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''Il Patto Sporco'' e la ricerca della verità sulle stragi

20181130 170730Tescaroli: “Le trattative esistono e sono esistite”. Il libro di Lodato e Di Matteo presentato a Firenze e Bologna
di Aaron Pettinari - Foto
“Il 27 maggio scorso il Procuratore capo di Firenze, che ha in mano le indagini sulle stragi del 1993, ha parlato di significativi indizi rispetto ai nuovi elementi emersi sui mandanti esterni delle stragi. Dopo 20 anni di indagini ed archiviazioni noi ci auguriamo che si arrivi ad un rinvio a giudizio perché vogliamo la verità su quanto avvenuto”. La voce di Giovanna Maggiani Chelli è risuonata forte venerdì presso la Libreria Feltrinelli RED di Firenze, durante la presentazione del libro “Il Patto Sporco”, scritto dal sostituto procuratore nazional antimafia Nino Di Matteo e dal giornalista Saverio Lodato. Quello della presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della Strage di via dei Georgofili, è un “grido” di giustizia per tutte le vittime innocenti che hanno pagato il prezzo più alto in quel biennio stragista. Il processo sulla trattativa Stato-Mafia, arrivato a sentenza lo scorso 20 aprile, offre importantissime chiavi di lettura sulla stagione stragista su questi aspetti si è ragionato con i vari ospiti presenti. Accanto agli autori vi erano il neo procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, e l'avvocato dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Georgofili, Danilo Ammannato, parte civile al processo. Un pomeriggio in cui sono stati ripercorsi i fatti su una stagione che ancora oggi vede una verità parziale e che, come auspicano proprio gli autori del libro, può essere impulso per i nuovi accertamenti su quella terribile stagione fatta di sangue, bombe, ricatti e patti. “Quella parola, 'trattativa' – ha ricordato la Maggiani Chelli – noi l'abbiamo sentita per la prima volta nel gennaio 1998 ed è uscita dalla bocca di un protagonista assoluto come l'ufficiale dei carabinieri Mario Mori. Poi sentenze hanno stabilito chiaramente che 'trattativa ci fu e che l'iniziativa non fu intrapresa dalla mafia ma dallo Stato'. Da tempo, dunque, erano evidenti certe cose. Noi siamo caduti in mezzo a quella trattativa quando Cosa nostra alza il tiro e per fare qualcosa di eclatante viene a cercare di buttare giù i monumenti. Noi vogliamo sapere tutta la verità su quello che è accaduto sulle sette stragi tra il 1993 ed il 1994”. Nel corso del suo intervento introduttivo La Maggiani Chelli ha giustamente ricordato le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che ha raccontato come Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio, parlando delle stragi gli chiese se sapesse fare politica e disse che quei morti, “servivano”.

Rompiamo il silenzio
Il libro nasce dall'esigenza dichiarata di “rompere il silenzio assordante che si è sollevato dopo la sentenza ed il deposito delle motivazioni, il 19 luglio 2018”. Nino Di Matteo, che in quel processo ha rappresentato l'accusa assieme ai colleghi Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, ha ribadito come con le pagine di questo libro si è “voluto lasciare una piccola traccia” anche interrogandosi su tanti fatti di cui si parla nella sentenza. In quelle carte si parla, ad esempio “del fallito attentato allo stadio Olimpico nel gennaio 1994”. “Quell'attentato – ha ricordato Di Matteo – avrebbe costituito l'ennesimo colpo ed il ricatto finale allo Stato per farlo definitivamente inginocchiare. Un attentato rivolto verso centinaia di carabinieri in servizio in quel giorno a Roma. Noi dobbiamo chiederci perché dopo quel 23 gennaio 1994 lo stesso attentato non è stato più ripetuto come sarebbe stato possibile in qualsiasi altra domenica successiva. Davvero è bastato l'arresto di Giuseppe e Filippo Graviano in un ristorante di Milano per fermare tutto o c'è dell'altro? La trattativa aveva dato i suoi frutti?”. Secondo il magistrato rispetto a certi fatti è “come se il Paese avesse una voglia tremenda, e per me pericolosa, di archiviare la vicenda stragista; come se il paese avesse bisogno, di fronte a responsabilità istituzionali così gravi, di nascondere la polvere sotto il tappeto. Tutto questo – ha aggiunto – Non lo possiamo accettare. Uno Stato che avesse paura di accettare determinate verità non meriterebbe di essere definito autorevole nei confronti della collettività”. Di Matteo, nel suo intervento ha ricordato che “la trattativa non evitò altro sangue, lo provocò” ma anche che nella sentenza di primo grado si “afferma che nella decisione di accelerare l'uccisione di Borsellino ebbe un ruolo essenziale la consapevolezza, che Riina ebbe, che lo Stato aveva cominciato a piegare le ginocchia, e si voleva convincere lo Stato a inginocchiarsi definitivamente”. Guardando al tempo presente il sostituto Procuratore nazionale antimafia ha sottolineato il paradosso per cui il nostro è un Paese in cui “giornalmente ci si confronta con problemi di immigrazione, di criminalità degli ultimi, dei nomadi, e non si confronta sulla sentenza. Il patto Cosa Nostra-Berlusconi – ha affermato il sostituto procuratore nazionale antimafia – dice la sentenza, diventa un rapporto fra i mafiosi e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 1994. Mi chiedo, che paese è un paese che non discute di queste conclusioni? Si deve avere il coraggio di ripartire da questi fatti per un nuovo impulso sulle stragi del 1992 e del 1993. Ricordando anche che non è vero che non si è fatto niente i questi anni. I processi che ci sono stati hanno contribuito a raggiungere una verità, seppur ancora parziale”. Com era già avvenuto in altre occasioni Di Matteo ha ricordato le grandi difficoltà avute nel corso delle indagini e gli attacchi subiti anche nel corso del processo anche dai più alti vertici istituzionali. Quindi ha passato in rassegna alcuni fatti su cui la sentenza si sofferma come l'accelerazione che vi è stata sulla decisione di uccidere Paolo Borsellino, o quella sensazione dell'ex Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, la notte tra il 28 ed il 29 luglio 1993 (giorno delle stragi di Milano e Roma) di essere in presenza di un “Colpo di Stato”.


