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Processo 'Ndrangheta stragista

'Ndrangheta stragista, Lombardo: ''Graviano non ha parlato a caso''

"Cosa nostra e 'Ndrangheta, una 'cosa unica' per un disegno eversivo"
di Aaron Pettinari

"C’è una fase, iniziata dopo le stragi in Continente, in cui tutte le attenzioni vanno verso i carabinieri. Cosche di ‘Ndrangheta che hanno dato mandato a Calabrò e Villani di seminare terrore. Le famiglie coinvolte, contrariamente a quanto si può credere da una lettura distratta, non sono solo le famiglie della Piana di Gioia Tauro, Piromalli-Molé e Filippone". E' una traccia chiara quella che emerge nel corso dell'udienza odierna del processo 'Ndrangheta stragista. Passo dopo passo il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha sintetizzato quelli che saranno i quattordici punti principali della sua requisitoria (che proseguirà il 3-il 6 e il 7 luglio per poi concludersi il 10, ndr). Alle parole del collaboratore di giustizia Antonino Fiume nel corso del processo si sono aggiunte quelle del pentito catanese Di Giacomo che ha fatto un chiaro riferimento alle élite della 'Ndrangheta e ai sette soggetti di vertice che la rappresentano. Di quella struttura, ha ricordato Lombardo, vi facevano parte, Pino Piromalli, Peppe De Stefano, Pasquale Condello, Franco Coco Trovato, Nino Pesce (Rosarno, ndr), Luigi Mancuso e Peppe Morabito.
"Quella partecipazione alla strategia stragista, da parte della 'Ndrangheta nella sua parte finale - ha ribadito il procuratore aggiunto reggino - è un dato di enorme rilievo. Lo è nella misura in cui quella parte finale ha connotazioni particolarissime e che hanno a che fare con l'intreccio tra situazioni criminali di altra natura".

Le stragi nella storia
Secondo Lombardo c'è un parallelismo tra le tempistiche criminali e quelle politiche che in determinati anni hanno scandito la vita della Nazione. Proseguendo nell'analisi dei quattordici punti chiave della requisitoria (i primi dedicati in particolare alla rivisitazione delle sentenze dei processi contro gli esecutori degli attentati ai carabinieri) c'è una domanda che merita una risposta: quei delitti contro i carabinieri, a completamento e a prosecuzione di un progetto determinato, fu chiesta da chi?
La risposta, secondo il pm, si può ricavare anche nelle parole di uno degli imputati, Giuseppe Graviano, che per più di un'udienza ha scelto di sottoporsi all'esame. Quello del boss di Brancaccio è stato definito come un "contributo dichiarativo enorme, liberamente reso su temi che lui stesso ha introdotto". "Noi - ha ribadito Lombardo - non siamo chiamati a trarre qui le conclusioni su questi aspetti, ma non possiamo fare finta che Graviano non abbia parlato". Il magistrato ha evidenziato il valore delle parole del capomafia siciliano sin dalle intercettazioni registrate in carcere tra il 2016 ed il 2017 durante i colloqui con la "dama di compagnia" Umberto Adinolfi: "E' proprio Graviano a dirci che quanto da lui detto in quelle conversazioni 'è tutto vero'. Le affermazioni fatte in quelle intercettazioni sono devastanti. Se ragioniamo su quei contenuti la ricostruzione che si sta facendo diventa dimostrato.scorta civica reggio calabria in viaggio Quello che Graviano ha detto l'ha poi confermato in questa aula. Quindi abbiamo tutto quello che ci serve rispetto al tema di prova". Il boss di Brancaccio, videocollegato da Terni, nell'ascoltare l'esposizione del magistrato ha preso più volte appunti. In alcuni momenti ha mostrato un certo nervosismo, alzandosi in piedi mentre Lombardo ricordava episodi come la morte di Antonino Gioé e i contenuti della sua lettera-testamento. Nel mentre un gruppo di rappresentanti di Scorta civica, provenienti da Palermo, ha voluto manifestare il proprio sostegno e solidarietà al pm calabrese e alla Dda di Reggio Calabria che ha condotto il processo.

