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Giorgio Bongiovanni

Stato-mafia, Massimo Ciancimino: un capitolo ancora da chiudere

ciancimino aulabunker ucciardonedi Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
“Ho giurato su mio figlio, un figlio che amo, e che spero un giorno possa essere orgoglioso di me e non vergognarsi come ho spesso fatto io per mio padre… Un impegno assunto anche con l'ingegnere Borsellino, una persona splendida, di cui non ho mai pensato un attimo nella vita di poter essere considerato dallo stesso come amico, troppe forse le diversità di origine e la voglia di tanti di strumentalizzare il tutto, una persona che nell'immensa voglia di far luce sulla morte del fratello un giorno superando ogni comprensibile pregiudizio ha deciso di conoscermi, mi ha dato un'opportunità, ebbene questa opportunità la voglio cogliere cercherò di non deluderlo, ed è proprio a loro e per loro che ho deciso che non avrei fatto marcia indietro rispetto alla ricerca della Verità ed intendo mantenere fede a questo impegno”. Il 26 settembre 2013 Massimo Ciancimino aveva concluso così le sue dichiarazioni spontanee al processo sulla trattativa. Parole forti di un testimone, ma soprattutto di un padre, rimbalzate tra le pareti dell'aula bunker solo pochi anni fa.
L'impegno di Ciancimino jr è destinato a proseguire domani davanti alla Corte di Assise attraverso la sua deposizione. Che, mai come in questo momento, è determinate per riportare in superficie un pezzo di storia che si vuole cancellare a tutti i costi.
A futura memoria.
G.B. e L.B.

L’avvio della trattativa*

Già a giugno del 1992, con l’inizio della trattativa, Don Vito pretende di sapere dagli ufficiali del ROS per conto di chi operassero. “Mi ricordo – dice Massimo Ciancimino in aula (nel 2010, al processo Mori-Obinu, ndr) – che la prima risposta fu che di questa operazione era stato informato il loro diretto superiore il generale Subranni”. Ma per don Vito non è sufficiente. Benché i due fossero alti in grado non potevano essere così sprovveduti da intavolare un patto con Riina, garantendo un trattamento legislativo di favore per le famiglie dei latitanti. Un’operazione che avrebbe comportato un forte rischio umano anche per i carabinieri. Don Vito decide così di chiedere lumi a un personaggio che segue costantemente ogni passaggio della trattativa, il “Signor Franco”. Un uomo proveniente dal mondo dei servizi segreti, e che dagli anni ’70 affianca don Vito nel suo cammino politico. L’ex Sindaco lo interroga su chi realmente potrebbero rappresentare i militari dell’Arma e la risposta giunge precisa. Di questa iniziativa – rivela Massimo Ciancimino – “erano stati informati i ministri Rognoni e Mancino”. Informazione che, secondo il testimone, viene confermata anche dagli stessi militari, dopo che don Vito manifesta loro le sue conoscenze riservate. Provenzano da una parte, il “Signor Franco” dall’altra rappresentano per Don Vito “una specie di costante equilibrio e bilancia”. Anche prima di accettare il dialogo con il generale Mori e il capitano De Donno Don Vito chiede a entrambi l’assenso. Solo ad accordo avvenuto, dopo la strage di