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Processo 'Ndrangheta stragista

'Ndrangheta stragista, Lombardo spiega il ''Sistema criminale'' e la ''strategia politica''

"Piena coerenza con la strategia stragista". Compenetrazione tra mafie, massoneria e apparati deviati
di Aaron Pettinari

Per poter comprendere il contesto criminale e politico in cui si devono collocare gli attacchi ai carabinieri avvenuti tra il 1993 ed il 1994 è necessario fare un passo indietro e spostare le lancette del tempo al 1991.
E' in quell'anno che il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, ha individuato, proseguendo la requisitoria nel processo 'Ndrangheta stragista, un momento chiave nel corso della storia, criminale e politica.
Infatti è proprio nella metà del 1991 che avranno luogo, da Enna alla zona di Monza, passando per Nicotra, Polsi, e Lamezia Terme, una serie di riunioni che evidenziano come vi sia una "piena coerenza tra la strategia stragista e la strategia politica di chi aveva organizzato le stragi: Cosa nostra, la 'Ndrangheta ed altre componenti dello stesso sistema. C'era la necessità di integrare la loro componente programmatica con ulteriori esperienze che non necessariamente avevano fatto e di individuare nuove referenze in grado di trasformare il sistema politico in un sistema di potere per innestare i propri interessi".
Nella prima metà del 1991, dunque, si era sviluppata un'idea per cui l'argomento elettorale autonomista potesse far presa e "per questo motivo - ha ribadito il pm - si decise di sostenere i primi movimenti indipendentisti: la Lega Meridionale, Sicilia Libera e Calabria Libera (quest'ultima antesignanamente nata il 19 settembre 1991, ndr)".
Una fase che, secondo la ricostruzione di Lombardo, ha una data di scadenza nel settembre del 1993 quando, dopo le elezioni amministrative che videro la vittoria del Pds guidato da Achille Occhetto, il "Sistema criminale" volgerà il proprio sguardo in un'altra direzione. "Il panorama politico fra l’autunno del 1993 e la primavera del 1994 in Italia, è un panorama che potete ricostruire agevolmente sulla base del materiale in vostro possesso - ha ricordato il magistrato - ma abbiamo un Pds che ha vinto le amministrative dell’autunno del 1993. Io ricordo gli interventi di Occhetto che si sentiva già presidente del Consiglio. E se andate a vedere le date delle amministrative del ‘93 in cui il rischio comunista in Italia non è finito, troverete che coincidono con gli incontri di cui ci parla Calabrò Giuseppe nella campagna di Rosarno, località Acque bianche, nella disponibilità dello zio Rocco Filippone. Abbiamo un autunno destinato alle amministrative in cui il Pds riceve consensi tali da far ragionevolmente presumere che alle politiche del '94 uscirà vincitore e governerà l’Italia. Quando il sistema di cui parliamo ha capito che il rischio era alto, non ve lo devo dire io cosa ha fatto e a quali risultati è arrivato. E non devo dirvelo io che la storia politica e partitica si incrocia con le esigenze dell’alta mafia, che andavano a coincidere. La riunione di Lamezia Terme, e sono coincidenze che non possono essere tali, è antecedente alle amministrative di quei mesi. Il risultato particolarmente significativo di quell’appuntamento cambia determinati scenari”. Secondo Lombardo, dunque, da quel momento si era capito che muoversi sul fronte separatista non avrebbe dato frutti. E sarebbe esattamente quello il periodo in cui vengono abbandonati i progetti separatisti per virare "pesantemente" su Forza Italia.
E il motivo, come spiegato da Gaspare Spatuzza ed altri, è perché si ritenne “di aver avuto sufficienti garanzie da un nuovo soggetto politico”.