Convivere con la mafia
Di “patti” e “convivenze” tra Stato e mafia ha parlato Saverio Lodato. Un intervento che è partito dal presupposto che la mafia, intesa come Cosa nostra, “è l'unica organizzazione criminale al mondo che è viva da oltre un secolo e mezzo di storia”. “Come mai si consente alla mafia di avere una così eterna longevità? Cosa le ha permesso di sopravvivere nonostante processi ed indagini?” ha chiesto rivolgendosi alla platea. La risposta è stata altrettanto chiara: “Perché la mafia non è stata mai combattuta seriamente”. Lodato ha ricordato come la nostra Repubblica sia stata fondata su una strage, quella di Portella della Ginestra, che “si porta dietro decine e decine di processi senza che si sia mai detta una parola sui mandanti. E' da allora che siamo dietro a misteri e verità parziali. E la trattativa Stato-mafia si inserisce in quella cornice più grande. Questo libro è scomodo ed indigeribile per il potere attuale, ovvero quello rappresentato dalle classi dominanti, che nel potere si riconoscono, e da quelle istituzioni che sono chiamate a rispondere di cose precise. Le parole candide dei protagonisti che portarono avanti quella trattativa (“Cos'è questo muro contro muro”, ndr) sono la misura del fatto che nel Paese vi era un senso comune che con la mafia bisognava convivere, così come disse il ministro Lunardi durante il primo governo Berlusconi”. Lodato ha poi ricordato l'elenco delle vittime, rappresentanti delle istituzioni e non, che si sono sacrificate in questa lotta contro la mafia lanciando anche un allarme. “L'organizzazione mafiosa c'è ancora oggi e detta condizioni, anche se non spara. Se spara è perché vede ostacolati i propri interessi ed i propri affari. Quando in porto ci sono pacificatamente e politicamente trattative economiche istituzionali questa è la più pacifica delle organizzazioni criminali mondiali. Ma resta pur sempre un animale pronto a tornare a mordere nel momento in cui lo ritenesse opportuno”.

Tescaroli: “Le trattative esistono e sono esistite”
Successivamente è stata la volta del pm Luca Tescaroli che da sostituto procuratore a Caltanissetta si occupò della strage di Capaci e del fallito attentato contro Giovanni Falcone all'Addaura. Ed è prorio dalla data di quest'ultimo (20 giugno1989, ndr) che il neo procuratore aggiunto di Firenze individua l'inizio di una nuova strategia per Cosa nostra. “Quello è il punto di inizio e con il fallito attentato all'Olimpico c'è il punto di arrivo – ha detto Tescaroli – Prima di allora c'erano state stragi ed omicidi seguendo un criterio selettivo per colpire in vista di un determinato obiettivo. In particolare dopo la sentenza del maxi processo inizia un'opera stragista di chiusura dei rapporti col passato e con quei referenti politico istituzionali che non erano più funzionali e che non avevano mantenuto le promesse. Quindi si creavano le premesse per avere nuovi rapporti, nella logica mafiosa di un raggiungimento di finalità da cui trarre beneficio”. Tescaroli si è soffermato su tutti i delitti, a cominciare dall'omicidio Lima per arrivare, appunto, al mancato attentato allo stadio Olimpico. “E' mettendo in fila quei fatti assieme alla lettura delle dichiarazioni rese da don Vito Ciancimino, sindaco di Palermo condannato per mafia e già assessore ai lavori pubblici, che nacque in me l'ipotesi che vi fosse un collegamento tra certi rapporti e le determinazioni stragiste – ha detto Tescaroli – Quell'idea, avuta nei primi anni Novanta ha trovato poi conferme in sentenze passate in giudicato”. In particolare sono due quelle citate e lette ai presenti: quella della Corte d'appello sulla strage di Capaci (motivazione della sentenza del giugno 2001) e quella di primo grado della Corte d'assise di Firenze, nel 1998. “Da queste due sentenze non ci possono essere dubbi del fatto che le trattative esistono e sono esistite – ha proseguito il magistrato – Questo fatto è indiscutibile e deve essere riconosciuto al di là delle polemiche e le affermazioni mediatiche e giornalistiche. Sulle stragi si è fatto molto, si è arrivati ad una porzione significativa di verità ma ancora non siamo di fronte ad una verità completa. E senza completa verità non può dirsi che vi è giustizia”.
Nel corso del suo intervento Tescaroli ha anche ricordato l'esperienza vissuta a Caltanissetta proprio assieme a Di Matteo: “Da giovani magistrati muovevamo i nostri primi passi su due fronti. Io mi occupai della strage di Capaci e dell'Addaura, lui si occupò alla fine del 1994 nella strage di via d'Amelio. Lui inserì il suo apporto in un momento difficile di quelle indagini quando già altri magistrati avevano indirizzato il percorso investigativo e ponendo alla base degli accertamenti la collaborazione di Scarantino. Di Matteo con la professionalità che gli è propria ha cercato di dare il proprio contributo indirizzando il volto dell'accertamento della verità nella direzione giusta. E mi sento di poter dire che in quel periodo ottenemmo risultati importanti, con condanne definitive, arresti, sequestri di depositi di armi, il profluvio di collaborazioni con la giustizia, confische e sequestri di beni. Questo significa che c'è comunque uno Stato che è presente ed è anche capace, con i suoi funzionari più valorosi, di contrastare la mafia sebbene vi sia stata una convivenza tra alcuni esponenti dello Stato ed il crimine organizzato”.

