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Processo trattativa Stato-Mafia

Trattativa: dopo le (storiche) condanne la pretesa di verità si fa ancora più forte

montalto corte pagliarelli c acfbdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari
Ripartire dal grido degli universitari di Trento per riscattare questo Paese

“Vogliamo avere verità, e vogliamo avere anche giustizia, per le vittime delle stragi e per tutti noi, vittime indirette e inconsapevoli di quei fatti”. Dopo la decisione della Corte di Assise di Palermo - il cui coraggio rimarrà nella storia - tornano in mente le parole tratte dalla lettera aperta di un gruppo di studenti universitari di Trento rivolta al pool del processo Trattativa. Una decina di giorni fa quei giovani avevano scritto per ringraziare i magistrati palermitani “come studenti e futuri lavoratori che, con le conseguenze di quella Trattativa, prima o poi si dovranno scontrare; come cittadini, molti dei quali nati proprio mentre chi ci doveva proteggere stava segretamente negoziando il nostro futuro con dei criminali”. Sono ragazzi e ragazze con le idee molto chiare sulla “scarsa attenzione che alcuni media hanno concesso a tale Processo”, così come per “l'ostruzionismo politico” perpetrato nei confronti di questo procedimento penale e per “le minacce, anche di morte” rivolte in primis al pm Nino Di Matteo. Prima ancora di sapere come sarebbe stato l'esito del processo, gli studenti avevano voluto trasmettere al pool di Palermo un messaggio molto chiaro: “il servizio che avete reso al nostro Paese è ineguagliabile. Il vostro lavoro verrà in qualunque caso portato avanti, e toccherà a noi tutti assumerci lo sforzo di cittadinanza attiva che sarà richiesto, per riflettere e far riflettere sui fatti che grazie a voi sono venuti alla luce, e sulle relative conseguenze per il nostro Stato”. L’appello accorato di questi giovani incontrati nella facoltà di Sociologia di Mauro Rostagno racchiude scrupolosamente lo spirito libero del fondatore della comunità Saman (assassinato dalla mafia nel 1988). Che ha indubbiamente ispirato le loro parole. Osservando in controluce questi ragazzi tornano alla memoria le contestazioni giovanili di alcuni decenni fa. L’ombra di uno Stato che infiltrava i propri uomini armati nei movimenti studenteschi, dove a volte ci scappava il morto, non si è mai dissolta. Ed è quello stesso Stato che ha sempre voluto evitare di processare se stesso per non aprire gli armadi della vergogna. La determinazione e la speranza di questi giovani universitari di Trento hanno tutte le potenzialità di crescere e trasformarsi in una rivoluzione culturale. Che, a partire dalla condanne storiche di oggi, continuerà a camminare sulle gambe di chiunque abbia a cuore la ricerca della verità sul biennio stragista ‘92/’93. Rostagno diceva: “Noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena di trovare un posto”.


