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Giorgio Bongiovanni

Trattativa Cosa Nostra-Stato: Tsunami Ciancimino

ciancimino doc azdi Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
“L’Italia non può affrontare un processo mortificante in questo preciso momento storico, siete solo matti al solo pensarlo. Un paese deve seguire le sue ragioni, spesso anche a danno di pochi scellerati personaggi eversivi e nemici della patria”. Era il 27 maggio 2013 quando Massimo Ciancimino riceveva questa lettera anonima. Quello stesso giorno, nel quale si commemorava il 20° anniversario della strage di via dei Georgofili, iniziava il processo sulla trattativa Stato-mafia. “Vi controlliamo costantemente – si leggeva ancora nella lettera anonima – dal presidente Montalto all’ultimo giurato. Vedrete che brutta figura farete con il processo Mori-Obinu, il presidente Fontana un Giudice serio che riesce ancora a scindere le ragion di Stato dalla semplice criminalità organizzata, saprà come demolire tutta la sua già poca credibilità ribaltando l’impianto accusatorio”. Quattro mesi dopo Massimo Ciancimino, durante un'udienza del processo sulla trattativa, aveva letto in aula i passaggi più salienti di quella missiva che, in un crescendo di inquietanti previsioni poi effettivamente realizzate, racchiudevano evidenti tentativi di tappargli la bocca.
A distanza di quasi tre anni il figlio di Don Vito ripercorrerà nell'aula bunker dell'Ucciardone le tappe salienti di una vita nella quale è stato testimone oculare di un patto tra lo Stato e la mafia. Una trattativa dove i confini tra istituzioni e Cosa Nostra diventano un tutt'uno: veri e propri sistemi criminali che hanno realizzato stragi di Stato ponendo sotto ricatto la nostra fragile democrazia.
G.B. e L.B.

Riportiamo di seguito la prima parte di un estratto del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” in vista della deposizione in aula di Massimo Ciancimino.


