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Nino Di Matteo ritira a Bari il premio Gens Nova Onlus

di Giorgio Bongiovanni e Karim El Sadi
Presentato il libro “Il Patto Sporco” scritto dal pm insieme al giornalista Saverio Lodato


Consegniamo il premio Gens Nova Onlus al dottor Nino Di Matteo per aver attuato, nel suo percorso da magistrato, i valori della legalità, della professionalità e dell’onestà”. E’ con queste parole che il presidente dell’associazione Gens Nova Onlus, Antonio Maria Scala, ha conferito ieri a Bari il premio, raffigurante "la giustizia che fatica a tirarsi fuori dal cemento dell’illegalità", al Sostituto procuratore nazionale Nino Di Matteo. Il magistrato, ringraziando il pubblico e gli organizzatori, si è rivolto subito ai diversi ragazzi presenti in aula confessando loro che “la lotta alla mafia non è soltanto una questione di mera repressione criminale ma è una lotta contro la mentalità mafiosa che uccide le nostre città e uccide la vostra libertà e dignità di cittadini. Per questo tanti di noi sogniamo che la lotta alla mafia si trasformi in una lotta di popolo”. Parole tenaci e colme di speranza quelle del magistrato, dirette soprattutto ai più giovani che dovranno essere “i primi portatori di un cambio di mentalità che viene dal basso, dall’humus sul quale crescono le mafie, che sia in grado di sconfiggerle”. Un cambio che dovrà avere come cavallo di battaglia un’informazione pulita e scevra da condizionamenti della politica che piuttosto dovrebbe porre “al primo posto la lotta alla criminalità organizzata nei programmi di ogni governo, al di là dei colori, delle idee politiche o delle bandiere”. Ed è proprio a causa dell’informazione a tratti opaca e poco trasparente, se non addirittura al servizio di uomini di potere, che Nino Di Matteo ha deciso di scrivere il libro “Il Patto Sporco” (ed. Chiarelettere) insieme al giornalista e scrittore Saverio Lodato. “Ho deciso di scrivere questo libro insieme a Saverio Lodato perchè questa vicenda della trattativa Stato-mafia è stata una vicenda molto particolare. E’ stata fin dall’inizio oggetto, soprattutto attraverso i media, di travisamenti, falsità, nascondimento dei fatti. Perchè è, e resta, una vicenda molto scomoda per il potere di ieri e di oggi”. Il magistrato ha rammentato i momenti difficili antecedenti, in fase prima investigativa e poi dibattimentale, del processo e infine quelli successivi alla pronuncia del dispositivo di sentenza. Nel primo caso “si è consolidato un atteggiamento negazionista a tutti i costi. Professori universitari e opinionisti parlavano di una ‘boiata pazzesca’”, nel secondo, invece, una volta che le accuse dell’allora pm Nino Di Matteo e dei suoi colleghi erano state accolte dalla Corte d’assise, “si è cambiato registro, è calato il silenzio hanno dovuto oscurare il dato, quelli che denigravano adesso non parlano più e hanno imposto, perchè sono riusciti a farlo, il silenzio”. Un aneddoto confermato anche dal collega Francesco Del Bene, intervenuto per un breve saluto, che ha ricordato come il 20 aprile 2018, giorno in cui il presidente della Corte d'Assise Alfredo Montalto e Giudice a latere Stefania Brambille hanno letto la sentenza confermando la fondatezza della tesi dell’accusa, è calato “il muro di gomma”. “Quel giorno i giornalisti avevano già pronti i servizi sull’assoluzione, si sono trovati spiazzati quando sono stati condannati gli imputati (Nicola Mancino assolto, ndr), il che significa che l’apparato mediatico non è tranquillo. Alcuni si sono trovati in difficoltà e poi hanno fatto il pezzo del giorno dopo ed è finita lì non si è saputo più nulla (dai giornali, ndr)”. il patto sporco integrale
Per tornare, invece, alla sostanza del processo Trattativa Stato-mafia, di cui Nino Di Matteo si è occupato insieme ai giudici Francesco Del Bene, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, per 5 lunghi anni, il magistrato Di Matteo ha spiegato che sono emersi degli elementi che, “aldilà delle responsabilità penali di questo o quell’imputato”, non si possono mettere in discussione. “Nel momento delle sette stragi tra il ’92 e il '93 una parte delle istituzioni, a livello alto, è andata a cercare, attraverso Vito Ciancimino, Salvatore Riina per chiedergli cosa volesse per cessare quella strategia di violento attacco allo Stato. Questo è un fatto consacrato nelle sentenze definitive della corte d’Assise di Firenze sulle stragi di Roma, Milano e Firenze del 93”. Quindi, ha continuato Di Matteo “mentre una parte dello stato combatteva la mafia con la morte nel cuore, dopo l’uccisione dei loro migliori servitori, un’altra parte ci va a trattare… queste persone non hanno agito per conto proprio dall’oggi al domani”. Altro fattore indiscutibile è quello concernente la ricerca della Trattativa la quale “non evitò sangue”, come asseriscono alcuni, “ma ne provocò altro perchè nel momento in cui Riina si vide cercato dallo Stato capì che la strategia dell’attacco frontale con le bombe era una strategia pagante. Una strategia che poteva condurre Cosa nostra a conseguire gli obiettivi, di tipo politico, che voleva”. Quello che i giudici sono riusciti a dedurre, dopo lunghe indagini, è che per Totò Riina e i suoi “bisognava fare la guerra per poi fare la pace, in modo che qualcuno si spaventasse e venisse a stipulare un nuovo ‘patto sporco’ con quei legami alti che gli consentirono di raggiungere quella potenza che adesso viene messa in discussione”. In questa trattativa, un ruolo chiave hanno avuto gli “imputati istituzionali, quelli che hanno trattato” poichè, secondo il giudice, “hanno trasmesso questa minaccia che nasce dai vertici di Cosa nostra ai governi. Hanno fatto da cinghia di trasmissione, hanno concorso al reato ideato da Salvatore Riina e dagli altri capi mafia”, quello di attentato a corpo politico dello Stato, per l’appunto. Il processo conclusosi con pesantissime condanne ai danni dei vertici della mafia (i boss Antonino Cinà, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca) dell’arma dei Carabinieri (Antonio Subranni, Giuseppe De Donno, Mario Mori) e della politica con il fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, ha ricevuto non pochi tentativi di ostacolo nel corso degli anni. In primo luogo Di Matteo ha ricordato, citando le 5552 pagine della motivazione della sentenza del processo, “una diffusa omertà istituzionale”. “Molti testi istituzionali - ha affermato il sostituto procuratore nazionale - non hanno detto tutto quello che sapevano. Alcuni hanno proprio mentito, altri invece hanno riferito circostanze molto importanti e particolari a loro conoscenza solo molti anni dopo le stragi, quando il pentito Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino hanno parlato risvegliando la memoria di certi rappresentanti delle istituzioni che poi sono venuti a dirci delle cose. Altri ancora, infine, hanno assunto atteggiamenti reticenti e falsi di fronte alla corte d’assise”.
Ma di questo Di Matteo ha detto che non viene riportato nulla dagli organi d’informazione i quali fanno “una selezione delle informazioni secondo la quale dobbiamo sapere tutto sulla cronaca nera spicciola e poco di quella cronaca che riguarda la criminalità di sistema, non soltanto la criminalità organizzata”. I cittadini, ha sostenuto il magistrato, “al di là delle opinioni che ognuno può avere, devono conoscere questi fatti e l’opera di nascondimento sistematico di questi fatti che sta accompagnando il periodo soprattutto post sentenza del 20 aprile è inaccettabile”. Ciò significa, ha asserito Di Matteo, “che ci vogliono continuare a raccontare la favoletta che i buoni stanno tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra e che tra i cattivi e i buoni non è mai intercorso nessun rapporto”. Per questo motivo, ha concluso l’autore del libro il “Patto Sporco”, se si vuole dare un senso “alla commemorazione e all’emozione che ci coglie quando ogni 23 maggio, ogni 19 luglio commemoriamo Falcone, Borsellino, così come le altre decine e decine di caduti per mano della mafia, allora dobbiamo coltivare la memoria dei fatti per come sono accaduti. E quei fatti sono accaduti perchè prima di essere uccisi dal piombo mafioso tutti quegli eroi sono stati spesso isolati e delegittimati anche nel mondo istituzionale, sono stati mandati a combattere le mafie quando altri, ad alto livello, colludevano nelle retrovie con Cosa Nostra”.