Quella società va creata giorno dopo giorno senza mai dimenticare chi ha pagato con la vita per darci questa possibilità. Senza dimenticare mai il coraggio di un pugno di magistrati di Palermo che in questi anni - nel totale isolamento istituzionale, sotto il tiro incrociato del mondo politico, di buona parte dell’informazione che ha reso un pessimo servizio, e di una larga fetta della magistratura - ha affrontato un’indagine del tutto sgradita al sistema di potere. Che non ha mai accettato questo processo facendo l’impossibile per delegittimarlo e ostacolarlo. Non scorderemo facilmente l’attacco a gamba tesa dell’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, quando ha sollevato conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo per la vicenda delle intercettazioni tra lui e Nicola Mancino (poi divenuto imputato al processo trattativa). Quello stesso Mancino che, al di là dell’assoluzione di oggi era stato intercettato al telefono con l’ex consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, mentre faceva pressione affinché il Quirinale intervenisse in suo soccorso.  
Né potremo scordare la voce tremante di Napolitano mentre deponeva come testimone al processo confermando a denti stretti l’esistenza di un vero e proprio ricatto allo Stato da parte della mafia. Così come non potremo dimenticare mai la condanna a morte di Totò Riina nei confronti del pm Nino Di Matteo intercettata in carcere all’inizio del processo sulla trattativa. Nè tanto meno gli attacchi scomposti, basati sul nulla, da parte del Csm nei confronti dello stesso Di Matteo. Non ci scorderemo ugualmente delle dimissioni dall’Anm (nel 2012) dei pm Di Matteo e Teresi per protesta alla gravissima posizione dell’associazione nazionale magistrati dopo il conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano. E che dire del silenzio di tomba dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incapace di dire una sola parola di solidarietà nei confronti del pm Di Matteo dopo la condanna a morte di Totò Riina, così come di prendere posizione dopo le gravissime e ingiustificate bocciature del Csm verso il magistrato palermitano? Per non parlare di quella circolare dello stesso Csm, che impediva di fatto nuove indagini sul fronte della trattativa, la cui gravità era stata denunciata con forza dall’ex pm Antonio Ingroia, principale promotore dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Come dimenticare la pesante critica della Direzione Nazionale Antimafia, nei confronti del processo trattativa, contenuta nella relazione annuale della Dna del 2013? E come scordare i libri scritti da prestigiosi intellettuali pronti a “giustificare” la trattativa tra Stato e mafia? Per non parlare della proiezione del film “Generale Mori - un’Italia a testa alta” alla sala “Mattarella” del Palazzo dei Normanni - in piena requisitoria - con tanto di patrocinio di Vittorio Sgarbi e Gianfranco Miccichè, alla presenza dei due principali imputati al processo trattativa come Mori e De Donno.



Sono tanti gli episodi legati a questo processo che rimarranno scolpiti nella memoria civile di questo Paese, a partire dagli smemorati di Stato che solo dopo le dichiarazioni del tanto bistrattato Massimo Ciancimino hanno recuperato pezzi (selezionati) della loro memoria e si sono decisi a parlare ai magistrati. Ma si sono ben guardati dal dire tutto quanto a loro conoscenza, consapevoli di rischiare di essere stritolati da quel sistema di potere che ben conoscono. La tracotanza delle testimonianze di molti ex potenti è stata difficile da digerire. Certe scarne dichiarazioni più volte hanno oltrepassato il confine della mera reticenza approdando sui lidi torbidi della falsa testimonianza, impedendo di fatto di arrivare ad una verità piena. Ad ascoltare quel condensato di codardia e falsità ci sono stati anche diversi familiari di vittime di mafia. Nei loro occhi segnati da un dolore insanabile è trapelato tutto il disprezzo nei confronti di questi squallidi personaggi trincerati dietro la loro stessa vigliaccheria. Da parte di chi ha sofferto per la perdita di un familiare è emerso anche anche un profondo ringraziamento nei confronti dei pm Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia per la loro totale abnegazione nella ricerca di una verità scomoda. Ed è proprio un sentito ringraziamento che la parte sana di questo assurdo e paradossale Paese deve riconoscere a questi valorosi magistrati. Che hanno avuto il coraggio di applicare il principio sacrosanto della legge uguale per tutti, senza fermarsi a pensare ai rischi che correvano loro e le rispettive famiglie. Per spirito di servizio. Che, come hanno sottolineato gli studenti di Trento, è “ineguagliabile”. Il dovere morale di ognuno di noi è già scritto: continuare a pretendere la verità. Tutta. Così come hanno fatto uomini integerrimi come il colonnello dei Carabinieri Michele Riccio. Che - nonostante il prezzo altissimo pagato sulla propria pelle - ha avuto il coraggio di andare fino in fondo, contribuendo in maniera esponenziale a far condannare Mori, De Donno e Subranni.
Ripartire da questa storica sentenza - ciascuno nel proprio ruolo di cittadino attivo - è solamente il primo passo. Che è assolutamente necessario. Per i tanti martiri delle stragi di Stato. Per non disperdere il prezioso lavoro di ricerca che è stato fatto dal pool di Palermo. E per lasciare alle nuove generazioni un Paese libero dal ricatto politico-mafioso.

Foto © ACFB

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