Tsunami Ciancimino*
“Provenzano si faceva chiamare ingegner Loverde, era l'unico che mio padre incontrava senza appuntamento e riceveva in pigiama...”. E’ il 13 dicembre 2007 quando le agenzie rilanciano con un giorno di anticipo l'intervista a Massimo Ciancimino in uscita sul settimanale Panorama. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e deceduto nel 2002 racconta che Vito Ciancimino riceveva a casa due volte al mese Bernardo Provenzano. “Si erano conosciuti da ragazzi a Corleone – racconta Ciancimino –  mio padre gli dava ripetizioni di matematica. Una volta gli mollò pure due ceffoni perché era svogliato”. L'intervista viene pubblicata alcuni mesi dopo che Massimo Ciancimino è stato condannato in primo grado a cinque anni e otto mesi per riciclaggio ed intestazione fittizia di beni. Su di lui si è riaccesa un'attenzione mediatica latente da anni. Ciancimino jr parla anche della famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui è stato testimone. All'età di 44 anni l'ex ragazzo ribelle spiega con fare disincantato che mai nessuno lo ha interrogato su questo aspetto tanto delicato. “Dopo la strage di Capaci il capitano De Donno incontrò mio padre per tutta l'estate del 1992. Una volta De Donno mi consegnò la piantina di Palermo ed un elenco di utenze telefoniche presumibilmente in uso a Totò Riina: mio padre avrebbe dovuto segnare la zona e indicare i numeri. Dopo una settimana riconsegnai tutto con indicato il quartiere di Viale Regione Siciliana e dissi: ‘Lì dovete cercare Riina’”. Il figlio di don Vito ribadisce che suo padre fu parte in causa nella trattativa aperta con ufficiali del Ros dei carabinieri per arrestare latitanti e per aprire un canale di dialogo con Cosa Nostra finalizzato a interrompere la strategia stragista. “Mio padre all’inizio era contrario. provenzano bernardo bigAvviare una trattativa e poi interromperla significava mostrare la propria debolezza. Tanto che subito dopo le richieste di Riina lo Stato fece un passo indietro. E venne ucciso Paolo Borsellino”. Nell'intervista al settimanale Massimo Ciancimino si addentra pericolosamente nel periodo successivo agli eccidi di Capaci e via d'Amelio. “Mio padre mi diceva sempre che dopo le stragi aveva parlato con Provenzano perché riprendesse in mano la situazione dopo la morte di Falcone e Borsellino. ‘Questa non è più mafia ma terrorismo, la mafia ha sempre convissuto con lo Stato senza stragi e omicidi di servitori dello Stato’, diceva. Anzi, dietro le stragi lui vedeva anche la mano di qualcun altro. Il resto è storia: la famiglia di Provenzano torna a Corleone, finiscono stragi e omicidi e si torna alla mafia silenziosa dei giorni nostri. Con Riina in manette e oggi all’ergastolo”. La risposta dell'autorità giudiziaria non tarda ad arrivare. Il 27 dicembre 2007 un dispaccio di agenzia annuncia che la Dda di Caltanissetta intende interrogare a breve Massimo Ciancimino. I contenuti dell'intervista a Panorama hanno inevitabilmente accelerato gli eventi. L'audizione di Ciancimino jr viene così inglobata all'interno delle nuove indagini sui mandanti esterni delle stragi del '92. E' il 29 gennaio 2008 quando Massimo Ciancimino varca l'ingresso della procura di Caltanissetta; accompagnato dal suo legale dell'epoca, Roberto Mangano, sale al 4° piano del palazzo di giustizia. Passano pochi minuti e si siede di fronte al procuratore facente funzione Renato Di Natale e al sostituto Rocco Liguori. Lo devono interrogare nell'ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi del '92. Il tour de force delle procure è cominciato. Martedì 12 febbraio Massimo Ciancimino viene sentito nuovamente dalla procura nissena. Questa volta insieme ai pm Di Natale e Liguori c'è anche il consigliere della Dna Paolo Giordano. Tre giorni dopo i media rilanciano le prime indiscrezioni degli interrogatori del figlio di don Vito. Massimo Ciancimino alza ulteriormente il livello. “Ero presente quando a mio padre venne consegnato il ‘Papello’. A casa nostra venne un signore distinto che diede a mio padre una busta con un foglio di carta in cui Cosa Nostra aveva scritto le sue richieste. Mio padre diede poi l'elenco al capitato De Donno e al colonnello Mori”. Per gli investigatori il “signore distinto” è il noto medico di Totò Riina Antonino Cinà. Siamo appena agli inizi di una collaborazione che minerà alle fondamenta quello Stato “parallelo” preesistente. Il 29 febbraio, durante una trasferta a Milano per il processo contro il deputato di Forza Italia Giovanni Mercadante, l'ex boss di Caccamo definisce Vito Ciancimino “la persona con cui Provenzano si incontrava per discutere di affari e di politica”.ciancimino vito bn Lunedì 7 aprile la procura di Palermo interroga Massimo Ciancimino nell'ambito dell'inchiesta sulle “coperture” che avrebbero protetto la latitanza di Bernardo Provenzano. Ciancimino jr racconta la sua verità ai sostituti procuratori della Dda, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. I due Pm sono titolari dell'inchiesta sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso (Pa). Per questo mancato blitz sono stati processati per favoreggiamento aggravato (in appello i pm hanno escluso l’aggravante per mafia) l’ex prefetto, Mario Mori, all'epoca vice comandante dei carabinieri del Ros e il colonnello Mauro Obinu, vice di Mori. Il 13 giugno 2008 viene quindi depositato agli atti del processo Mori-Obinu (che inizia cinque giorni dopo) il verbale di interrogatorio reso da Massimo Ciancimino il 7 aprile. Quello stesso giorno i dispacci di agenzia fanno da cassa di risonanza alle sue dichiarazioni. Secondo Ciancimino jr la trattativa avviene a cavallo tra le stragi di Capaci e via d'Amelio, i punti del “papello” erano 12, ma alcune richieste fatte da Totò Riina erano “assolutamente irricevibili” da parte dello Stato. Il figlio di don Vito racconta i motivi dell'interruzione di quel “patto”. “Mio papà mi raccontò il fatto che la trattativa si era chiusa nel momento in cui loro (i carabinieri, ndr) gli avevano chiesto proprio la consegna di Riina”. Ciancimino jr spiega poi ai Pm il momento nel quale vide il “papello”. “Ho visto un foglio di carta, che mio padre ripiegò, pronunciando la frase ‘Sono i soliti, le solite teste di minchia’. Ripiegò 'sto foglio e lo mise in tasca. Tempo dopo, nel 2000-2001 mio padre mi disse che si era persa una grande occasione. Mi disse: ‘Secondo me con certa gente non bisognava trattare, perché al momento in cui lo Stato si mostra e mostra il fianco a questa gente, 'sta gente ci marcia’”. “Mio padre – continua ancora Ciancimino jr – si dannava, perché  vedeva che certe cose che lui che definiva che si poteva discutere... Nell'elenco di 10-12 richieste ce n'erano 3-4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7-8 erano quelle di chi non vuole...”. Nell'interrogatorio Massimo Ciancimino affronta anche il tema del periodo post-trattativa nel quale il “tramite” tra Stato e mafia è don Vito. “Mio padre è morto con questa convinzione di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa, mantenendo certi accordi”. Di fatto dopo la strage di via d'Amelio, Riina da interlocutore indiretto diventa l'obiettivo. Fino al giorno della sua cattura. Le rivelazioni di Ciancimino jr sul ruolo di Marcello Dell'Utri quale nuovo “mediatore” tra le due sponde sono ancora lontane. Ma è solo una questione di tempo.