Capaci, “mio padre mi disse di contattare il capitano (De Donno) per prendere un appuntamento”. “Il primo incontro tra il capitano De Donno e mio padre avviene attorno all’ora di pranzo nel periodo della prima decade di giugno”. In quell’appuntamento preliminare “non è presente il colonnello Mori. Io ho accompagnato il capitano De Donno a casa mia, l’ho aspettato all’angolo della piazza di Spagna, poi sono andato ad avvisare mio padre e li ho lasciati. Ho soltanto aspettato la fine dell’incontro per poter riaccompagnare fuori il capitano e chiedendo, visto che ero stato ispiratore di quell’appuntamento, se secondo lui ci poteva essere una continuità e lo stesso mi disse il suo parere positivo”. A spingere Don Vito ad accettare il dialogo con De Donno era stato infatti proprio suo figlio dopo un dialogo avvenuto tra lui e il capitano su un volo Roma – Palermo. “Abbiamo viaggiato accanto e per tutto il volo abbiamo colloquiato”. Alla fine, la proposta di De Donno non si fa attendere: il capitano afferma che vorrebbe sondare con don Vito un’apertura con Cosa Nostra per vedere di porre fine all’attacco sanguinario scatenato da Riina al cuore dello Stato. “Non capisco – dice Massimo -  se vuoi parlare con mio padre basta che gli fai arrivare il solito cartoncino d’invito a comparire per motivi di giustizia”. Ma De Donno vuole con lui un incontro che “doveva assumere un’altra veste, non doveva essere un colloquio istituzionale ma qualcosa di ufficioso”. “Renditi conto – risponde Ciancimino jr. - che nella forma mentis culturale di mio padre non c’è quella di ricevere carabinieri se non per essere da loro convocato”. Alla fine però, dopo pochi giorni, Vito Ciancimino decide di incontrare De Donno e, subito dopo, il suo superiore, il Generale Mori. “Viene in abiti civili – racconta Massimo Ciancimino – in compagnia del capitano De Donno”. “Pensavo di trovare grande stupore”, invece il vecchio genitore “non era stupito più di tanto”. “Ricordo le parole precise usate dal capitano. Furono quelle di stabilire un canale preferenziale tra esponenti al vertice di Cosa Nostra e noi, attraverso un interlocutore che noi reputiamo una persona stimata come poteva essere mio padre”, un “soggetto che loro consideravano lucido e ben attento a quello che potevano essere gli sviluppi di certe situazioni”. “Mio padre però disse che questo era il più grosso sbaglio che si poteva fare perché un’istituzione che cerca un dialogo in questo momento accredita la linea intrapresa da Cosa Nostra”. Gli ufficiali perseguono comunque il loro progetto e le prime richieste di Mori e De Donno arrivano rapidamente prima della fine di giugno: vogliono la resa incondizionata dei latitanti, in cambio offrono un trattamento di favore per i loro familiari, con la possibilità dell’applicazione di leggi più morbide nel campo del sequestro dei beni. Ed è a questo punto che in aula i pm chiedono a Ciancimino di fornire con più precisione possibile l’inizio degli incontri con i militari. Lui non ha dubbi: le visite fra i militari e suo padre sono almeno due o tre prima del 29 giugno 1992. Una data importante che il testimone della trattativa ricorda con assoluta certezza.

