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Back Sei qui: Dossier Processo 'Ndrangheta stragista Graviano atto terzo: ''Dell'Utri è stato tradito''

Processo 'Ndrangheta stragista

Graviano atto terzo: ''Dell'Utri è stato tradito''

Il boss di Brancaccio continua a parlare nel processo 'Ndrangheta stragista, ma glissa sulla "cortesia"
"Berlusconi in debito. Nel 2016 volevo ricordarglielo"
di Aaron Pettinari

"Umberto Adinolfi doveva essere scarcerato e gli chiesi una gentilezza: avvicinare persone vicine a Berlusconi per ricordargli il suo debito. Doveva rispettare i patti”. Intervenuto in videoconferenza dal carcere di Terni Giuseppe Graviano è tornato a fare il nome dell'ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Come avvenuto nelle scorse udienze, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha chiesto spiegazioni su alcuni colloqui intercettati durante il passeggio che il capomafia siciliano faceva con il camorrista Umberto Adinolfi, nel carcere di Ascoli Piceno.
Nel solito gioco di "messaggi multipli", tra il "dico" e "non dico", ha raccontato la sua verità.
Il motivo di quel contatto, a suo dire, era per far valere gli impegni economici presi in precedenza. "C'erano soldi che mio nonno aveva consegnato a Silvio Berlusconi, all'inizio degli anni Settanta - ha ribadito - Si era stabilita la percentuale del 20 per cento da allora in poi. E io non volevo fare brutta figura con l’impegno di mio nonno verso quelle persone a Palermo che avevano partecipato all'investimento".
Ma vi era anche un'altra esigenza, ovvero "ricordare che, mentre mio cugino era morto io ancora sono vivo".
Come a ribadire che il "conto", da parte sua, può essere sempre presentato.
Tanto che ancora una volta il boss stragista ha ribadito l'esistenza di una carta scritta che proverebbe quel rapporto, anche se non sarebbe stato mai formalizzato l'ingresso ufficiale in società.
Di questo non avrebbe parlato con Adinolfi "perché non c'era la necessità".
Ciò non avrebbe impedito alla famiglia Graviano di riscuotere tanto che "di tanto in tanto a mio cugino Salvatore arrivavano dei soldi: 500 milioni di lire, 300 milioni. E lui li investiva, a Palermo e in altre parti d'Italia. Aveva dato 600 milioni per comprare dei magazzini, affare che poi non si concretizzò. E investì nell'Iti caffè".
Nell'ultima udienza, invece, aveva fatto riferimento a venti miliardi di lire che sarebbero finiti a "Milano 3, e nelle televisioni Mediaset".
Sulla carta privata il boss ha poi aggiunto: "La teneva mio cugino: nel 2002, quando stava per morire, sua moglie mi mandò una lettera perché lui voleva parlarmi. E' andato mio fratello, ma lui voleva parlare con me. Forse, voleva dirmi dov'era la lettera".

“Cortesia” rimandata
L'unico momento in cui Graviano ha perso la propria loquacità, trincerandosi dietro la "solita" impossibilità nel sentire tutte le registrazioni dei colloqui avvenuti tra il 2016 ed il 2017, è stato sulla domanda diretta del pm in merito al riferimento sulla "cortesia" che "Berlusca" gli avrebbe chiesto. Il dialogo è quello famoso del 10 aprile 2016. "Berlusca ... mi ha chiesto questa cortesia... per questo è stata l'urgenza dì ... come mai questo qua ... ine ... poi che successe? ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni ... in Sicilia ... (...) lui voleva scendere... però in quel periodo c'erano i vecchi... (...) lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa".
Il boss di Brancaccio in un primo momento ha abbozzato una risposta confusa: "La bella cosa è scendere in politica. Poi c'erano le persone del nord che volevano una cosa di... poi c'è il fermo di questi imprenditori che a Napoli non hanno fatto la cortesia perché erano contro queste cose. Ed i vecchi forse si riferisce a Stefano Bontade che aveva paura che gli sequestravano il figlio". Poi, quando il pm ha evidenziato l'illogicità della risposta, ha glissato: "Quando sento la conversazione le risponderò. In questo momento no. Questa trascrizione non la ho". Negli stessi termini ha risposto quando è stato chiesto di spiegare un altro passaggio in cui parlava di "B".
Non solo. Non ha voluto dare spiegazioni su chi sia il "Giovanni, che sa le cose" a cui si riferisce in un altro dialogo ("Non esiste Giovanni, sarà un altro nome. E' un ragazzo che era detenuto con me che è stato scarcerato"). Ugualmente alla domanda su chi fosse "l'aggancio buono" di Adinolfi per arrivare a Berlusconi ha risposto: "Non mi faccia fare il nome. E' uno che non c'entra niente. Era una cortesia per far arrivare il messaggio". Poco chiaro è stato anche nella spiegazione dell'intercettazione in cui dice "quando è venuto a bussare". Il riferimento sarebbe sempre a Berlusconi: "Non so se riferisce al fatto di non subire ritorsioni alle aziende. Sarà questo il motivo".