Il "contributo" di Pittelli le “dichiarazioni di voto” di Piromalli
I riscontri a riprova che anche la criminalità organizzata calabrese avesse condiviso il nuovo orizzonte politico il procuratore aggiunto reggino non ha ricordato solo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma anche due episodi estremamente chiari nella loro semplicità. Il primo è datato nel tempo, quando don Peppino Piromalli, in un processo a Palmi il 24 febbraio 1994, prese la parola per esprimere la propria "dichiarazione di voto" ("Voteremo Berlusconi! Voteremo Berlusconi!").
"Cosa c’entra questa affermazione?" si è chiesto Lombardo con ironia. La risposta si è ricavata in un'intercettazione del 20 luglio 2018 che ha protagonista un ex parlamentare di Forza Italia: l’avvocato Giancarlo Pittelli. "Lui fa un’affermazione telegrafica - ha ricordato il pm - in cui parlando con due soggetti ad un certo punto, commentando un articolo sul processo trattativa Stato-Mafia, racconta che 'la prima persona che Dell’Utri contattò per la formazione di Forza Italia fu Piromalli di Gioia Tauro'". Non solo. "Pittelli, dopo aver detto che 'Berlusconi è fottuto', rimarca che ci sono due mafiosi numeri uno in Calabria. Il riferimento è a Giuseppe Piromalli, detto Pino facciazza e Luigi Mancuso".

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Licio Gelli © Imagoeconomica


Le leghe meridionali
Il percorso di ricostruzione degli eventi proposto alla Corte d'Assise (presieduta da Ornella Pastore) trae forza dalle dichiarazioni di svariati collaboratori di giustizia. Tra questi vi è Tullio Cannella, colui che in Sicilia fu responsabile proprio del progetto separatista di Sicilia Libera che ha raccontato anche dei "contatti con personaggi di 'Ndrangheta". Contatti che non sono solo stati di tipo "ideologico", ma anche per "affari di alto livello che vengono gestiti insieme per creare le premesse di un sistema che si autoalimenta e gestisce capitali di grande rilievo".
Non solo. Cannella, sentito in svariate sedi, ha spiegato quella che era l'idea leghista-meridionale ispirata da Licio Gelli e a cui aderirono le componenti mafiose. Secondo Lombardo, però, il progetto andava anche oltre la figura del Maestro Venerabile della P2. "Lo abbiamo compreso ascoltando il vice segretario della Lega Meridionale Antonio D'Andrea - ha ricordato - Accanto alla figura di Gelli, che ricorre in alcune vicende, ci dice D’Andrea ci sono ispiratori che vanno oltre la sua figura. E loro sono riconducibili a quel separatismo che veniva approfondito quale tema politico anche da pezzi del vaticano, quale quel monsignor De Bonis, segretario dello Ior di Marcinkus. La stagione stragista ha una portata più ampia rispetto a Licio Gelli. Gli episodi hanno a che vedere con simboli ecclesiastici che devono essere valorizzati".
E' per questo motivo che nel corso delle indagini e nel processo si è operata una rilettura di atti, documenti e dichiarazioni che alcuni collaboratori di giustizia avevano già fatto in tempi non sospetti.
Tra questi vi sono anche le dichiarazioni rese tra gli anni novanta e duemila dai collaboratori di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca ed entrate in processi come l’omicidio di Vico Ligato, l’ex presidente delle Fs, caduto nel corso della seconda guerra di ‘ndrangheta, nell’agosto del 1989, o l'inchiesta della Dda di Palermo, Sistemi Criminali. Entrambi riferiscono sull'esistenza di soggetti “che svolgevano l’alto compito di figure cerniera fra diversi mondi ed indicavano l’avvocato De Stefano, l’avvocato Paolo Romeo, l’onorevole Ligato e accostando questi nomi alla figura di Licio Gelli. Questi frequentava, attraverso uomini a lui legati, il territorio reggino”.

