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E venne il Giorno del Giudizio

di Saverio Lodato
Colpevoli.
Colpevoli per essere scesi a patti con Cosa Nostra.
Colpevoli per aver trattato in nome di uno Stato che mai avrebbe dovuto trattare.
Colpevoli per aver creduto che la divisa che indossavano, gli alamari, le mostrine, gli alti gradi di comando che rappresentavano, li esentassero dal dovere istituzionale di non scendere a compromesso con chi stava riducendo l’Italia a un mattatoio.
Colpevoli di avere fatto pervenire a Silvio Berlusconi e al suo governo le richieste avanzate dalla mafia per porre fine allo stragismo.
Colpevoli, in altre parole, di intelligenza con il nemico.
Le prove, dunque, c’erano.
Le prove erano state raccolte e portate in dibattimento da un ristretto gruppo di PM che non si sono rivelati né visionari, né persecutori incattiviti: Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia. E non dimentichiamolo Antonio Ingroia, il quale, per aver creduto per primo da pubblico ministero in quello che sembrava un teorema impossibile, vide le pene dell’inferno.
Le prove hanno retto al vaglio di un dibattimento durato oltre cinque anni.
E persino quando quelle prove erano ancora parziali, inizialmente, avevano convinto il GUP di Palermo, Piergiorgio Morosini, ad azionare il disco verde affinché il processo si facesse.
Sentenza choc, quella di Palermo.
Sentenza che lascia impietriti gli imputati e le difese. Sentenza che lascia impietrito quel sistema politico istituzionale che sin quando ha potuto ha frenato, ostacolato, dileggiato questo processo. E la ragione del perché, era chiara agli italiani.
Dispositivo di sentenza, quello della seconda corte d’assise di Palermo - presidente Alfredo Montalto, giudice a latere, Stefania Brambille, fiancheggiati dai giudici popolari -, che segna uno spartiacque nella storia della Repubblica italiana, segnata, sin dal 1947 dalla strage di Portella della Ginestra.
Pesantissime pene per Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno, i carabinieri che aprirono il canale con Cosa Nostra.
Pesantissima pena, per Marcello Dell’Utri, che fece da tramite politico fra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e il suo governo, per venire incontro ai desiderata dei killer stragisti.
E bene sarebbe, ora che di governo se ne deve fare un altro, che si capisse meglio perché il nome di Silvio Berlusconi stia diventando la pietra d’inciampo di queste trattative.
E ancora.
Assolto, totalmente scagionato, Nicola Mancino, che doveva rispondere del reato di "falsa testimonianza". Condannati infine i mafiosi, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà; e Massimo Ciancimino, per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro; infine prescritto, in quanto collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca.
Leggeremo la sentenza.
Capiremo meglio cosa è emerso da un dibattimento che è stato letteralmente ignorato dai media, televisioni e grande stampa.
Era un processo che faceva paura.
Lo si capiva dall’isolamento che per anni e anni aveva circondato quella che era diventata la figura simbolo di questo processo, il pubblico ministero Nino Di Matteo.
Lo si capiva da quella definizione di "boiata pazzesca" attribuita a un processo che, invece, aveva ottime gambe giuridiche per andare avanti. E faceva specie che, a coniare una contumelia tanto biliosa, fossero stati giuristi, giornalisti e storici di vaglia.
Intanto, disponiamo di un dispositivo di sentenza. E a questo atteniamoci.
Questo dispositivo ci dice che alti carabinieri del Ros e uomini politici si trovarono dalla parte sbagliata nel momento sbagliato. E per ciò, oggi, sono chiamati a pagare. Come fossero cittadini comuni.
Si diceva, infine, che Lo Stato non avrebbe mai processato se stesso.
Questo Stato - rappresentato dalla seconda corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto - non solo il processo lo ha celebrato.
Ha avuto anche il coraggio, non da poco nell’Italia di oggi, di dire le parole più scomode che si potessero sentire sull’argomento: la verità su come andarono davvero le cose negli anni delle stragi; stragi in cui, ricordiamolo en passant, persero la vita, fra gli altri, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, per non parlare delle vittime civili di Roma, Firenze e Milano.
Le pene sono "pesanti". Ma questa non è una sentenza "pesante".
È una sentenza "storica", e non ci vuole molto a capire perché.

Foto © Jacopo Bonfili

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