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Infine Dell'Utri
Se nelle scorse udienze il "grande assente" era l'ex senatore Marcello Dell'Utri stavolta il nome lo ha fatto per ribadire che anche lui è stato "tradito" e "danneggiato" dall'ex Premier. Come?
"Ha fatto leggi che hanno danneggiato anche lui e tutti i detenuti al 41 bis. Per non fare uscire noi dal carcere, ha iniziato a fare leggi. Dell’Utri è stato condannato”. Nel suo flusso di coscienza il capomafia di Brancaccio dimostra di conoscere la sentenza "che non ho letto ma mi hanno raccontato. E' stato condannato solo fino al 1992, poi non hanno creduto a Spatuzza”.
Certo è che per la Cassazione Dell’Utri è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra l’ex premier e Cosa nostra almeno fino al 1992. A Palermo, la Corte d'Assise del Processo trattativa Stato-mafia afferma nelle motivazioni della sentenza che quei rapporti tra l'ex senatore ed il clan sono proseguiti anche negli anni successivi, proprio grazie al legame con il capomafia di Brancaccio. Ma siamo solo al primo grado di giudizio.

Il concepimento dei figli
Altro argomento affrontato durante l'esame odierno quello del concepimento di suo figlio e quello di suo fratello Giuseppe, nati durante la loro detenzione al 41 bis.
Nelle intercettazioni registrate nell'ambito dell'inchiesta del processo trattativa raccontava alla sua "dama di compagnia" che la donna era stata fatta entrare in carcere ed aveva dormito con lui. Ma quelle parole le ha completamente disconosciute: "Mia moglie non è mai entrata in carcere, nella cesta della biancheria. Forse, parlavo di mio fratello, che venne messo nella mia stessa cella. Non posso raccontare come andò, ci fu solo un momento di distrazione degli agenti ma mia moglie non è mai entrata in carcere".
E al pm Lombardo che vorrebbe capire se quella "distrazione" può essere inserita all'interno di un contesto di favori fatti in ambito carcerario ha risposto: "La politica non c'entra in questa situazione, questa intercettazione non risponde alla realtà. Non racconterò mai a nessuno come ho concepito mio figlio, dico solo che non ho fatto nulla di illecito, ci sono riuscito ringraziando anche Dio e sono rimasto soddisfatto. Non ho chiesto alcuna autorizzazione, ma ho approfittato della distrazione degli agenti Gom".

Proclamata innocenza e nuovi messaggi
Certo è che da buon capomafia Graviano ha allontanato da sé ogni accusa, a cominciare dalle stragi ("Sono innocente ho una dignità, una serietà, non dico bugie"). Del resto non essendo un collaboratore di giustizia non ha certo l'obbligo di autoaccusarsi di ogni reato. Anzi, può anche mentire.
Ancora una volta è tornato a puntare il dito contro "le leggi incostituzionali, perché la corte costituzionale li sta dichiarando incostituzionale”.
E il riferimento all'ergastolo e al 41 bis è chiaro. Secondo Graviano tutte "leggi fatte per non farci uscire dal carcere, dopo che ci hanno accusato delle stragi".
Quindi è tornato a lanciare i suoi messaggi all'esterno. Dapprima descrivendo il suo arresto come un "progetto che è stato voluto da più persone". Poi aggiungendo: "Dopo essere stato arrestato ogni giorno ricevevo visite, e non so se venivano registrate. C’erano carabinieri, poliziotti. E alla fine mi hanno detto: ‘Ora la accuseremo per tutte le stragi d’Italia, da qui non uscirà più. E poi ho ricevuto l’ordinanza di custodia cautelare di Roma”.
Nel proseguo delle domande il pm Lombardo ha più volte sottolineato le continue lamentele del capomafia sul regime carcerario rivolte solo "ad alcuni politici". Un dato che evidenzia che le rimostranze non erano soltanto legate a questioni economiche.
Graviano non ha confermato, ma neanche smentito facendo riferimento ad alcuni episodi avvenuti tra la fine del '99 e l'inizio del 2000: "Io non ho fatto né trattative né patti. Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici. Alcuni politici più garantisti, a loro dire. Invece di mantenere gli impegni presi con mio nonno hanno fatto leggi ingiuste, vergognose e incostituzionali che sono state fatte. Tanto è vero che l'Italia non fa altro che prendere sempre multe dalla Corte europea per i diritti dell'uomo. Il 41 bis? E' normale che stiamo male al 41 bis ma io non piango e non faccio la vittima. Io lotto per quello che mi permette la legge. Sul 41 bis, sul 4 bis, o l'ergastolo io cerco di infilarmi sulla mia condizione con chiunque, di sinistra o di destra, che possa portare a compimento questa situazione".
Infine Graviano ha anche detto di sapere perché avrebbe subito tutto questo: "Per non farmi uscire dal carcere perché sono rimasto io solo che sono a conoscenza di questa situazione perché mio cugino è morto". Ma poi ha anche voluto tranquillizzare tutti: "Possono mettermi anche sottosopra ma non dirò niente. Se vogliono aspettare quello che dico...".
Il processo è stato rinviato al prossimo 21 febbraio quando, salvo imprevisti, si concluderà anche l'esame del difensore di Graviano, Giuseppe Aloisio, ed il controesame delle parti civili.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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