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Processo trattativa Stato-Mafia

Ciancimino jr: ''Sull'arresto di Riina i carabinieri riconobbero il contributo di mio padre''

ciancimino aulabunker 20160212di Aaron Pettinari e Francesca Mondin

Udienza sospesa per un malore del figlio di don Vito
“Dopo l'arresto di Riina parlai con il capitano De Donno. Mi disse che da lì a poco, tramite il dottor Caselli, avrebbero preso atto di quello che era stato il cosiddetto contributo di mio padre, per quella cartina con le indicazioni delle utenze telefoniche e del gas che avevamo consegnato”. Riprende da qui l'esame di Massimo Ciancimino al processo trattativa Stato-mafia. Un'udienza lampo, a causa di un malore dello stesso teste-imputato, che ha comunque lasciato due novità sostanziali rispetto al passato. La prima proprio riguardo al riconoscimento del contributo che sarebbe stato dato dalle indicazioni di don Vito (e quindi di Provenzano, ndr) per la cattura del Capo dei capi. “Lui (De Donno, ndr) mi disse che se era stato preso era per merito di mio padre e per merito di Provenzano – ha raccontato ai pm – poi disse: 'ora vediamo la maniera di farti uscire (riferito a mio padre)'. Il discorso era questo ed è chiaro che lui conferma il contributo”.
La seconda novità riguarda poi una telefonata, che sarebbe sempre stata ricevuta dal capitano De Donno, dove fu suggerito alla famiglia Ciancimino di allontanarsi qualche tempo dalla città. “Io lo riferì, senza dire che il motivo erano le indicazioni per l'arresto di Riina, ai miei fratelli, Giovanni, Roberto e Luciana. Ci fu una discussione molto forte. – ha aggiunto Ciancimino jr – Solo a mia madre dissi che mio padre aveva fornito indicazioni utili per la cattura di Riina. Agli altri fratelli no perché già c'erano acredini dopo la storia del passaporto che secondo loro era un 'trappolone'. Così gli dissi solo che mio padre stava parlando con i carabinieri e che il motivo era quello. La mia posizione? Io ero favorevole”. Il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo ha anche ricordato le parole del padre al momento della cattura di Riina: “Quando lo andai a trovare a Rebibbia, nel '93, lui mi disse che alla fine i carabinieri avevano messo a punto il suo piano e che da lì a poco si aspettava un rilascio, visto che con Provenzano aveva lavorato duramente per questo”.
In precedenza, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo (in aula assieme al procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed il sostituto Francesco Del Bene) ha parlato del tentativo di contatto tra il padre e l'allora Presidente della Commissione Antimafia, Luciano Violante. “Mio padre chiese a Mori e De Donno un incontro riservato per avere sue garanzie con l’onorevole Violante. Voleva essere sicuro che Violante fosse a conoscenza della sua collaborazione”. A dirgli questo sarebbe stato proprio lo stesso don Vito. Da lui Ciancimino jr apprese anche che del fatto era stato messo a conoscenza il “signor Franco” ed il boss corleonese Provenzano. Quindi ha aggiunto: “Sia mio padre che Provenzano definivano Violante come l’uomo più potente del Parlamento in quel periodo di crisi istituzionale… Violante era colui che rappresentava qualcuno di certo e sicuro”.
Ciancimino jr ha sottolineato che di questo argomento ne parlò già nei primi interrogatori “quando raccontai dei rapporti politici che mio padre voleva intrattenere durante la trattativa…sono stato io a dire che Violante era il perno per mio padre”. E ancora: “Dalla stampa appresi che Violante era stato sollecitato dalla deposizione e aveva chiesto di poter essere ascoltato perché gli avevo risvegliato la memoria. A lui come ad altri”.
Alla domanda del pm se ci fu una risposta alla richiesta di don Vito, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo ha detto: “Ci furono vari incontri a tal proposito… Personalmente ricordo che sono andato a portare a mano una lettera a palazzo San Macuto. Me l’hanno protocollato all’ingresso. Era indirizzata a Violante.” Poi “ho letto nella stampa che questa busta è stata smarrita e poi ritrovata dopo due anni”.
Il teste-imputato, tornando a parlare del tentativo di incontro con Violante, ha voluto evidenziare che la richiesta “era per un incontro riservato” anche perché non c'era bisogno di intermediari per andare alla Commissione antimafia. “Da quando mio padre è stato implicato per mafia - ha ricordato Ciancimino jr - ha chiesto ad ogni Commissione parlamentare antimafia di essere sentito ma nonostante fosse l’unico politico condannato mai nessuna Commissione antimafia lo ha interrogato”.
L'esame si è poi interrotto a causa del malore improvviso del figlio di don Vito. Lo stesso, finita l’udienza, sul proprio Facebook ha voluto rassicurare sul proprio stato di salute: “Scusatemi, ho provato la pressione è tanta, una serie di provvedimenti e misure cautelari che non hanno mai avuto seguito giudiziario, hanno determinato l'accentuarsi di una forma già di per se acuta di Labirintite. Non ultimo tre anni e tre mesi di massacro per una misura di prevenzione mai erogata ed ingiustamente inflittami dalla Dottoressa Saguto, misura che ha comportato più 1.700 controlli notturni”. Ed infine: “Non mi fermo, non ci fermeranno, come promesso a Voi Tutti andrò avanti. Grazie sempre per il Vostro caloroso sostegno”.

Il processo riprenderà la prossima settimana, in trasferta a Milano il 18 e 19 febbraio, per gli esami di Cartotto e Monticciolo. Quello di Massimo Ciancimino riprenderà invece il 3 marzo.

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