Il papello
È il giorno in cui Massimo Ciancimino ha in programma di andare in gita a Panarea (Me) con gli amici per assistere ai giochi pirotecnici per la festa dedicata al patrono dell’isola. L’organizzazione della vacanza però salta a causa di un impegno che non può essere prorogato. Antonino Cinà, colui che è stato incaricato di mediare il rapporto fra don Vito e Riina, gli consegna il famoso papello. Era “un foglio di carta – ricorda - accompagnato da una lettera piccolina indirizzata a mio padre” che “ho ricevuto a Mondello nell’area intorno al bar Caflish”. Massimo Ciancimino deve dunque tornare subito a Roma dal padre per recapitare le dodici richieste di Riina. “Quando appoggiai sul letto di mio padre la lettera, mi disse di restare in casa perché da lì a poco avrei dovuto chiamare il capitano De Donno”, “prendere un appuntamento con il colonnello” e poi “chiamare anche il signor Franco”. Da lì la frase di don Vito mentre rielabora il contenuto: “Le solite teste di minchia”. Dopodiché il suo intervento nella stesura di richieste legislative più attuabili, il confronto con Provenzano e lo scoppio della 126 in via d’Amelio. Poi, ancora, il programma di arresto per Riina e l’accordo con Mori per salvare il suo patrimonio. Un’escalation di fatti che accende una luce nella mente dell’ex democristiano, da troppo tempo fuori dai giochi politici siciliani. Una volta fuori dai guai, tutto questo avrebbe potuto rappresentare per lui una nuova rampa di lancio per riprendere in mano lo scettro del potere. I discorsi col famoso uomo dei servizi si orientavano spesso anche in quella direzione. Il cambiamento istituzionale dovuto alla caduta dei vecchi partiti messi fuori gioco da Tangentopoli era il segno di un cambiamento istituzionale che colpiva pesantemente il Governo. Don Vito pensa che sia un peccato  disperdere il bacino elettorale della Democrazia Cristiana e si sente all'altezza di rappresentare quel soggetto politico atto a mantenere i rapporti con la nuova organizzazione di Provenzano. Molti momenti rappresentano in quell’autunno spazi di dialogo costanti su questi temi. Restava da attuare la cattura di Riina. A novembre Vito Ciancimino chiede così a De Donno una serie di carte, tabulati telefonici, utenze dell’acqua, della luce, del gas, piantine catastali di un’area tra Monreale e il Porto. Fa fotocopiare una minima parte relativa a un quartiere che comprende Baida e Viale Leonardo da Vinci. Con una lettera allegata manda tutto a Palermo. Ai primi di dicembre Massimo consegna il plico a Provenzano contenente una zona cerchiata. Quando la documentazione ritorna nelle mani di Massimo, contrassegnata nel punto del covo di Riina, non fa a tempo a varcare la soglia di casa che suo padre viene tratto in arresto dai carabinieri. La motivazione del provvedimento cautelare è relazionata a un ripristino carcerario dovuto al rischio di fuga all’estero a causa di una richiesta di passaporto che don Vito aveva inoltrato in autunno mentre attendeva la sentenza d’appello del processo per mafia. Una richiesta che, secondo Massimo Ciancimino, suo padre formula con il benestare dei carabinieri, accondiscendendo a un’idea di Provenzano che ritiene più sicuro continuare la trattativa, dopo l’arresto di Riina, in Germania. Per Don Vito quell’iniziativa si rivela così una trappola con lo scopo di “metterlo da parte dopo la consegna della documentazione per la cattura di Riina”. Un pensiero che diventa per lui certezza quando, con il blitz al superlatitante, constata che il covo non viene perquisito per 18 giorni, lasciando alla famiglia il tempo di scappare e ripulire la casa da ogni eventuale incartamento. Un segnale chiaro che faceva capire che quelle accortezze richieste da don Vito “erano state prese”. Insomma il vecchio Ciancimino è confuso. In carcere, durante i suoi incontri fortuiti con il “Signor Franco”, cerca di capire chi ha ereditato il suo posto di mediatore della trattativa. “Mio padre – racconta Massimo Ciancimino in udienza (al processo Mori, ndr) – mi dice che nel momento in cui i carabinieri avevano di fatto precostituito la trappola del passaporto” gli stessi non avrebbero potuto continuare senza un altro referente. “Un sostituto che poteva garantire questo tipo di equilibrio, per cui lamentava il fatto che si era scelto qualche altro, che stava agendo al posto suo con quello che lui aveva costruito”. “In quel periodo non mi fece nomi, però diceva: ‘Se mi hanno scavalcato qualcuno parlerà con il signor Lo Verde (Provenzano, ndr) e poi il signor Lo Verde avrà... non dico avallato ma quanto meno è a conoscenza di questa situazione’”.

