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Un patto sporco tra mafia e Stato

il patto sporco libro manodi Lorenzo Baldo
Il libro di Saverio Lodato e Nino Di Matteo per conoscere la storia (censurata) d’Italia

Indispensabile. E illuminante. Sono indubbiamente gli aggettivi più appropriati per descrivere il nuovo libro di Nino Di Matteo e Saverio Lodato “Il patto sporco” (Chiarelettere). Che arriva subito dopo gli ultimi due volumi a tema, pubblicati recentemente, e altrettanto indispensabili per fare luce sul cuore nero del nostro Paese: “Le trattative” (Ingroia-Orsatti, Imprimatur) e “La Repubblica delle stragi” (Beccaria, Borsellino, Fabbretti, Lo Bianco, Mormile, Repici e Spinosa, Paper First).
Tanti altri libri sono stati scritti per cercare di mettere assieme i diversi pezzi che compongono questo mosaico di stragi e misteri. Oggi, però, ci sono ulteriori dati da aggiungere a questa faticosa ricostruzione.
Con questo libro ci si cala in un lungo flashback: venticinque anni di storia - quella più scomoda e segreta - di un “patto sporco” tra mafia e Stato. Ma è anche un lungo excursus di un magistrato che ha lottato e continua a farlo contro la mafia, e contro quella parte di Stato che con essa ha trattato. Quella stessa parte che lo ritiene sempre più un corpo estraneo. Uno di quelli che attraverso il proprio lavoro rischia di far saltare un pericoloso ingranaggio assieme ad un pugno di colleghi valorosi come Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e ancora prima Antonio Ingroia. Che in questi anni sono stati osteggiati, minacciati e delegittimati da un sistema di potere strisciante: segmenti delle istituzioni, della politica, della magistratura e dei media compiacenti che si sono fatti promotori di attacchi pesantissimi nei loro confronti. Attacchi mirati - principalmente legati alle indagini e al processo sulla trattativa Stato-mafia - perpetrati scientificamente mentre la condanna a morte nei confronti di Di Matteo, decretata da Totò Riina alcuni anni fa, rappresentava plasticamente il clima di tensione di quel periodo.

Solitudine e coraggio
Venticinque anni di solitudine e coraggio: l’intervista appassionata di Lodato a Di Matteo inizia proprio da questa riflessione. Il racconto del pm si snoda dall’agosto del ‘91, quando inizia il tirocinio negli uffici giudiziari di Palermo e prosegue negli anni successivi. Nel ‘92 avvengono le stragi di Capaci e via d’Amelio. In quello stesso anno Nino Di Matteo approda a Caltanissetta come pm, nel dicembre del ‘93 entra nella Dda e si occupa della mafia di Gela. Quella stessa Stidda inizia a minacciarlo pesantemente al punto che gli viene assegnata la prima scorta. Che non verrà mai più tolta. “Come se tutto rientrasse in un destino già segnato”, evidenzia Di Matteo.
Nel libro c’è spazio anche per alcuni suoi ricordi intimi: un momento di angoscia e dolore dei suoi due figli, mentre la moglie non è in casa, per l’ennesimo innalzamento del livello di protezione nei suoi confronti; il bisogno di sua figlia di 11 anni di una vita “normale” e il timore del figlio di 15 anni che un’eventuale rinuncia di quella esasperante protezione “potesse diventare un ulteriore pericolo”. L’esempio di vita della famiglia di Nino Di Matteo - che ha saputo reggere con grande dignità un pesantissimo stress psico-fisico in tutti questi anni - resta un punto fermo nell’epopea di questo magistrato palermitano. Che ricorda un dato oggettivo: l’esplosivo (mai ritrovato) destinato all’attentato progettato nei suoi confronti da Cosa Nostra è “ancora in circolazione, custodito da qualche parte”. Ma per quello Stato - che fino a poco tempo fa ha sempre bocciato le sue richieste di avanzamento di carriera come una sorta di punizione per le sue indagini - evidentemente questo rischio non è così effettivo. Nel libro si ripercorrono i momenti salienti di quel progetto di attentato nel quale la mafia è indubbiamente un mero esecutore, si focalizza quindi la figura del boss stragista Matteo Messina Denaro la cui latitanza venticinquennale non può non essere garantita da quegli “ibridi connubi” di cui aveva già intuito l’esistenza Giovanni Falcone.

