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Back Sei qui: Dossier Processo trattativa Stato-Mafia Trattativa: Ciancimino jr e quella (severa) condanna al teste chiave

Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa: Ciancimino jr e quella (severa) condanna al teste chiave

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Cade l’accusa di concorso esterno, resta in piedi quella di calunnia aggravata


Tra le storiche condanne di oggi, una indubbia peculiarità è rappresentata dalla decisione della Corte di Assise nei confronti di Massimo Ciancimino: assolto dall’accusa di concorso esterno, ma condannato a otto anni per quella di calunnia aggravata. Un sanzione indubbiamente severa.
Resta però un’ombra pesante su quel riferimento di Vito Ciancimino all’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Come va interpretato quell’accostamento del super poliziotto, amico di Giovanni Falcone, al misterioso “Signor Franco” e a tutti i segreti ad esso collegati? Chi c’è dietro il sig. Rosselli e quella contraffazione grafica che è costata l’arresto al figlio di don Vito? Misteri destinati a rimanere ancora irrisolti.
La posizione giudiziaria di questo importantissimo teste-imputato è alquanto complessa. Dopo la condanna definitiva per detenzione di esplosivo gli è stato revocato l’indulto che gli era stato concesso dopo una sentenza di condanna per riciclaggio. Di fatto è attualmente detenuto. Già condannato due volte in primo grado per calunnia: tre anni e mezzo per le minacce dell’agente dell’Aisi Rosario Piraino che i giudici non hanno ritenuto provate. E sei anni per le sue accuse nei confronti dell’ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci indicato come il trait d’union tra Vito Cianciminio, Bernardo Provenzano e il fantomatico “signor Franco”, l’uomo cerniera tra Stato e mafia.
A tutt’oggi resta intatto un dato oggettivo: Ciancimino jr è colui che ha dato un input determinante a questo processo. Che nessuno voleva. Lo Stato in primis. La decisione della Corte di Assise in merito alla posizione di Massimo Ciancimino riguarda quindi un uomo che con le sue dichiarazioni ha gettato una pietra nello stagno melmoso di questo Paese. I giudici hanno evidentemente accolto la ricostruzione del pm Nino Di Matteo. Che, durante la sua requisitoria, parlando del figlio di don Vito, lo aveva definito “un testimone importante, un teste privilegiato”. Di Matteo aveva sottolineato con forza che il contributo dichiarativo di Ciancimino jr non doveva essere “esaltato o preso come 'oro colato'”, ma nemmeno “pregiudizialmente cestinato buttando via il bambino insieme con l'acqua sporca”, in quanto andava “vivisezionato e valutato con approccio laico”. Il pm aveva di seguito rimarcato che “diverse sue dichiarazioni risultano riscontrate dalle parole di altri soggetti,
collaboratori di giustizia e non”.
Nelle sue dichiarazioni spontanee del 22 febbraio scorso Massimo Ciancimino aveva voluto ribadire un concetto ben chiaro: “Non c'è mai stato dolo nel voler accusare il De Gennaro. Se mi avessero consegnato una foto di mio padre che si incontrava con il conte Vaselli, modificata a photoshop, l'avrei comunque consegnata perché ero consapevole di per sé che il fatto era vero. Ed io quando ho visto quel biglietto con la scritta di mio padre nel documento agli atti del processo non ho pensato che non fosse reale”. Una linea difensiva netta, fortemente sostenuta dai legali del figlio di don Vito, Roberto D’Agostino e Claudia La Barbera. Quest’ultima aveva evidenziato che lo stesso Massimo Ciancimino, quando aveva parlato di De Gennaro, lo aveva fatto “nell'ambito di quello che suo padre aveva definito il quarto livello, il grande architetto, gli uomini pericolosi tra cui il padre inseriva proprio l'ex prefetto”. E che quindi lo stesso Ciancimino jr aveva riferito “dei rapporti con il conte Romolo Vaselli,intimo amico e socio occulto del padre Vito. Rapporti che lo stesso De Gennaro ha confermato in aula all'udienza preliminare”.

Quel “papello” così discreto
Il “papello” di Riina? Tutte balle! Quello che ha raccontato Massimo Ciancimino? Tutte minchiate! Ecco l’estrema sintesi della tesi degli avvocati dei principali imputati in totale sintonia con quella di tutti i detrattori di questo processo. Ma se mettiamo in fila una serie di dati oggettivi non può che saltare agli occhi una singolare “coincidenza”. Alcune delle richieste di Cosa Nostra si sono realizzati a tutti gli effetti e in altri casi ci si è andati pericolosamente vicino. L’elenco è decisamente inquietante: dai mancati rinnovi di oltre 300 decreti di 41 bis nel '93, ai numerosi disegni di legge per la revisione dei processi che si sono susseguiti negli anni, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, le numerose proposte di abolire l’ergastolo, le sistematiche manovre al Dap per favorire la “dissociazione” dei mafiosi in maniera indolore, gli indulti estesi ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (che comprendevano ad esempio il voto di scambio), la legge a dir poco ambigua che stabilizzava il 41-bis rendendone di fatto più facili le revoche, la norma che svuotava il sequestro dei beni mafiosi prevedendo la possibilità di metterli all’asta (facendo in modo di farli ricomprare dai prestanome dei mafiosi), gli scudi fiscali sul rientro dei capitali sporchi in forma anonima e via dicendo. Come se quel famoso “papello”, molto “discretamente”, avesse condizionato – o tentasse di condizionare ancora – i programmi di governo di ogni colore. Alla faccia di chi accusava Massimo Ciancimino di avere detto “minchiate”!

La promessa
“Ho giurato su mio figlio – aveva dichiarato Ciancimino jr all’udienza del 26 settembre 2013 concludendo le sue dichiarazioni spontaneeun figlio che amo, e che spero un giorno possa essere orgoglioso di me e non vergognarsi come ho spesso fatto io per mio padre”. Per poi concludere questo giuramento nei confronti del figlio e di Salvatore Borsellino con parole esplicite: “E’ proprio a loro e per loro che ho deciso che non avrei fatto marcia indietro rispetto alla ricerca della verità ed intendo mantenere fede a questo impegno”. Che senza ombra di dubbio ha sortito l’effetto di risvegliare dal letargo i tanti smemorati di Stato letteralmente terrorizzati dal potenziale esplosivo delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino riportate nell’intervista a Panorama del 19 dicembre 2007. Quelle dichiarazioni avevano rotto uno spesso muro di omertà. Uno dopo l’altro, alcuni tra i principali protagonisti di quegli anni di stragi, erano corsi alla Procura di Palermo chiedendo di essere ascoltati dai magistrati. Folgorati sulla via di Damasco? Un misero tentativo – figlio di una mera codardia – di giocare in anticipo, prima di ricevere le citazioni come persone informate sui fatti che da lì a poco sarebbero state spedite da Palermo? Certo è che quegli stessi personaggi – attraverso la loro becera reticenza materializzata in tanti “non ricordo” o “non sapevo” sciorinati ai pm – hanno dimostrato una caratura morale decisamente peggiore di quella del figlio di Vito Ciancimino. Che, per quanti errori può aver commesso, ha dimostrato di aver lottato per mantenere una promessa fatta in primis a suo figlio. Una promessa che in un Paese di pavidi, ricattatori e opportunisti come il nostro diventa un corpo estraneo in questa (oscena) storia italiana. Che – a partire dalle storiche condanne di oggi – può finalmente avere un finale diverso.

Foto © Ansa

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