Il mediatore
Solo negli anni 2000 – 2002, durante la prima preparazione di un libro che non farà mai a tempo a scrivere, il padre gli parlerà del nuovo mediatore: “Il nome dell’elemento era Marcello Dell’Utri”. Un palermitano doc che don Vito conosceva fin dagli anni Settanta, all’epoca degli investimenti con i costruttori mafiosi Francesco Bonura e Salvatore Buscemi su Milano 2. Rapporti economici all’ombra della Madonnina di cui Massimo Ciancimino ha sempre evitato, per paura, di parlare nei suoi interrogatori in Procura, fino a quando i magistrati nell’estate del 2009 lo mettono di fronte a un biglietto rinvenuto durante il sequestro del 2005, quello trovato dai carabinieri e mai approfondito fino a quel momento da nessun magistrato. ‘Posizione politica, intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non abbia a verificarsi, sono convinto che questo evento, onorevole Berlusconi, vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive’. Massimo a questo punto deve spiegare perché la mafia minaccia Silvio Berlusconi e perché il biglietto è stato trovato nei suoi magazzini. Il testimone decide così di parlare e di confermare anche nel processo Mori quelle dichiarazioni incastrandole nella terza fase della trattativa. Lo fa consegnando ai magistrati un altro foglio molto simile, scritto a matita da suo padre, come se fosse la rivisitazione di ciò che conteneva il primo biglietto: ‘L’on. Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive, se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e pertanto sarò costretto a convocare una conferenza stampa non solo per questo modesto episodio ma soprattutto per dimostrare l’inattivismo che dura quando io ho…’. Ciancimino viene interrogato dai pm di Palermo e Caltanissetta. Poi a processo spiega: “Provenzano sotto consiglio di mio padre aveva usato quella che era la frase da lui detta anzitempo quando aveva comprato la sua rete TV per riportarla a nostri giorni. Ovviamente  si riferiva non più solo a una televisione, ma a tutto quello che in quel momento il Berlusconi e la sua  forza politica rappresentavano, per cui non era solo limitato all'uso di una televisione”. “In sostanza il contenuto di queste altre missive che vi ho prodotto – spiega ancora – era quello di volere un attimo richiamare  il partito che di fatto, secondo mio padre, era nato grazie anche a quella che era  il frutto di quello che era stata trattativa oppure collaborazione, come si chiama dopo, come la descrive mio padre dopo la data di agosto,  a ritornare un poco su i suoi passi, a cercare di... un po' diciamo… era una avvisaglia a rientrare in quello che dovevano essere i ranghi senza scordarsi che di fatto lo stesso Berlusconi, non come soggetto, ma come entità politica, era  il frutto di tutti questi accordi, per cui era un ricordargli di non uscire fuori dai ranghi”. “Di questo mio padre era convinto, – afferma ancora Ciancimino jr. – non per averlo dedotto o per sua immaginazione. No, la fonte di mio padre era Lo Verde, che con la nuova politica di Silvio Berlusconi in qualche modo era entrato in contatto”. Un capitolo di cui Massimo Ciancimino, all’indomani del suo arresto nel 2006, era stato invitato a non trattare da uno degli emissari del Signor Franco, il cosiddetto “Capitano” (identificato nel 2010 col nome di Rosario Piraino, agente dell’ex Sisde di Caltanissetta nel ‘92) che durante i suoi arresti domiciliari, si era presentato insieme a due carabinieri in divisa. Una minaccia che l’agente segreto gli aveva rivolto anche nel 2009, quando l’avviso a tacere si era nuovamente ripetuto ed esteso anche all’argomento della trattativa del ’92 con i Carabinieri e al ruolo suo e di suo padre nell’arresto di Riina. Argomenti che oggi stanno invece trapelando con tanto di conferme peritali e avvisi di garanzia che sembrano riscontrare le parole dell’unico testimone diretto di un dialogo che mai nessuno ha così raccontato. E che ha procurato allo stesso Massimo Ciancimino un’incriminazione per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa (tramutata poi in un rinvio a giudizio con la medesima accusa al processo sulla trattativa). Un atto dovuto, consequenziale al suo percorso collaborativo con le Dda di Palermo e Caltanissetta, dopo l’esibizione da parte sua della numerosa e importante documentazione che, tra pizzini di Provenzano e suo padre, ha consegnato in due anni all’autorità giudiziaria.

Primi smemorati di Stato
Siamo all'ultima settimana di luglio del 2009. Folgorato sulla via di Damasco Luciano Violante bussa al portone della procura di Palermo. Vuole parlare con i magistrati che stanno indagando sulla trattativa. L'ex presidente della commissione parlamentare antimafia si siede di fronte ad Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato e comincia a raccontare i ricordi sopravvenuti a distanza di 17 anni dalle stragi del '92 mai riferiti prima d'ora. Violante spiega che per tre volte il generale Mario Mori aveva cercato di fargli incontrare “privatamente” Vito Ciancimino, ma che lui aveva respinto l'invito ogni volta. “L'autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?”, aveva chiesto Violante nell'ultimo incontro con l'ufficiale dei carabinieri. “Si tratta di una cosa politica... di una questione politica”, era stata la risposta di Mori. Violante aveva così rispedito al mittente quella “disponibilità” al dialogo di don Vito e non se ne era fatto più nulla. Massimo Ciancimino aveva ugualmente raccontato ai magistrati che suo padre - già in contatto con Mario Mori e Giuseppe De Donno – “voleva che del ‘patto’ fosse informato anche Luciano Violante”.

* tratto dal libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

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