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Libertà per Julian Assange! Erano tanti i giovani, gli attivisti e i giornalisti che la scorsa domenica erano presenti al sit-in a sostegno del giornalista, attualmente detenuto ingiustamente a Londra. L’evento, organizzato da Francesco La Turraca del Comitato No Guerra No NATO in Piazza Castello, si è tenuto nel centro storico della metropoli torinese. 
Gli interventi dei membri delle varie associazioni hanno ripercorso la vita e la storia di Julian Assange, a cominciare dalla nascita di Wikileaks e dalle pubblicazioni dei primi documenti di guerra fino  alle ingiustizie subite in sede processuale, ai depistaggi, alla distorsione delle prove e alla richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti d’America.
Tra i tanti sono intervenuti anche gli attivisti e gli artisti del movimento Our Voice, che da tempo a fianco di altre associazioni, prima fra tutte Italiani per Assange, protestano per lo stato di detenzione di Assange. “A quanto pare dire la verità è un crimine”, ha detto Carlotta Mortarino, giovane attivista torinese del movimento, affermando che “la libertà di informazione e la libertà di parola sono principi che dovrebbero essere garantiti da tutte le democrazie”.
Gennaio scorso, prima dell’uscita della sentenza della corte inglese, l’associazione giovanile si era schierata in prima linea a difesa del giornalista con la creazione di una Challenge e la pubblicazione del video intitolato #AChairForAssange e ispirato all’opera d’arte “nothing to say” di Davide Dormino. Albert Ifrim, protagonista del video, ha ricordato a Torino come il lavoro di Assange abbia scardinato la macchina propagandistica degli Stati Uniti che ha coperto crimini efferati e guerre di interesse nel mondo. “Sono circa 400 mila i file riservati” resi pubblici della piattaforma Wikileaks fondata dal giornalista australiano, che hanno portato alla luce i “200 mila civili iracheni uccisi durante la guerra in Iraq”, le 900 persone detenute senza alcun processo a Guantanamo (la prigione statunitense sull’isola di Cuba) e tra questi addirittura 22 bambini e infine la messa a disposizione di porti, aeroporti e altri sevizi logistici per “l’impero” statunitense da parte del governo Berlusconi nel 2003. “Lavoro di ogni giornalista”, ha detto l’artista, “è raccogliere informazioni, elaborarle e poi pubblicarle. E Julian Assange ha fatto proprio questo pubblicando i file sulla sua piattaforma, senza passare le informazioni a governi di altri paesi, come invece gli USA sostengono. Gli Stati Uniti vorrebbero incriminarlo per spionaggio utilizzando l’Espionage Act, una legge del 1917, e costringendolo a 175 anni di carcere se riuscissero a farlo estradare”. 
Sono stati molti, lo ricordiamo, i segreti rivelati da Wikileaks al grande pubblico, tra i quali anche i veri motivi della guerra in Libia contro Gheddafi. 
Infatti dalle mail pubblicate di Hillary Clinton è emerso come Gheddafi stesse accumulando ingenti riserve d’oro per creare una nuova valuta panafricana basata sul denaro d’oro libico che avrebbe sostituito il Franco CFA. Una moneta quest’ultima completamente gestita dalla Banca di Francia e che tuttora vincola fortemente le economie delle ex-colonie francesi in Africa. Questo grave problema di sottomissione economica venne affrontato dettagliatamente anche da Mohamed Konarè, leader del movimento Panafricanista.


