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Trattativa pressoché inevitabile?

di Daniela Dioguardi
Trattativa perché? Alti carabinieri dei ROS nel 1998 a Firenze nel processo per la strage di via dei Georgofili del 1993, definirono loro stessi “Trattativa” gli incontri avuti con Vito Ciancimino allora ai domiciliari. In quell’occasione gli alti carabinieri dei ROS proposero a Ciancimino “di farsi tramite per nostro conto con gli esponenti di Cosa Nostra al fine di trovare un punto di incontro... ”. Grazie al coraggio e alle straordinarie qualità di magistrati come Falcone e Borsellino, la mafia aveva ricevuto dei colpi notevoli ed era sicuramente in una situazione di crisi. Indebolita sul piano militare, da quella trattativa trasse dei vantaggi giuridici ma non solo. Tuttavia il processo sulla trattativa è stato osteggiato, irriso. Complicato e intricato sicuramente. Il gruppo che lo portava avanti contrastato. Tranne poche lodevoli eccezioni ciò che è successo intorno alla trattativa non è divenuto elemento di discussione e riflessione politica. Almeno come avrebbe dovuto e potuto...
È passata quasi inosservata la sentenza con cui la Corte d’assise di Palermo, condannando a pene gravi, oltre i mafiosi, alti vertici dei carabinieri del ROS e un politico, ha riconosciuto che la trattativa Stato-mafia è avvenuta, rafforzando la strategia stragista e accelerando i tempi dell’eliminazione di Paolo Borsellino e della sua scorta. Dopo la strage di via D’Amelio noi donne di diverse associazioni occupammo per protesta piazza Castelnuovo, al centro di Palermo, per iniziare lo sciopero della fame, che facemmo con turni di tre giorni a gruppi di sei fino alla fine di agosto. Era grande il dolore ma sopratutto la rabbia per quella che definivamo “cronaca di una morte annunciata”. Chiedevamo che tutti i responsabili, diretti e indiretti, fossero immediatamente rimossi e tra questi c’era anche il ministro Nicola Mancino.
Ricordo che su questo nome non tutte eravamo d’accordo, ma avvenimenti successivi hanno confermato la giustezza dei dubbi sul suo operato. Anche se è stato assolto, rimane la vergogna delle sue telefonate al Quirinale, in cui chiedeva con insistenza di essere aiutato a sottrarsi a un’inchiesta giudiziaria: sicuramente non una bella prova di “attaccamento alle istituzioni” - espressione, ormai parecchio inflazionata. Le istituzioni in un paese democratico dovrebbero essere un mezzo attraverso cui si esercita la sovranità popolare che non può certo realizzarsi se ci sono segreti e zone grigie. Attaccamento alle istituzioni dovrebbe quindi significare adoperarsi per accertare e rendere pubblica la verità senza se e senza ma. La sentenza che ha confermato l’impianto accusatorio è stata un risultato importante ottenuto grazie all’impegno, alla determinazione e al coraggio di un gruppo di magistrati della procura di Palermo e di investigatori che non si sono lasciati intimidire da un clima nettamente ostile. Sono stati pesantemente attaccati, criticati, derisi o intralciati da destra e da sinistra, tanto da fare pensare, ma solo agli/lle sprovveduti/e, a chissà quale indagine strampalata e sovversiva stessero conducendo. Ci si sarebbe invece aspettato che insigni intellettuali, dotti giornalisti e opinionisti, di fede democratica ed esperti di mafia, applaudissero ad una indagine complessa volta a colpire Cosa Nostra e i settori dello Stato conniventi, o almeno ne seguissero con attenzione anche critica ma non denigratoria tutte le fasi. È avvenuto il contrario.
Lo stesso per gli uomini delle istituzioni, tra cui l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, proveniente da un partito, il PCI, che nel passato aveva fatto dell’impegno antimafia una priorità assoluta, pagandone alti prezzi. Avrebbero dovuto collaborare con magistrati fortemente esposti e minacciati non solo per non lasciarli soli ma soprattutto perché è interesse di una buona e salda democrazia che non rimangano zone d’ombra e sospetti più o meno pesanti che finiscono con l’alimentare un pericoloso clima di sfiducia e delusione nei confronti di tutto lo Stato, non distinguendo più tra parti sane e parti inquinate.

