernardo Provenzano in quanto ritenuto un “interlocutore" troppo intransigente.
“Riina voleva tutto e subito - ha detto Teresi - Lui aveva un’impellente necessità di riconquistare in Cosa nostra il proprio prestigio di capo assoluto che era stato messo in discussione dai detenuti al 41 bis. Ed è in questo periodo che Provenzano comincia a tessere la sua tela sottile di concisione e contrasto, di adesione al progetto stragista ma con tanti distinguo”.
Secondo l’accusa proprio Provenzano avrebbe consentito la cattura del compaesano con la complicità del Ros, con la consegna delle mappe dell’Amap da parte di Vito Ciancimino utili per l’individuazione del covo. Sono state dunque ricordate le dichiarazioni di Giuffré rispetto al convincimento in Cosa nostra che Riina fosse stato “venduto”.

La mancata perquisizione del covo
Si inserisce in questo contesto la mancata perquisizione del covo di via Bernini. “Su certi fatti - ha ricordato Teresi - nemmeno la sentenza di assoluzione ha fugato dubbi e perplessità. Si sono verificate delle modalità distoniche rispetto a quelle intenzioni investigative prospettate da Mori ed il capitano De Caprio (anche noto come “Ultimo”, ndr) dopo l’arresto di Riina. Se come hanno detto Mori e De Caprio la sospensione della perquisizione era utile per compiere indagini e disarticolare il circuito economico imprenditoriale di Riina non si capisce perché non si è pensato che quel circuito sarebbe stato confermato e dimostrato dai documenti che molto probabilmente sarebbero stati trovati nel covo”. Il pm ha ricordato il gran numero di “pizzini” rinvenuti nelle tasche e nel borsello di Riina al momento dell’arresto ed ha evidenziato le dichiarazioni di numerosi pentiti sull’abitudine che il capomafia aveva di scrivere, addirittura su un block notes, ed intrattenere corrispondenze. Tutti documenti che venivano “conservati in casseforti o in bombole di gas durante gli spostamenti”. “Quei documenti - ha ribadito Teresi - sarebbero sì stati utili al Ros per proseguire le indagini. La sentenza stessa di assoluzione parla di ‘rischio di devianza delle indagini che si è pienamente verificato’ con l’omessa perquisizione della casa”. Secondo Teresi quell’azione veniva messa in atto in quanto “non si voleva avere maggiori possibilità di investigate sul circuito economico di Riina e non si volevano trovare documenti imbarazzanti”. Poi ha aggiunto: “Per giustificare l’operato si è anche detto di evitare la perquisizione per verificare se nei giorni successivi sarebbe entrato qualche altro mafioso in quella casa. Se questa era l’intenzione allora perché dopo due ore dall’uscita di Riina è stato tolto l’intero apparato di controllo? Quando è finita la pantomima si è entrati in febbraio in via Bernini ed è stato disarmante trovare la villa ripulita completamente”.
“Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto - ha spiegato Teresi - E dopo la cattura di Riina e l'uscita di scena anche di Ciancimino le linee dell'accordo sono chiare e si passa ai fatti". "Così come per i carabinieri è fondamentale mantenere il segreto sulla cattura di Riina - ha aggiunto il magistrato - altrettanto è importante, per la mafia, che nulla trapeli sul fatto".

Il frutto avvelenato
Dopo l’arresto di Riina la trattativa, descritta da Teresi come “il frutto avvelenato di uno Stato debole che non sa annientare Cosa nostra”, prosegue in presenza di una doppia anima sia all’interno dello Stato che all’interno di Cosa nostra.
“A livello istituzionale c’è chi vuole affermare l’autorità dello Stato di diritto ma anche la posizione ufficiosa di chi quel muro lo vuole abbattere. E questa è una deviazione inammissibile ai doveri istituzionali e non è fisiologica ma fortemente patologica. La trattativa ed i risultati che ne sono susseguiti sono il frutto avvelenato di uno stato debole che non sa annientare Cosa nostra per l’addivenire di una convivenza basata sul patto di non belligeranza”. “Allo stesso tempo - ha continuato il pm - anche in Cosa nostra c’era una doppia anima. Una trattatista, disposta a rinunciare al ‘muro contro muro’ per ottenere qualche beneficio, ed un’altra di ‘duri e puri’ che continuavano quell’idea di Riina di avere tutto e subito”.

Foto © ACFB

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