Di fronte ad anni di accuse mediatiche e giudiziarie, isolamento e ingiuste condanne con la persecuzione di Julian Assange, ha precisato Serena Ferrario dell'associazione Italiani per Assange, “si vuole creare un precedente” per intimidire tutta la categoria dei giornalisti - fatto, questo, molto grave. 
In effetti, Assange, a causa della sua battaglia per l’informazione libera, “è stato perseguitato prima in Svezia e poi in Inghilterra”, ha affermato l’attivista Marco Gaidino Rambaudi di Our Voice. “Rifugiatosi per ben 7 anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra”, ha continuato, “veniva regolarmente spiato dalla società privata di security UC Global per conto della CIA e del governo americano. Con la salita al potere in Ecuador di Lenin Moreno, il giornalista australiano è stato ‘ceduto’ alle autorità britanniche nel 2019. Da allora si trova in isolamento in un carcere di Londra”.
Julian è quindi per noi tutti “un simbolo non tollerato dal potere! Un potere che vuole far passare guerre, torture e uccisioni di civili come segreto di stato!”, ha proseguito.
Anche grazie al lavoro di altri giornalisti conosciamo oggi cosa è accaduto dietro a molti conflitti: fatti oscurati dalla propaganda statunitense e occidentale. Tra questi, ha ricordato l’attivista, “le armi chimiche e batteriologiche di Saddam, che in realtà non sono mai esistite (conflitto in Iraq - 2003), gli attacchi chimici di Assad contro la sua popolazione, che poi si è scoperto essere opera dei ribelli siriani (i famosi caschi bianchi siriani, in realtà miliziani dell’ISIS, supportati dalla coalizione a guida statunitense) (conflitto in Siria - 2011), la rivoluzione arancione ucraina, poi rivelatasi un colpo di stato di gruppi neonazisti appoggiati dai servizi segreti americani (conflitto in Ucraina - 2004) e infine i talebani afghani, praticamente pastori armati di Kalashnikov, che non sarebbero i soli machiavellici registi della potente rete terroristica internazionale Al-Qaida (conflitto in Afghanistan - 2001)”.
Ciò che inoltre lascia interdetti è che Assange è un cittadino australiano e non statunitense, ma nonostante questo gli USA vogliono a tutti i costi applicare il loro diritto nazionale anche a cittadini di altri paesi. “Se prima Julian veniva acclamato dai media, col passare del tempo i maggiori giornali, come il Washington Post e il The Guardian, hanno iniziato a screditarlo” ha detto l’attivista Serena Ferrario. “Pochi i colleghi che lo hanno sostenuto”, ne sono un esempio la giornalista d'inchiesta Stefania Maurizi con i suoi libri sul caso e il giornalista e conduttore televisivo Riccardo Iacona con il reportage su Assange andato in onda nella trasmissione Presadiretta su Rai3. Per la Ferrario siamo di fronte ad un potere assoluto, svincolato, cioè “un potere che commette crimini ma che poi non risponde di quello che fa, quindi si erge al di sopra di ogni legge”. Oggi, nell’era moderna, il popolo ha la possibilità di vagliare l’operato dei propri governi, ma per fare ciò c’è bisogno di un’informazione che solo giornalisti liberi e onesti posso offrire. “La posta in gioco è molto alta”, ma la battaglia di Julian Assange “riguarda noi tutti”.  
“Nel mondo ci siano giornalisti liberi che lottano per la verità”, ha affermato in ultimo Salvatore Bova, membro del gruppo Agende Rosse Torino, sottolineando come il compito della società civile sia proprio quello di sostenerli, perché senza libertà d’informazione non può esserci democrazia. Inoltre, ha detto il Professor Bova, non bisogna dimenticarsi che “in Italia ci sono ancora magistrati liberi ed indipendenti”, che lottano per la giustizia e la democrazia del proprio Paese.
La verità e la giustizia sono principi che devono essere perseguiti giorno dopo giorno affinché l’indifferenza non li faccia svanire. Julian Assange è un giornalista che con il suo lavoro e il suo sacrificio rappresenta in pieno questi valori. È un dovere di tutti noi scendere in campo per queste persone coraggiose, perchè “le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano” come disse Martin Luther King, carismatico leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani. 
Alla fine del sit in, nella piazza torinese la pioggia ha lasciato il posto al sole, forse un segno di speranza per chi lotta ogni giorno per un mondo migliore.

Foto © Roberto Pisana

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