scorta civica reggio calabria aula

© ACFB


Il disegno eversivo
Tornando a parlare dei delitti contro i carabinieri (un duplice omicidio e due tentati omicidi), si è ricordato come questi si inserivano all'interno di un "piano logico, un disegno eversivo peculiarmente terroristico" dove il nemico non era definito. L'attacco alle istituzioni in quanto tali trasformava chiunque avesse addosso una divisa dei carabinieri in un potenziale bersaglio.
Tra i contributi dichiarativi di rilievo, in cui si fa riferimento al disegno eversivo, inserito in un contesto più ampio, vi è quello di Pasquale Nucera, di recente tornato in carcere.
L’ex collaboratore di giustizia, con un passato nella cosca ‘ndranghetistica Iamonte e nella Legione straniera e poi nelle schiere della destra, diventando vice coordinatore di Forza Nuova per la provincia di Imperia, ha raccontato delle riunioni, avvenute nel 1991 a Polsi, in cui si parlava del progetto eversivo stragista per la sostituzione di una classe politica. "Abbiamo rivisitato dei collaboratori di giustizia che erano stati buttati nella spazzatura - ha detto Lombardo - Un soggetto che era collocato in una posizione molto alta delle articolazioni territoriali del clan Iamonte. Noi non abbiamo voluto risentirlo prima del processo, ma abbiamo preso le sue dichiarazioni del 1995 ai magistrati di Firenze e Caltanissetta. Quel progetto fu oggetto di una riunione in cui, ci dice, colloca anche l'onorevole Matacena, poi parlamentare di una determinata compagine politica. C'era la volontà di indurre a cedimenti le forze dell'ordine e creare le condizioni per arrivare ad una nuova classe politica". "La domanda che dobbiamo porci - ha proseguito - è se quei fatti riferiti sulle riunioni del settembre 1991 e se certi fatti siano accaduti o meno. Il dato storico è che questo sia incredibilmente avvenuto in un'epoca successiva alle dichiarazioni di Nucera".

La ristrutturazione degli equilibri di potere
Proseguendo la propria analisi il magistrato reggino ha evidenziato come quella strategia, nell'ottica di Cosa nostra e 'Ndrangheta, era "servente" per una "vera e propria ristrutturazione di equilibri di potere che in quegli anni si stavano rimodellando".
"Ciò che spinge la consumazione di delitti come la strage di Capaci, di via d'Amelio, l'uccisione di Salvo Lima, quello che succede nel 1993 è frutto di un'unica deliberazione, frutto di strategie pensate da soggetti di altissimo spessore intellettuale deviato e non da un insieme di stupidi".
"Quando si decide di accelerare o rallentare non dipende dal caso - ha ribadito con forza Lombardo - quando si decide di indicare un obiettivo, con le medesime caratteristiche, non dipende dal caso. E i tre episodi per cui noi siamo competenti in questa sede non avvengono in un periodo qualsiasi".
Il pm ha anche ricordato l'utilizzo costante nelle rivendicazioni di una sigla, quella della Falange armata, che ha caratterizzato tanto le stragi di Cosa nostra quanto gli omicidi dei carabinieri.
Quindi, proseguendo nell'analisi sul contesto storico, Lombardo ha anche allargato l'orizzonte al cambiamento politico a livello internazionale: "Dopo il 1989-1990 era in corso una fase storica nuova di grande rilievo. Si assiste ad un mutamento storico geopolitico. C'era la fine della guerra fredda, la caduta dei blocchi contrapposti e le mafie hanno la necessità di ricollocare il loro ruolo di fronte quello scenario mutato. E' questo quello che accade tra il 1990 ed il 1994 e lo dimostra la storia, prima delle acquisizioni si determinano nuovi equilibri politici interni in questo Stato. E Giuseppe Graviano, nel suo esame, si riferisce a accadimenti storici che hanno una grande rilevanza. Ed io sono convinto che Graviano non lo ha fatto per caso. Un esempio? Laddove dice che lui, già nel 1992, sapeva della nascita di Forza Italia".
Nei primi anni Novanta, dunque, le mafie erano chiamate a superare i blocchi della prima repubblica.
"Le mafie - ha proseguito Lombardo - avevano capito che modificandosi lo scenario a livello internazionale e nazionale, anche per merito di Mani Pulite, bisognava muoversi per tempo individuando nuovi referenti politici. Perché niente sarebbe stato più come prima. Comprendevano che non c'era più da fidarsi, perché i vecchi componenti politici non erano più in grado di mantenere le promesse. Il sistema politico stava collassando. Tra il 1992 ed il 1994 l'egemonia politica, anche per effetto delle inchieste giudiziarie, si sciolse e trasformò radicalmente lo scenario nazionale. In Italia accadde quello che non avvenne nelle altre nazioni europee. E di fronte ai cambiamenti le mafie si rimodellano".