Dichiarazioni pericolose
Nel giro di pochi mesi il fenomeno Ciancimino inizia ad essere consistente. Le sue dichiarazioni ai Pm della Procura di Palermo gettano ombre anche sulle indagini che lo hanno portato agli arresti per l’inchiesta legata al patrimonio occulto del padre. Ci sono documenti scottanti che, durante la perquisizione del febbraio 2005 da parte dei carabinieri nella sua casa sul lungomare di via Cristoforo Colombo, sono stati sequestrati ma non sono mai stati esaminati. Mentre altri sono rimasti chiusi in una cassaforte che gli ufficiali non hanno aperto. Sembra la trama di un thriller ma i pm che hanno convocato Ciancimino, ci vogliono vedere chiaro, cercano di portare il figlio dell’ex Sindaco di Palermo a una collaborazione, gli chiedono di portare le carte del padre che testimoniano le sue dichiarazioni. Alla fine Ciancimino si convince, racconta le fasi di una trattativa che si è articolata in tre tempi, consegna ai magistrati il famoso papello di Riina che nel 2005 era custodito in quella cassaforte rimasta chiusa. E dopo molti interrogatori tra Caltanissetta e Palermo, a febbraio del 2010, il testimone ripete le sue dichiarazioni in aula, al processo Mori. L’attenzione mediatica è altissima, le ricostruzioni di Massimo divergono nei modi e nei tempi da quelle fatte nei processi sulle stragi dai militari del Ros. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo parla delle fasi del periodo pre e post stragi ’92. Spiega che la prima parte della trattativa in cui don Vito fa da “tramite” fra le richieste del Generale Mori e Cosa Nostra è antecedente alla morte di Paolo Borsellino, mentre la seconda parte avviene dopo e contempla una collaborazione dell’ex Sindaco di Palermo per la cattura di Riina. E così il teste racconta. “Mio padre” aveva tentato di “ammorbidire” i 12 punti del papello voluti da Riina. Scrisse degli “appunti – spiega ai giudici del processo Mori – che servivano allo stesso mio padre per invitare il Provenzano a fare un intervento di convinzione, di persuasione nei confronti di Riina”. A riscontro del dialogo avvenuto sul “papello” tra suo padre e Provenzano i magistrati acquisiscono un pizzino scritto a macchina dall’ing. “Lo Verde”. “Carissimo Ingegnere - così Binnu chiamava il suo ex professore di matematica - ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro dottore. riina salvatore web4Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo, come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico è molto pressato; speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è buona usanza in lei andare al cimitero per il compleanno del padre suo. Si ricorda me ne parlò lei; potremmo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio”. Secondo ciò che Massimo Ciancimino apprende da suo padre la “ricetta” di cui parla Provenzano è il “papello”. Ovvero le 12 richieste di Riina allo Stato per mettere fine alle stragi, che invia all’ex sindaco tramite Antonino Cinà, suo medico di fiducia nonché capo del mandamento mafioso di San Lorenzo, attualmente co-imputato al processo sulla trattativa. Pretese che per lo stesso Ciancimino Senior appaiono improponibili al punto che, sotto consiglio di Provenzano, inizia a buttare giù la bozza di una lista più accettabile che Ciancimino indirizza “all’on. Rognoni, Mancino e al Guardasigilli”. Spiega Massimo: “Era il contenuto di quello che era l’invito di Provenzano a mio padre di non arroccarsi su una posizione di diniego assoluto in merito a quelle che erano le richieste avanzate da Riina, ma cercare di trovare dei punti di intesa, qualcosa che metteva un po’ d’accordo quelle che erano le finalità dell’uno e quello che poteva essere quantomeno presentabile o gestibile da parte di chi di fatto poi doveva attuarne… indicati come riceventi delle richieste, quindi l’onorevole Mancino e l’onorevole Rognoni. Anche se poi mio padre sottolinea sotto “Ministro Guardasigilli” perché ovviamente non riesce a capire come due soggetti che di fatto non ricoprivano il principale ruolo che doveva essere svolto nell’attuazione di questo minimo programma era quello che poteva svolgere soltanto il Ministro Guardasigilli”. Ma quelle correzioni, l’ex sindaco, non ha nemmeno il tempo di sottoporgliele che il capo di Cosa Nostra mette a segno l’attentato a Borsellino. A questo punto il dialogo subisce un arresto. “Mio padre – racconta Massimo Ciancimino in aula al processo Mori - reputa il contatto interrotto perché con questa persona non si poteva trattare”. Sono ore importanti e Vito Ciancimino capisce che se vuole ottenere dei vantaggi personali da questa trattativa, Riina non è l’interlocutore più adatto. Don Vito non nutre stima per Totò “u curtu”, lo ritiene impulsivo, incapace di strategie raffinate ed arrogante. L’esatto contrario di Bernardo Provenzano, suo socio in affari. “Provenzano ha sempre saputo fare politica” affermava il pentito Giuffrè, e Don Vito è sempre stata “la sua mente grigia”. Un rapporto stretto quindi che li vede insieme anche in questo delicato momento in cui Binnu è costretto a collaborare al progetto per la cattura del suo alleato corleonese. Unica via d’uscita per riuscire a traghettare, senza troppo rumore, l’organizzazione fuori dalle tensioni che gli eccidi dei giudici e dei ragazzi delle scorte gli hanno scatenato contro.

