di Giorgio Bongiovanni

“A Palermo è più facile che un mafioso passi per la cruna di un ago che un anti mafioso entri nel regno dei cieli”. Con queste parole Saverio Lodato, sulle pagine di questo giornale, analizzava lo “stato dell'arte” della lotta alla mafia a Palermo.
Una battaglia che trentuno anni dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio non può essere delegata alla sola autorità giudiziaria (magistrati e investigatori) impegnata nel contrasto e nella ricerca della verità sulle stragi.
Oggi più che mai la questione giustizia è inestricabilmente connessa con la questione sociale ed anche per questo, sempre come ricordava Lodato, “forse sarebbe giunta l’ora che i bilanci pubblici di quelle associazioni che da anni percepiscono fondi statali per aiutare le iniziative antimafia, venissero facilmente e comprensibilmente resi noti, con relativi rendiconti, per un bisogno di trasparenza che non va mai trascurato”.
Oggi c'è una buona fetta di Palermo (e non solo) che non ne può più di “cerimonie, sfilate e passerelle”.
Lo si è visto in maniera chiara e limpida il 23 maggio quando giovani studenti, semplici cittadini e rappresentanti di varie sigle riunite in un coordinamento (Cgil, Our Voice, Agende Rosse, ANTIMAFIADuemila e altre associazioni tra organizzatori ed aderenti) sono scesi in piazza al grido “Fuori la mafia dallo Stato”.
Una manifestazione “fastidiosa” per la cosiddetta “cerimonia ufficiale”, al punto da generare un “provvedimento fascista” (disposto dalla Questura su input prefettizio) che ordinava il divieto di ingresso in via Notarbartolo, di fatto impedendo ad “eretici” e “dissidenti” di onorare i martiri (Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo) e far sentire la propria voce.
Il tutto in nome di discutibili motivi di ordine pubblico, nonostante accordi presi, prima e durante il percorso.
Quei giovani e quei cittadini che si sono fatti largo al primo cordone per far valere quei diritti sanciti dalla Costituzione all'articolo 17 (“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”) e all'art.21 ("la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure" e "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione"), sono stati fermati e manganellati in maniera scandalosa.
Così come scandalosa era la partecipazione alle commemorazioni di soggetti sostenuti da condannati per mafia comi e Totò Cuffaro e Marcello Dell'Utri (entrambi hanno scontato la pena). Un argomento che era stato proprio denunciato dall'ex giudice Alfredo Morvillo, fratello di Francesca.
Appena un anno fa, quando la città di Palermo respirava ancora il clima delle elezioni amministrative, la posizione di entrambi gli uomini politici era stata pubblicamente ritenuta idonea da qualche eminente professore universitario.
Un fatto, caduto nel disinteresse generale, ma che vale la pena ricordare.
Nei giorni scorsi, a sua volta, l’ex presidente della sezione Gip di Palermo Gioacchino Scaduto, intervenuto su La Repubblica, in maniera chiara e netta rappresentava come fosse inaccettabile dare patenti di verginità politica a uomini compromessi con la mafia.
Nelle sue parole veniva messo in evidenza il "corto circuito" istituzionale che si è creato nel corso del tempo laddove l'impegno contro la mafia è stato sostituito dalle "passerelle", cioè "la sfilata in bella vista di varie autorità, locali e non solo, non sempre portabandiera di valori antimafiosi” in cui “troppo spesso, si pavoneggiavano soggetti che, finita la guerra e sconfitta quella stragista, mostravano con i loro comportamenti di non essersi pienamente affrancati da quell'altra più subdola mafia”.
“Come è possibile immaginare - si chiedeva ancora Scaduto - che quella parte di società civile che ha effettivamente militato e si è sottratta alla cultura e subcultura mafiosa possa accettare, senza manifestare il suo dissenso, che un sindaco, eletto con l’appoggio, mai rifiutato, di Salvatore (Totò) Cuffaro, condannato per favoreggiamento di Cosa nostra, e di Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, salga sul palco a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta?”. Di fronte a certi fatti “non basta certo rifugiarsi dietro l’affermazione del 'dovuto rispetto per le istituzioni'. Le istituzioni non sono, infatti, un’entità astratta ma sono o dovrebbero essere lo specchio dell’anima di un popolo”.
