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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa, Mori condannato: uno squarcio di luce sulle zone d'ombra

di Lorenzo Baldo
Colpevole. E condannato. Nell’Italia delle assoluzioni eccellenti, la condanna di Mario Mori (e dei suoi co-imputati) spezza un lungo elenco capitanato da “eccellenze” italiche come Giulio Andreotti.
Il “modus operandi” di Mori? “Da sempre oltre o contro le regole”, aveva affermato con convinzione il pm Roberto Tartaglia nella sua requisitoria. Contro le leggi Mori “lo è stato quando era ufficiale di polizia giudiziaria ed anche venti anni prima, quando era nei Servizi segreti al Sid – aveva sottolineato il magistrato –.  Anche in quel frangente, nei primi anni Settanta, è andato pesantemente contro le regole proprio con i due fratelli Ghiron (Giorgio e Gianfranco, ndr), uno dei quali lo ritroviamo quando Vito Ciancimino deve chiedere il passaporto. Una trattativa che aveva la richiesta di un sostegno politico e mandanti politici per la conservazione del potere. Una trattativa per cui servivano gli uomini delle operazioni occulte, come Ghiron. Uomini che venti anni prima avevano lavorato per Mori in maniera occulta. Non solo nel torbido ma anche nell’illecito”. Dati inconfutabili. Che hanno portato alla storica condanna a 12 anni per l’ex comandante del Ros.

Un’epoca di investigazioni
Vent’anni fa ad investigare profondamente su Mori era stato il grande magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi – in assoluto tra i più competenti in quel periodo in materia di stragi del ’93 – scomparso prematuramente per un infarto nel 2003.
Nell’udienza dell’8 gennaio 2016 al processo trattativa l’ex pm di Palermo, Alfonso Sabella, aveva ricordato un dato oggettivo. Poco prima di morire, Chelazzi gli aveva confidato che “voleva iscrivere sul registro degli indagati il generale Mario Mori per favoreggiamento aggravato, dopo averlo esaminato come persona informata dei fatti” in relazione al biennio stragista ’92/’93.
Nel 2009, durante una nostra intervista, Alfonso Sabella aveva già chiarito questo passaggio cruciale. “L'aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento – ci aveva spiegato il magistrato siciliano – verteva su una domanda specifica: l'avrebbe fatto per favorire la mafia o l'avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele (Chelazzi, ndr) giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: ‘Mi venga a dire perché l'avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato’”. Al telefono, Sabella, riferendosi alla solitudine di Chelazzi, aveva quindi sottolineato che l’allora procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci “probabilmente non era molto d'accordo sul taglio globale che Gabriele dava all'inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l'isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito”. Nel 2011, sentito come testimone al processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano, Sabella aveva ulteriormente specificato che Chelazzi “avrebbe voluto iscrivere nel registro degli indagati Mario Mori in relazione  ad una “ipotesi di patto tra pezzi dello Stato e pezzi della mafia per far cessare la strategia stragista e riconoscere qualcosa in cambio” a Cosa Nostra. Un anno dopo l’avvocato Fabio Repici (legale di numerosi familiari di vittime di mafia), in una minuziosa ricostruzione storica, scritta assieme a Marco Bertelli, aveva evidenziato alcuni aspetti importanti delle indagini di Chelazzi su Mori. Repici aveva riportato all’attenzione mediatica un’anomala annotazione trovata nell’agenda di Mori, esattamente alla pagina del 27 luglio 1993. Una data inquietante per la storia d’Italia: la notte successiva tre auto riempite di esplosivo (una a Milano nei pressi del padiglione di arte contemporanea, una a Roma a San Giovanni in Laterano e un’altra sempre a Roma davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro) esplosero violentemente in pieno biennio stragista ‘92/’93 (con tanto di black out del centralino di Palazzo Chigi che isolò per quasi tre ore il premier Ciampi). E proprio quel giorno sull’agenda di Mario Mori risultava annotato un appuntamento dell’ufficiale del Ros con l’ex vice capo del Dap Francesco Di Maggio, con una causale alquanto particolare: “per prob. detenuti mafiosi”. Strana coincidenza: le bombe di Milano e Roma erano scoppiate all’indomani del rinnovo, deliberato il 16 luglio, di 325 decreti di 41-bis per altrettanti mafiosi, quelli varati subito dopo la strage di via d’Amelio.