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Da Riina a Graviano il nuovo input d'indagine
A chiudere l'incontro è stato il legale dell'Associazione familiari vittime della strage dei Georgofili, Danilo Ammannato. Così come aveva fatto durante la sua discussione al processo Stato-mafia ha ribadito come “gli autori di quel dialogo con la mafia siano stati moralmente responsabili delle stragi che vennero successivamente in Continente”. “Nei giorni della sentenza abbiamo letto lo shock dei giornali ma era evidente che la prova penale della trattativa fosse presente – ha detto l'avvocato – Era evidente la minaccia al Governo e questa sentenza dovrebbe essere letta e portata alla conoscenza di tutto il Popolo Italiano. In questa sentenza quell'iniziativa dei Carabinieri del Ros viene definita come 'nefasta' e 'sciagurata' perché aprendo quel canale vennero esortati i mafiosi ad avanzare le condizioni per far cessare il 'muro contro muro', mandando la sollecitazione che le stragi, in qualche maniera, pagassero. E così si è provocato altro sangue ed altre stragi. La prova di quel che è accaduto ci è dato anche dalle parole di Riina, intercettato in carcere, quando ha detto chiaramente che 'allo Stato di dovevo dare i morti'. La sentenza ribadisce chiaramente che quelle intercettazioni, autentiche, hanno la stessa rilevanza di quelle di Buscetta. La parola di Riina è la prova storica assoluta penale della responsabilità della minaccia aggravata dello Stato italiano. Una minaccia attuata da Riina, tramite Vito Ciancimino e mediata dal Ros che la porta al potere politico. La prosecuzione si ha nel 1993 quando, dopo l'arresto di Ciancimino e di Riina, il testimone passa a Marcello Dell'Utri ed a Bernardo Provenzano ed arriva fino alla minaccia al Governo Berlusconi. I passaggi sono tutti inseriti nella sentenza”. Ammannato ha anche ricordato che tuttora la mafia è in possesso di 250 chili di tritolo e dell'esistenza di un progetto di morte nei confronti di Nino Di Matteo: “E' arrivato un ordine preciso durante il processo. Di Matteo doveva essere ammazzato perché era andato troppo oltre. Quell'ordine arrivava anche da Matteo Messina Denaro che è ancora libero e finché sarà libero è chiaro che siamo di fronte ad una trattativa che è ancora in piedi. Non è possibile che ad oggi sia ancora latitante. A Di Matteo noi vogliamo il nostro ringraziamento perché nonostante sapesse dell'esistenza dell'attentato è rimasto al suo posto fino all'ultimo giorno di sentenza. E il plauso va fatto oggi che è ancora vivo non dopo, quando il magistrato può essere morto”. Infine, Ammannato ha colto l'invito del libro sulla necessità che da questa sentenza “riparta tutto”. Si è conclusa così, tra gli applausi ed il sostegno per il magistrato la presentazione fiorentina. Una vicinanza che la società civile non ha fatto mancare neanche a Bologna, il giorno prima, durante l'incontro che si è tenuto presso la Libreria Coop Ambasciatori quando i due autori hanno dialogato sui contenuti del libro assieme a Valerio Varesi e a cui ha partecipato, tra il pubblico, anche il procuratore generale di Bologna, Ignazio De Francisci, già membro del pool con Falcone e Borsellino.

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