‘Ndrangheta Stragista
Spiegando dettagliatamente ciò che è stata la Trattativa tra lo Stato e la mafia, Nino Di Matteo ha parlato di una strategia stragista che travalicava i confini marittimi della Sicilia per approdare in Calabria dove in quegli anni si stava affermando sempre di più la presenza della ‘Ndrangheta. Tema di analisi, questo, nel cosiddetto processo ‘Ndrangheta Stragista di Reggio Calabria guidato dal pm Giuseppe Lombardo. In particolare, come ha spiegato il procuratore, l’organizzazione mafiosa calabrese sarebbe stata utilizzata dal "Capo dei capi" per proseguire il suo “attacco frontale allo Stato” alzando la posta in gioco. “Durante la trattativa Salvatore Riina non parlava per nome e per conto di Cosa nostra ma per tutte le organizzazioni mafiose del territorio italiano, perchè in quel momento Riina non curava soltanto gli interessi di Cosa nostra, la strategia dell’attacco frontale allo stato era una strategia concepita da Cosa nostra ma avallata dalle altre mafie”. Nino Di Matteo si riferisce agli attentati contro i carabinieri in Calabria con il duplice omicidio di Fava e Garofalo il 18 gennaio in villa San Giovanni, di cui “oggi è venuta fuori la verità”. “Siccome la strategia era complessiva e nazionale Riina pretendeva che anche gli altri si muovessero e gli ‘ndranghetisti di Reggio Calabria hanno ucciso dei carabinieri e hanno attentato la vita di altri di loro, non perchè volessero eliminare quegli agenti, ma perchè dovevano continuare quella strategia di attacco frontale alle istituzioni”. In conclusione, ha affermato Di Matteo, “chi risultava come un ostacolo per quella trattativa può essere stato eliminato per questo, ma lo stabiliranno altri processi e altre sentenze”.