Mori, Riina e Pepi
“Chelazzi mi parlò della frequenza abnorme del colonnello Mario Mori in Sicilia, e dei suoi contatti con i vertici del Giornale di Sicilia. Lui aveva dei sospetti in merito alla frequentazione di Mori con il direttore del Giornale di Sicilia (Giovanni Pepi, ndr). Io capivo che lui si aspettava da questo legame qualcosa di utile per le sue indagini. Chelazzi voleva ordinare una perquisizione al Giornale di Sicilia... Poi ci fu l'episodio di Riina che disse: ‘se mai io darò un’intervista la darei al direttore del Giornale di Sicilia’”. E’ indubbiamente questo uno dei passaggi chiave dell’audizione del 5 maggio 2016 del giornalista Francesco La Licata al processo sulla trattativa.
A titolo di cronaca va ricordato che diversi anni fa, a Firenze, a margine di una conferenza antimafia organizzata da un collettivo universitario, chiedemmo all’allora Procuratore nazionale Pier Luigi Vigna se questa perquisizione al Giornale di Sicilia effettivamente c’era stata. “Certo che c’è stata”, fu la sua lapidaria risposta prima di andarsene.
Dal canto suo Totò Riina, dalla gabbia davanti alla Corte di Assise di Roma, il 29 aprile 1993, si era lasciato andare ad un encomio solenne nei confronti del direttore del Gds: “Pepi è una persona seria che sa quello che scrive e quello che dice”. Parole che non erano passate inosservate.
Davanti alla Corte di Assise Francesco La Licata aveva specificato che Gabriele Chelazzi “aveva intenzione di interrogare Mori. Anche i vertici del Giornale di Sicilia voleva interrogare, nella persona di Giovanni Pepi. L'anomalia era il numero di incontri, che secondo lui non era normale, ‘è come se ci fosse una cosa in itinere’ diceva Chelazzi, ‘come se dovesse succedere qualcosa’. Io l'ho collegato con gli incontri con i preti e l'intervista che Riina disse di volere rilasciare. Era la prima volta che un mafioso si offriva di rilasciare un'intervista e si sceglieva un intervistatore e la cosa non mi quadrava. Chelazzi non mi disse mai: ‘Pepi e Mori stanno facendo la trattativa... stanno organizzando qualcosa’, anche se tutti lo pensavamo. Io mi aspettavo l'avviso di garanzia per Mori”. Ma poi, aveva aggiunto il giornalista, “Chelazzi è morto alla vigilia di una convocazione di Mori... e lui diceva di essere a buon punto con le indagini... Noi chiedemmo a Vigna perché non era stata fatta l'autopsia sul corpo di Chelazzi. Vigna disse: ‘per rispetto ai familiari’”. Decisamente singolare come forma di rispetto nei confronti di una pressante richiesta di verità.

Le sentenze come scudi
Dopo la storica sentenza di ieri, i legali dell’ex ufficiale del Ros citano a mo’ di “scudo” le sentenze di assoluzione nei confronti del loro assistito. Nulla da eccepire. Peccato che omettano di ricordare qualche passaggio della motivazione della sentenza di secondo grado dei giudici della Quinta sezione della Corte d'Appello di Palermo. In quelle pagine è scritto nero su bianco che “le scelte tecnico-investigative adottate dagli imputati (soprattutto quelle di non curare adeguatamente gli spunti investigativi emersi dall'incontro di Mezzojuso), a maggior ragione ove si consideri che esse vennero adottate da esperti Ufficiali di Polizia giudiziaria, inducono più di un dubbio sulla correttezza, quantomeno dal punto di vista professionale, dell'operato dei due e lasciano diverse zone d'ombra che il dibattimento, nonostante lo sforzo profuso dalla Pubblica Accusa, non è riuscito a dipanare”. Uno sforzo (immane) che, in questo processo, è stato invece riconosciuto appieno dalla Corte di Assise.

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