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Giuseppe Graviano in una foto d'archivio


Proseguendo nella discussione, ripercorrendo quanto emerso dalle inchieste e nel corso del processo, il pm ha evidenziato l'esistenza di una "serie di strategie mafiose" che non hanno solo "una matrice politica in senso stretto" e che si inserisce in un contesto in cui "la paura di perdere potere, e non contare più nulla, sconvolge anche alcuni apparati istituzionali".
"In questa Nazione - ha ribadito Lombardo - si sono mosse, a fianco alle mafie, una serie di forze che nel contatto con le mafie diventano mafiose. In quel periodo storico c'è stato il tentativo di mantenere inalterato un sistema che si era stabilizzato in molti anni. Un sistema formato da una serie di soggetti, alcuni buoni e alcuni cattivi, che doveva impedire un ruolo di peso al cosiddetto blocco comunista. Ecco perché tutta quella parte di istruttoria dedicata alle leghe meridionali, alle operazioni Stay Behind, al ruolo di Gladio". Un sistema che venne destabilizzato nel momento in cui venne rivelata l'esistenza dal Presidente del consiglio dei ministri nell'ottobre 1990 e in cui venne svelata l'esistenza di una serie di operazioni che erano diventate "pericolose nel momento in cui potevano essere usate per fini anti democratici". Ciò avvenne in un momento delicato, in cui il maxi processo contro Cosa nostra si avviava verso la conclusione e al contempo crollavano i riferimenti politici che essa invocava per arrivare ad una soluzione favorevole di quel giudizio.
Quindi Lombardo ha passato in rassegna una serie di elementi emersi grazie alle testimonianze di figure di primissimo piano come l'ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, sulle manovre attorno al Sismi e la Settima divisione, o il Gran Mesetro del Goi Giuliano Di Bernardo.
"Di quel periodo - ha ricordato Lombardo - sono una serie di iniziative politiche rispetto un progetto di sostituzione dei referenti politici per arrivare ad immaginare nuove componenti a cui affidare il ruolo che in passato avevano avuto altre forze: Calabria libera, Sicilia libera, la Lega meridionale di ispirazione piduista. Abbiamo avuto dichiarazioni sul ruolo di Gelli e componenti del Vaticano che si trovano in una situazione delicata".

La 'Ndrangheta che si fa massoneria
Lombardo ha definito come "sconvolgenti" le parole dette in aula dall'ex Gran Maestro del Goi: "In una nazione normale avrebbe provocato decine e decine di pagine di cronaca giudiziaria. E' mai possibile che questo stato è così assuefatto alle devianze? Giuliano Di Bernardo è venuto a raccontarci in pubblica udienza che il vertice del Goi, e quindi la più importante obbedienza massonica nazionale, era totalmente controllato dalle mafie. E cosa ha aggiunto poi, dando uno schiaffo a chi dice che la 'Ndrangheta è una mafia di serie B? Di Bernardo ha accertato che 28 logge su 32 erano controllate dalla 'Ndrangheta, cioè la 'Ndrangheta era diventata 'alta massoneria'. Ma non una massoneria qualsiasi, ma una massoneria con il riconoscimento inglese. E Di Bernardo, quando si reca in Inghilterra dal duca di Kent che, candidamente, gli dice di essere a conoscenza di quei dati perché lo apprende dai servizi di sicurezza".
E' questo lo scenario sconvolgente che è emerso in questi tre anni e poco più di processo.
Dichiarazioni che avrebbero fatto sobbalzare una Nazione intera. Perché Di Bernardo ha anche raccontato del tentativo del Venerabile Licio Gelli di rientrare nella massoneria del Goi, barattando la "vera lista della P2", affermando quindi che la lista rinvenuta a Castiglion Fibocchi non è completa.