La lotta alla mafia una questione “nazionale
Parlando invece di mera lotta alla criminalità organizzata Nino Di Matteo si dice “a volte infastidito” quando al giorno d’oggi “si sente dire che la mafia è una questione nazionale solo perchè la mafia siciliana piuttosto che quella calabrese o pugliese ha insediato i suoi colpi in tutta Italia”. Secondo Di Matteo “questo è frutto di un ragionamento miope” perchè ci sono elementi ben più gravi riconducibili ad una mafia molto più seria, che va ben oltre la pura attività criminale cosiddetta “spicciola” nel tessuto nazionale, che va comunque contrastata in ogni modo come ha poi precisato Di Matteo. “Come si fa a non considerare la mafia come una questione nazionale quando una sentenza definitiva attesta il rapporto consapevole con i vertici di Cosa nostra dal 1980 del 7 volte presidente del consiglio e 22 volte ministro della repubblica Giulio Andreotti, addirittura poco prima e poco dopo, e sempre in funzione delle lamentele dei mafiosi siciliani sull’operato di Piersanti Mattarella. Quella sentenza definitiva dice che Andreotti volle incontrare i capi mafia poco prima dell’omicidio Mattarella per discutere dei danni che l’azione moralizzatrice del politico Mattarella stava arrecando a Cosa Nostra, e poco dopo incontri personali diretti provati attestati in sentenza definitiva”. Sulla stessa scia di una mafia, o di esponenti mafiosi, operanti a livello “nazionale”, non in quanto infiltrati ormai in tutto il territorio, ma perchè in contatto con esponenti di vertice della “nazione”, Nino Di Matteo ha riportato al pubblico in sala il caso dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. “Un’altra sentenza definitiva più recente (del 2014) attesta che un fondatore di un partito che è tutt’ora protagonista della vita politica italiana Marcello Dell’Utri è stato colui il quale ha promosso, curato e mantenuto un rapporto tra i capi di Cosa nostra e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi dal 1974 al 1992. Un patto che è stato rispettato nei suoi contenuti da entrambe le parti”, ha concluso Di Matteo.

Toghe e colletti bianchi
A conclusione del proprio intervento insieme all’avvocato Antonio Maria Scala e al giornalista Mario Valentino, Nino Di Matteo ha parlato delle polemiche che spesso si accendono tra politica e magistratura nei casi in cui quest’ultima indaghi sui rapporti che la politica può avere avuto con qualche esponente mafioso. “Oggi ogni volta che emerge un’indagine sul rapporto mafia-politica ci sono due reazioni tipiche. La prima è che si grida al complotto politico, la seconda, ancor più grave è l’attesa della sentenza definitiva della magistratura. Questo è un alibi, il comportamento di chi pensa che l’unica responsabilità che può essere fatta nel paese è quella penale. Questo è l’alibi di chi non vuole fare valere la responsabilità di tipo politico che certi comportamenti dovrebbero suscitare”. E sul ruolo dei magistrati l’autore del libro il “Patto Sporco” ha detto, senza lasciare spazio a interpretazioni, che “se la magistratura si lascia condizionare nelle proprie scelte da un criterio diverso di quello della doverosità giuridica e si lascia condizionare dalla opportunità, tradisce il mandato che le è stato conferito dalla Costituzione”. E poi “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non è un privilegio della cosiddetta casta dei magistrati, è una garanzia per i cittadini, per i più deboli per coloro che hanno idee politiche diverse rispetto a quelli che stanno al governo ci tentano sempre di condizionare e di attenuare o di fare diventare un voto simulacro l’indipendenza della magistratura”. Un tentativo in atto “anche in questi giorni con due disegni di legge”. “Uno che riguarda l’attenuazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale - ha spiegato l’ex pm - per cui anno per anno l’esecutivo dovrebbe indicare alle procure della repubblica i reati da perseguire prioritariamente che finirebbe per divenire lo strumento per dire “persegui solo quei reati, gli altri non li perseguire”. E l’altro “con il progetto di legge con la separazione delle carriere”. Sempre sul compito fondamentale della magistratura nell’accertare le verità anche quelle più scomode, come quella del processo Trattativa stato-mafia, il magistrato ha ricordato quel che pensò il giorno della lettura della sentenza del processo di cui è stato per anni protagonista come accusa. “Quando sono uscito frastornato dall’udienza del 20 aprile ho detto ‘ancora la magistratura esiste, ancora siamo comunque in uno Stato di diritto in cui, e di questo dobbiamo esserne orgogliosi tutti, le vicende anche sporche che riguardano noi appartenenti alle istituzioni non vengono sempre coperte dal silenzio. Questo è uno stato in cui ancora i panni sporchi non si lavano in famiglia. Uno stato in cui, se ne ricorrono le condizioni, ha la forza anche di processare se stesso’”.

Foto © Antonella Morelli

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