La cattura
Così dopo una stasi, la mediazione fra Ciancimino e Mori riprende. “Intorno al 22 agosto –  continua Ciancimino jr – mio padre mi dice di ricontattare i carabinieri”. Dopo tre giorni i militari del ROS si incontrano nuovamente con l’ex sindaco a Roma nella sua casa di via S. Sebastianello, vicino a Piazza di Spagna, dove risiede da quando è uscito da Rebibbia. Questa volta sul piatto della bilancia non si contempla la resa dei grandi latitanti ma l’arresto di Riina. Una cattura che don Vito si rende disponibile ad attuare, in cambio di un trattamento legislativo di favore, a beneficio del suo patrimonio su cui pende un provvedimento di confisca legato alle indagini di Giovanni Falcone. Secondo quanto riferisce a Massimo Ciancimino i carabinieri in cambio assicurano al futuro capomafia l’impunità, garantendogli la tranquillità di potersi muovere liberamente nel territorio italiano. L’arresto del capo di Cosa Nostra però, si premura di avvertire don Vito ai carabinieri, “deve avvenire con un atteggiamento di rispetto, concedendogli il valore delle armi”. Questo perché si renda conto che la scelta della cattura è indispensabile. A quel punto, spiega Massimo a processo, l’intento di Provenzano “di restare fuori da tutta questa situazione viene meno”. E “Anche lui” in un certo senso è “chiamato ad assumersi le sue responsabilità” di fronte a un personaggio che ha comunque sempre avallato in tutto il suo disegno criminale. L’autunno del 1992 è finalizzato a mettere a punto tale programma. Don Vito è ansioso di avere delle risposte sulla sua situazione giudiziaria. Chiede a Mori di poter parlare con Luciano Violante, il nuovo presidente della Commissione parlamentare antimafia, l’unico competente per lui in grado di condizionare l’esito dei suoi processi, attraverso la sua influenza all’interno della magistratura. La fiducia che Mori e De Donno possano riuscire a fare qualcosa senza un intervento ad alto livello per don Vito è assolutamente nulla. (segue)

* tratto dal libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

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