Mafia e massoneria, le parole di Giuliano Di Bernardo
Cannella condivise il progetto separatista anche con don Vito Ciancimino, l'ex sindaco Dc di Palermo, che invitò, senza mezzi termini, lo stesso a rivolgersi alla massoneria calabrese, “l'unica talmente potente affinché quel progetto potesse avere qualche possibilità di riuscita”.
C'era dunque un rapporto stretto tra mafia e massoneria.
Gioacchino Pennino, ex massone e collaboratore di giustizia, non solo confermava quanto riferito da Leonardo Messina sull'esistenza della Cosa unica, tra 'Ndrangheta e Cosa nostra, ma inseriva entrambe in un contesto più ampio di “un unico comitato di affari” in cui le componenti mafiose dialogavano con componenti di matrice diversa. Anche perché "Cosa nostra, 'Ndrangheta e le altre componenti mafiose nazionali non sono mai state soltanto organizzazioni di tipo mafiose disgiunte da contesti massonici di alto livello".
Il dichiarato di Pennino su questi “circuiti di potere” si incrocia con quello del Gran Maestro del Goi, Giuliano Di Bernardo le cui dichiarazioni, secondo il pm, sono “roboanti” nella misura in cui si “rappresenta un ruolo della massoneria nella strategia di attacco allo Stato”.
Lombardo, rivolgendosi alla Corte, ha messo in fila una serie di fatti volti a dimostrare come la 'Ndrangheta non si sia affatto inserita nel contesto stragista solo all'ultimo momento, ma abbia preso parte da tempo ad una serie di azioni “eversive e politiche”. E' in quel contesto che Barreca aveva inserito i sequestri di persona. Ed è in quel contesto che entra anche il progetto separatista.

di bernardo giuliano c by fanpage

Giuliano Di Bernardo


La via del nord
Un ruolo importante all'interno delle dinamiche di questo grande Sistema criminale, ha spiegato Lombardo, lo ha avuto il gruppo dei Papalia. “Si tratta di un nome evocato più e più volte - ha ribadito - Nino Fiume in particolare, ma anche altri collaboratori, ci parla del Consorzio, che vede al suo vertice Antonio Papalia come prestanome di Mico Papalia, che rappresenta il crocevia di quelle grandi mafie che si muovevano nel territorio dove i grandi affari dovevano programmarsi ed essere eseguiti. Un parallelismo terminologico con quegli 'imprenditori del nord' di cui ci parla Giuseppe Graviano”. Come già fatto alle scorse udienze è stato ricordato più volte che proprio a Papalia si sarebbero rivolti i Servizi segreti suggerendo di rivendicare la morte dell'educatore carcerario Umberto Mormile, nell'aprile del 1990, con la sigla famigerata della Falange Armata. Ed è lungo la via del nord, in quel di Milano, che “si innestò il cosiddetto progetto separatista” con i Papalia che rappresentavano la componente di 'Ndrangheta ionica.

Gli invisibili
Partendo da alcune intercettazioni dell'operazione “Bellu Lavuru”, passando per gli elementi acquisiti nelle inchieste “Mammasantissima” e “Gotha” Lombardo ha evidenziato come all'interno della 'Ndrangheta vi è una sorta di doppia dimensione: una visibile ed una invisibile. “Quella che conta - ha ricordato il magistrato ricordando le parole di un boss a sua moglie - è quella invisibile; quella che prende le decisioni. E non può esistere una 'Ndrangheta invisibile se non vi è la visibile”. Un concetto che vale anche all'interno della massoneria, così come ha ricordato il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, massone di alto livello ma anche uomo di fiducia dei Molé nel porto di Gioia Tauro. “C'è questo parallelismo. Virgiglio distingue nella massoneria quello che si vede e quello che non si vede spiegando che i 'sussurrati all'orecchio' sono quelli che contano davvero”. Tracce che si intrecciano con il dichiarato di Di Bernardo il quale ha raccontato che, nonostante la legge Anselmi, si è solo “sciolta una sigla, ma non si è intaccata la sostanza della loggia P2. Tanto che i veri elenchi della P2, sostiene Di Bernardo, non sono stati trovati”.
Di fronte ad un passato che ritorna a più riprese Lombardo si è domandato con forza: “E' questa una storia che, in un Paese civile, è degna di essere raccontata? Possiamo raccontare ai nostri figli che noi la P2 l'abbiamo sconfitta e poi ascoltare che a distanza di quasi 30 anni da quel provvedimento di scioglimento è venuto meno l'intento? Possiamo farci prendere in giro in maniera così palese?”. La risposta è stata altrettanto ferma: “Non è degno di un Paese civile accontentarsi di queste spiegazioni e per questo cerchiamo di valorizzare chi ha avuto il coraggio di dichiarare, davanti una Corte, che il lavoro fatto è importante ma che quello che rimane da fare lo è ancora di più. Per non fermarci alla rimozione delle insegne che lasciano inalterato il cuore del potere in cui si innestano le componenti mafiose”.

Foto di copertina © ACFB

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