Una (conclamata) trattativa
“Ormai il Re è nudo” scrive Lodato mentre introduce il tema della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. “Il Re era nudo da tempo - replica Di Matteo -. Ma nessuno voleva vederlo. I fatti, i personaggi, le solite manine che hanno accompagnato, e in certi casi diretto dall’esterno sia la mafia sia il terrorismo in questo Paese, erano perfettamente individuabili. Ma nessuno voleva trarne le dovute conseguenze. Non si volevano delineare responsabilità politiche, istituzionali, storiche, che avrebbero potuto precedere e prescindere dalla responsabilità penale di soggetti determinati”. In un efficace botta e risposta i due autori spiegano che mentre lo Stato trattava di nascosto “in Italia si moriva”.
Molta emozione traspare dalle parole del pm palermitano mentre racconta il giorno della sentenza sulla Trattativa: l’attesa, l’adrenalina e la consapevolezza degli attacchi scomposti che si sarebbero scatenati in caso di assoluzione. Ed è dopo la lettura del dispositivo che condanna un pezzo di Stato per aver trattato con Cosa Nostra, e gli stessi mafiosi imputati, che i quattro magistrati si stringono in un abbraccio “liberatorio”. Ma per arrivare a quell’incredibile risultato Di Matteo e i suoi colleghi si scontrano negli anni con tanti - troppi - muri di gomma. Molti sono gli episodi su questi “muri” che vengono narrati, in ogni caso emerge con prepotenza il colore grigio della collusione e della complicità. Si torna quindi a parlare della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, così come delle telefonate tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. E proprio in merito a quest’ultimo i due autori ricordano ogni dettaglio della sua audizione al processo Trattativa: innanzitutto i (vani) tentativi dell’ex Presidente della Repubblica di non essere interrogato (cosa che invece si è verificata nel processo Borsellino Quater), quella sua palpabile tensione mentre rispondeva alle domande, e soprattutto l’importanza delle sue dichiarazioni quando aveva raccontato di uno Stato che era finito “sotto ricatto”.

Una storia da conoscere

“5252 pagine. Ogni pagina una pietra - scrive Di Matteo nel capitolo, scritto di suo pugno, dedicato ad una sintesi ragionata della motivazione della sentenza sulla Trattativa -, un pugno nello stomaco di chi per anni non aveva capito o aveva fatto finta di non capire. Per i distratti e per i «negazionisti» per vocazione. Quelli per cui la storia della mafia è solo bassa macelleria criminale”. “Non impressiona tanto il dato numerico. C’è molto altro: la chiarezza espositiva, la profondità di ogni argomentazione in fatto e in diritto, la dimostrazione della grande autonomia intellettuale di giudici che non si sono mai pregiudizialmente e acriticamente adeguati alle tesi delle parti processuali”. Di Matteo affronta con cognizione di causa il connubio Stato-mafia. “Una mossa lo Stato, una contromossa Cosa Nostra - sottolinea il pm -. Un gioco di specchi, una guerra di posizioni giocata ad alti livelli, un intreccio di apparenze create ad arte per nascondere una realtà indicibile. Verità destinate per sempre a rimanere nascoste e che, per questo, venivano ostinatamente taciute anche da uomini dello Stato che avevano l’obbligo di non tacere”. “Tutto questo - sottolinea il magistrato siciliano - lo affermano i giudici sulla base di prove granitiche, con una conseguenza terribile nella sua cruda semplicità: la Trattativa, la manifestata disponibilità al dialogo con la mafia, il cedimento di una parte dello Stato, rafforzarono in Riina e nei suoi seguaci il convincimento che la scelta di attaccare frontalmente le istituzioni - a suon di bombe, ricatti e richieste - era quella giusta. Serviva a costringere definitivamente alla resa uno Stato che aveva già iniziato a piegare le ginocchia. La Trattativa non evitò altro sangue. Lo provocò. Con altre stragi, a partire da quella di via d’Amelio, che muovevano dalla logica di intimorire ancora di più l’interlocutore istituzionale, la controparte di un dialogo scellerato e segreto”. Le pagine scorrono veloci in un crescendo di consapevolezza: il nostro Paese è ancora sotto ricatto politico-mafioso.

Passione e rabbia
Nel capitolo “Lasciatecelo dire” (che comprende anche alcuni articoli di Saverio Lodato tratti dal volume “Avanti Mafia”“affinché il lettore capisca quanto sia difficile fare informazione in Italia, quando il potere non gradisce”) Lodato spiega l’essenza di questo libro “scritto da entrambi con passione e rabbia, costante ricerca del rispetto dei fatti su materia scabrosa che non consente di barare, voglia di colmare un vuoto di conoscenza da parte della grande opinione pubblica italiana”.
Dal canto suo Nino Di Matteo ricorda che la sentenza sulla Trattativa “rappresenta la piattaforma più solida sulla quale fondare un reale e storico cambiamento. Ma, come sempre, saranno in tanti a remare contro. E lo faranno, anzi già lo stanno facendo, ricorrendo alla sperimentata strategia di sempre: il silenzio, il nascondimento dei fatti, il tentativo di minimizzare il significato di ciò che è stato accertato. «Loro» continueranno ad agire così”. “Hanno iniziato a farlo ventiquattrore dopo una sentenza che li ha spiazzati e preoccupati - rimarca con forza Di Matteo -, facendo subito scomparire quel processo dai riflettori dei principali «media». «Loro» sono tanti e sono forti perché ancora in grado di manovrare e condizionare importanti leve del potere; «Noi» abbiamo il dovere di raccontare, discutere, cercare di diffondere la conoscenza e la consapevolezza di ciò che è successo e non deve più accadere. Questo libro intende poter rappresentare un piccolo contributo alla realizzazione di un importante obiettivo: la conoscenza della verità presupposto e viatico irrinunciabile di libertà e democrazia”. Un obiettivo pienamente raggiunto.

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