Gli accordi indicibili
Ci sono stati invece lunghi e inspiegabili silenzi, comportamenti reticenti e sono state sollevate questioni formali, come il conflitto di competenza, che hanno di fatto delegittimato e rallentato il lavoro della procura. Procedure, forme e regole, hanno preso il sopravvento sull’accertamento della verità, e chi ha a cuore la giustizia e non dimentica che cosa in termini di violenza e di arretratezza ha significato e significa la mafia per la nostra terra, ne ha ricavato l’impressione che siano state utilizzate per coprire “indicibili accordi”. Espressione, questa, mai chiarita, trovata in una lettera a Napolitano, allora capo dello Stato, inviatagli da D’Ambrosio, suo consigliere giuridico.
Perché avrebbe dovuto essere, come è stato pure detto, “una boiata pazzesca” indagare su una possibile trattativa? È noto a chiunque che la mafia ha potuto prosperare per la sua capacità di penetrare le istituzioni amministrative, politiche, economiche e perfino religiose, siglando patti e alleanze in un reciproco scambio di favori con i detentori del potere, anche a livello internazionale. È stato così fin dall’Unità d’Italia, il patto sporco integralecome racconta bene con ricchezza di notizie il libro La mafia dimenticata di Umberto Santino. E quindi, se davvero si vuole sconfiggerla, è su questo fronte che bisogna intervenire con decisione, accertando per via giudiziaria complicità, coperture, depistaggi e punendo i colpevoli, soprattutto quelli che ricoprono cariche di alta responsabilità. Nella vicenda della trattativa si incontrano fatti, lucidamente ricostruiti nel bel libro-intervista Il patto sporco di Saverio Lodato e Nino Di Matteo, ripeto fatti e non opinioni, che da soli sarebbero dovuti bastare a suscitare reazioni di sdegno e, quindi, di esplicita simpatia e adesione nei confronti di chi lavorava per accertare anche la verità giudiziaria. Tra i tanti fatti la testimonianza che gli alti carabinieri dei ROS resero nel 1998 a Firenze nel processo per la strage di via dei Georgofili del 1993, definendo loro stessi “Trattativa” gli incontri avuti con Vito Ciancimino allora ai domiciliari. In quell’occasione, come ricaviamo sempre dalla loro deposizione, gli proposero “di farsi tramite per nostro conto con gli esponenti di Cosa Nostra al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato all’immediata cessazione di queste attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato”. Ancora l’intervista di un illustre storico accademico a una televisione nazionale in cui dichiarava che, ammesso che la trattativa fosse avvenuta, bisognava dare una medaglia agli uomini dello Stato che l’avevano condotta, perché, a suo dire, in quel momento la mafia era stata sconfitta. Per non parlare di Scalfari che ebbe a dire: “Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni".
Davvero grande è la confusione sotto il cielo! Chiaramente alludo a quella che qualcuno vuole produrre ad arte nell’opinione pubblica. La mafia in quel frangente storico fu costretta a trattare proprio perché, grazie al coraggio e alle straordinarie qualità di magistrati come Falcone e Borsellino, aveva ricevuto dei colpi notevoli ed era sicuramente in una situazione di crisi.

Conferenzieri condannati
Pensiamo alla rottura operata al suo interno da Buscetta e dal fenomeno del pentitismo. Forse, essendo “un fenomeno umano”, come diceva Falcone, era davvero arrivato il momento della fine. Invece, sia pure indebolita sul piano militare, trasse dalla trattativa dei vantaggi che le hanno permesso nel corso del tempo di contaminare ulteriormente l’economia sana e di accrescere la propria forza finanziaria. A parte l’attenuazione del 41bis, il carcere duro, per 334 boss mafiosi, come riportato nella sentenza, ci sono fatti che avrebbero dovuto indurre al dubbio e alla cautela. Ne cito solo alcuni: la mancata perquisizione, non per distrazione ma per scelta precisa dei ROS, del covo di Riina, dopo la sua cattura, il protrarsi fino al 2006 della latitanza di Provenzano, quella ancora in atto di Matteo Messina Denaro e alcune leggi vergognose riguardanti la giustizia, approvate dal governo Berlusconi.
È sorprendente che detrattori e scettici facciano parte della folta schiera che ogni anno partecipa alle commemorazioni con tanto di fanfare delle centinaia di vittime della mafia tra cui appunto “gli uomini dello Stato” che l’hanno tenacemente combattuta, anteponendo verità e giustizia alla loro vita. Invece di ricordare retoricamente e, ahimè, senza alcuna efficacia, le vittime, forse dovremmo cambiare prospettiva e adoperarci perché non si dimentichino i colpevoli, istituendo luoghi e giornate per elencare e lasciare a futura memoria nomi e cognomi dei responsabili di tante iniquità e nefandezze, dalle più piccole alle più grandi. Ma nel nostro paese può avvenire di tutto, perfino che i responsabili di gravi reati vengano osannati con il solenne patrocinio del Senato. E poi ci lamentiamo della mancanza di rispetto nei confronti delle Istituzioni!
Purtroppo sono le Istituzioni che non hanno rispetto di sé. È successo con Andreotti di cui è stato celebrato il mese scorso alla presenza di alti gerarchi della chiesa cattolica e della presidente del Senato il centenario della nascita, facendo finta di non avere letto o di avere dimenticato che il pluripresidente del consiglio ha beneficiato di una sentenza dichiarativa di prescrizione del reato di associazione mafiosa effettivamente commesso fino al 1980.
E che dire del paradosso di un condannato a 12 anni proprio nel cosiddetto processo sulla trattativa che viene invitato in una scuola media a parlare di legalità con alunni e alunne? È successo in provincia di Avellino dove il generale Mori, intervenuto nella scuola diretta dalla sorella di un suo fidato collaboratore, il colonnello De Donno, anche lui condannato a 8 anni, ha rilasciato la seguente strabiliante e gravissima dichiarazione: "Io mi curo per vivere a lungo, perché devo veder morire qualcheduno dei miei nemici”. Mi meraviglia che la gravità di ciò che è successo intorno alla trattativa non sia divenuta, tranne poche lodevoli eccezioni, elemento di discussione e riflessione; ci avrebbe aiutato a capire il crescente fenomeno dell’astensione e come e perché siamo arrivati alla confusa e quanto mai preoccupante situazione politica attuale, particolarmente difficile perché manca una prospettiva di cambiamento, storicamente rappresentata per molte di noi dalla sinistra, la cui crisi, alla luce anche di quanto detto, appare oggi irreversibile.

Tratto da: LeSiciliane-Casablanca ANNO XIII num.57 - gennaio-febbraio 2019

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