L'analisi di Scaduto era stata preceduta da un intervento di un gruppo di palermitani che, dopo aver commentato i fatti del 23 maggio, con grande schiettezza rivolgevano proprio a Cuffaro un invito: “Collabori in pieno con lo Stato nella ricerca della verità e racconti poi pubblicamente, a coscienza aperta, quali tentazioni ha provato, quali gravissimi sbagli ha commesso e quali non vorrebbe mai più commettere in merito al rapporto quanto mai insidioso tra l'esercizio di un ruolo politico e la pressione nefasta degli interessi mafiosi”.
Il Paese ha bisogno di una coscienza critica rinnovata. Ed anche per questo va rivisto tutto.
Tuttavia, di fronte agli scandali, l'antimafia si divide tra chi fa finta di non vedere e quella che, diversamente, vuole schierarsi per portare avanti un vero cambiamento.
Oggi, intervistato da Il Fatto Quotidiano, Vittorio Teresi, ex magistrato e Presidente del Centro Studi Paolo e Rita Borsellino di Palermo, da una parte ha lanciato l'allarme sul rischio di chiusura del centro, fortemente voluto proprio da Rita Borsellino. Dall'altra ha sottolineato la necessità di un'antimafia critica, distante dalle parate istituzionali: “L’antimafia ha bisogno di una voce critica di chi si è sempre opposto alla logica mafiosa e soprattutto di chi fa antimafia nel territorio. Quando nell’antimafia si sono infiltrate le istituzioni a dire la loro sull’antimafia sociale c’è stata una distonia, quando invece è rimasta alle associazioni le cose sono andate bene”. E poi ancora: “La retorica antimafia è figlia delle passerelle, produce un’attività vuota che non lascia traccia. E non solo… Temo che incida negativamente sulle coscienze, dando dell’antimafia un’immagine episodica e soltanto evocativa di fatti del passato”.
Esattamente ciò che non sembra aver capito Maria Falcone e che non sembra capire anche Gian Carlo Caselli, quando, sempre qualche giorno fa, pur affermando il proprio “basta” alle cosiddette “zone grigie”, invitava Morvillo e la signora Falcone a “superare le tensioni”. Il problema è ben più vasto del “ritrovarsi” in un “comune sentire su temi di fondamentale importanza per il futuro della democrazia”. L'impegno contro il “malaffare” (così come lui l'ha chiamato) non può essere lasciato alle sole parole.
E quei tanti giovani scesi in piazza lo scorso 23 maggio hanno ricordato a tutti proprio questo aspetto.
A proposito cosa pensa Gian Carlo Caselli (con cui in passato abbiamo condiviso tante battaglie e percorsi) delle manganellate fasciste ricevute da studenti e cittadini a Palermo nel giorno della memoria di Falcone?
Forse ci è sfuggito il suo commento e ci auguriamo che possa presto far sentire la propria voce anche sul punto aggiungendosi a quelle voci che hanno condannato quell'azione di censura all'espressione del libero pensiero.
Perché, come ha detto il pm Nino Di Matteo, con quelle manganellate è stato "mortificato un sogno di giustizia e verità".
Sul punto si sono espressi anche ex magistrati, ex giudici, familiari vittime di mafia, giornalisti, insegnanti. Persino l'ex Presidente del Senato Pietro Grasso seppur con qualche giorno di ritardo dai fatti, ha espresso la propria solidarietà  affermando “che non bisogna impedire di manifestare nel nostro Paese anche il dissenso”.
L'ex Procuratore generale di Palermo, ed oggi Senatore, Roberto Scarpinato, ha ufficialmente presentato un'interrogazione parlamentare e precedentemente aveva sottolineato la gravità del fatto ("Quello che è successo ieri, cioè l‘elezione di Chiara Colosimo alla presidenza della commissione Antimafia, è stato il pendant di quello che è accaduto a Palermo. Non era mai successo che la polizia caricasse dei giovani e degli studenti che volevano arrivare fino all’albero di Giovanni Falcone per evitare che potessero disturbare autorità che parlavano sul palco, come il sindaco di Palermo Lagalla, che è stato eletto coi voti di Dell’Utri”).
Ancora condividiamo quanto scritto da Saverio Lodato in questo giornale: “Ben vengano le divisioni” in questo tempo.
Perché “in una città intrisa di mafia come Palermo, che trasuda politica clientelare e affaristica da tutti i suoi pori, pronta a salire sul carro vincente del momento, abituata a fare spallucce di fronte a ogni idea di radicale cambiamento, vivere tutti, uniti e contenti, non significa altro che condannare la città al suo ruolo di città, socialmente parlando, terminale e irriscattabile”.

Foto © Pietro Calligaris

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