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Roma, 29 novembre 1989. Licio Gelli © Imagoeconomica


La "cosa unica"
La stagione delle stragi, dunque, non può essere considerata come il semplice frutto della decisione di un capo mafia.
Ma c'è un disegno unico tra "cugini" siciliani e calabresi che dimostra come le due organizzazioni criminali, in realtà, non sono altro che la "stessa cosa". Sul punto sono state ricordate le parole del collaboratore di giustizia Leonardo Messina e di Gioacchino Pennino. "Messina, uno degli ultimi collaboratori di giustizia sentiti da Paolo Borsellino nel luglio 1992, quando fu convocato il 4 novembre 1992 dalla Commissione parlamentare antimafia, afferma che il movimento separatista doveva essere portato avanti in tutte le regioni in cui c'è Cosa nostra, e la prima regione che nomina è la Calabria. Per poi aggiungere che noi (inteso le mafie, ndr) siamo una cosa unica".
"Cosa nostra non è la mafia siciliana - ha ricordato Lombardo -, ma è molto di più. E' il sistema criminale le cui componenti di vertice sono la mafia siciliana e la 'Ndrangheta calabrese. Vogliamo far finta che queste dichiarazioni dei collaboratori di giustizia non ci siano? Vogliamo far finta che i collaboratori non ci hanno raccontato che Paolo De Stefano e Peppe Piromalli sono Cosa nostra? Che Francesco Onorato non ha raccontato che morti loro sono Cosa nostra Pino Piromalli, detto 'Facciazza', e Luigi Mancuso? Si può anche far finta di questo, ma andiamo contro risultanze inequivocabili".
Da questi elementi il pm trae gli elementi di quel confronto che vi fu tra la componente siciliana e quella calabrese sul progetto stragista evidenziando la "coincidenza" di date tra la riunione di Enna (tra giugno 1991 e settembre 1991) e quella di Polsi. "Riina, spiegando il progetto, dice che tutto quello che si farà da quel momento in poi nella stagione stragista dovrà essere rivendicato come Falange armata. La stessa sigla che aveva utilizzato la 'Ndrangheta per uccidere Umberto Mormile (educatore carcerario, ndr) nell'aprile 1990. A chi vogliamo raccontare che quella sigla non sia stata utilizzata all'interno della stessa componente mafiosa? Quella non era una sigla dei De Stefano in Lombardia o di Papalia, ma una sigla del sistema mafioso. Certo che queste strutture criminali hanno una vita autonoma, ma le componenti di vertice di queste strutture criminali entrano stabilmente in contatto tra loro quando c'è da decidere su strategie che vanno oltre l'ordinario". E l'attacco alle istituzioni dello Stato sono certamente un fatto straordinario. Anche per questo diventa importante il processo 'Ndrangheta stragista. Perché rimette assieme i pezzi su una serie di fatti che non sono affatto slegati tra loro che portano anche ad altri episodi come la morte del giudice Scopelliti ("La stagione stragista inizia nel giugno 1991 e non nel marzo del 1992. E su questo non aggiungerò nient'altro per ragioni evidenti" ha detto Lombardo rivolgendosi alla Corte), o il decesso di Antonino Gioé, il boss di Altofonte morto suicida (?) in carcere a Rebibbia nell'estate 1993. Il magistrato, infatti, non ha potuto non evidenziare come nella sua lettera-testamento lo stesso chiede scusa per tutto quello che disse nel covo di via Ughetti a Palermo, durante la latitanza. Una missiva in cui chiese scusa, oltre che ai familiari, al boss Mico Papalia. Non uno qualunque, ma un soggetto che, assieme al fratello Antonino Papalia, aveva rapporti diretti con uomini dei Servizi segreti deviati che, a detta dei pentiti, avrebbero suggerito di rivendicare l'omicidio Mormile proprio con la sigla "Falange Armata".
Il processo calabrese, dunque, diventa un anello di congiunzione fondamentale su misteri e segreti d'Italia che va ben oltre la morte dei carabinieri. E la ricostruzione del procuratore aggiunto è solo all'inizio.

Foto di copertina © ACFB

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