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Back Sei qui: Rubriche Giorgio Bongiovanni In Calabria noi diciamo No alla 'Ndrangheta

Giorgio Bongiovanni

In Calabria noi diciamo No alla 'Ndrangheta

Solidarietà al pm Giuseppe Lombardo e ad i magistrati della Dda di Reggio Calabria
di Giorgio Bongiovanni

Il processo ‘Ndrangheta stragista, che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria ormai dal 2017, è alle sue battute conclusive. Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto e rappresentante dell’accusa, oggi inizierà la requisitoria in cui verranno ripercorsi gli elementi emersi nel corso delle indagini e del procedimento che ha avuto luogo in questi anni.
Un processo complicato che vede come imputati il boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, attualmente al 41 bis e fedelissimo di Totò Riina, e il boss ‘ndranghetista Rocco Santo Filippone, legato alla potente cosca calabrese dei Piromalli di Gioia Tauro.
In questi tre anni il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha ricostruito la sanguinosa stagione stragista degli anni Novanta, evidenziando come nel progetto di “attacco allo Stato” era coinvolta non solo Cosa Nostra (come si pensava fino a poco tempo fa), ma anche la ‘Ndrangheta. In effetti la criminalità organizzata calabrese divenne parte integrante del progetto con gli attentati tra la fine del 1993 e la fine del 1994 in cui morirono i due carabinieri Fava e Garofalo e dove altri restarono feriti.
Del resto il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ricordando l’incontro al bar Doney a Roma con il boss Giuseppe Graviano, riporta che quest’ultimo insistette con l’attentato all’Olimpico per “dare il colpo di grazia”, perché “i calabresi si erano mossi”.
A parlare di questi rapporti sono numerosi pentiti (Giovanni Drago, i fratelli Nicola e Dario Notargiacomo, Pino Francesco, ecc.) che inseriscono la criminalità organizzata calabrese anche all’interno di un “progetto politico”. Consolato Villani, per esempio, killer dei carabinieri all’epoca diciassettenne e oggi collaboratore di giustizia ha parlato delle riunioni del 1991 dove le varie organizzazioni criminali, secondo le dichiarazioni, parlarono di “un progetto politico” da attuare ricorrendo “ad uomini nuovi per formare un partito che fosse espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al successo elettorale attraverso una campagna terroristica” e dove sarebbe stato presente anche l’onorevole ex parlamentare del Pdl, più volte nelle fila di Forza Italia, Amedeo Matacena jr, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2013, oggi latitante a Dubai.
Già nel processo Trattativa Stato-Mafia erano emersi questi rapporti e anche nel dibattimento calabrese si è seguita questa pista, attraversando gli anni delle stragi fino ad arrivare al progetto separatista (Sicilia Libera), all’abbandono di quest’ultimo e alla scelta finale, a detta di diversi collaboratori, di appoggiare unitariamente Forza Italia.
Del progetto e delle stragi ha parlato da ultimo anche il boss catanese Giuseppe Di Giacomo, che ha riferito dell’esistenza di un direttorio in Cosa Nostra quanto in Calabria. Quest’ultimo era, a detta del pentito, l’organo di vertice della criminalità organizzata italiana, il “livello supremo”.
Protagonista assoluto delle ultime udienze invece è stato il boss Giuseppe Graviano che si è lasciato interrogare dal magistrato Lombardo per poi richiudersi un’altra volta nel silenzio. L’imputato nelle sue dichiarazioni avrebbe affermato di “un imprenditore di Milano che aveva interesse che le stragi non si fermassero”, degli incontri avvenuti “almeno tre volte” con Berlusconi durante la sua latitanza e degli investimenti fatti dalla sua famiglia sui settori dell’edilizia e delle televisioni Mediaset.
Si sono inoltre affrontati altri elementi che erano già emersi in altre attività di indagine, che il procuratore aggiunto Lombardo aveva compiuto e che erano confluiti già in altri procedimenti (Gotha, Breakfast, Mamma Santissima ecc.). Ciò che emerge è l’esistenza di un livello invisibile delle organizzazioni criminali, che vede un intreccio perverso tra mafie, segmenti della politica, della imprenditoria e della massoneria. Di questo ne hanno parlato Giuliano Di Bernardo, ex Gran maestro della massoneria e il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio.
Per tutti questi elementi il processo ‘Ndrangheta stragista può essere definito un processo scomodo, così come scomodo è lo stesso Giuseppe Lombardo.
Come è sempre successo nella storia del nostro Paese i veri servitori dello Stato, soprattutto quelli che toccano gli interessi degli alti livelli del potere, vengono delegittimati e isolati. Spesso gli stessi cittadini non conoscono nemmeno la loro esistenza.
Per questo motivo vogliamo essere presenti nel corso della requisitoria e lo saremo attraverso il sit-in organizzato il 10 luglio davanti al Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria nel Piazzale Gaeta alle ore 9.30, per seguire e sostenere da vicino l’ultimo giorno di requisitoria del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. Perché non vogliamo che la storia si ripeta, non vogliamo che ci siano altre stragi e altre trattative Stato-Mafia. Ad esse noi diciamo no, senza se e senza ma. Per questo saremo tutti vicini a Giuseppe Lombardo e ad i magistrati della Dda di Reggio Calabria.

OVVIAMENTE,
l'evento tiene conto delle prescrizioni previste dal DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI del 17 maggio 2020 recante ulteriori misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da COVID-19.
Laddove, alla lettera i), si dice che "lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche è consentito soltanto in forma statica, a condizione che, nel corso di esse, siano osservate le distanze sociali prescritte e le altre misure di contenimento, nel rispetto delle prescrizioni imposte dal questore ai sensi dell'articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.


L'evento facebook.com/events/198657514819579

DOSSIER Processo 'Ndrangheta stragista

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