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Del Bene: '''Ndrangheta non più violenta, cerca l’imprenditoria per entrare in politica''

6di Davide de Bari
Lodato su processo Aemilia: “Mafia già vestita con il massimo livello di complicità istituzionale”

“I fenomeni criminali della ’Ndrangheta hanno cambiato strategia. Non c’è più la manifestazione della violenza e della forza. Ora è quella di avere una maggiore ovazione imprenditoriale ed entrare nel mondo poltico-istituzionale; insinuandosi silenziosamente negli apparati burocratici degli enti locali. E questo non si fa con violenza ma con la corruzione”. E’ questo l’allarme lanciato dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Francesco Del Bene, che ieri sera è intervenuto a Reggio Emilia nell’ambito del convegno “Le mafie insospettabili”, insieme al giornalista Saverio Lodato e Elia Minari. Per il magistrato c’è il rischio che le condanne di primo grado del processo Aemilia cadano nel dimenticatoio: “Quando il fenomeno era sviluppato in Sicilia parti istituzionali sostenevano che la mafia non esistesse, vogliamo ripetere la stessa cosa qui? Come in Valle d’Aosta e in Lombardia? Ciò significa cancellare quanto è stato scoperto”. Il processo Aemilia ha “accesso un riflettore su una mafia capace di mantenere rapporti con il mondo istituzionale, imprenditoriale e con la stampa. Insomma capace di controllare le economie”.
Secondo Del Bene la cosa più “grave” che emerge “è che gli imprenditori in crisi hanno chiesto aiuto alla ‘Ndrangheta. E’ cosi che l’economia legale viene infarcita di capitali sporchi, che molto spesso vengono investiti in attività come il gioco online”. Sulla figura dello ’ndranghetista 2.0., il magistrato ha detto: “Oggi non troverete più chi indossa la coppola, ma sono persone come noi”.
Per fare una “fotografia” del fenomeno, il sostituto procuratore nazionale antimafia ha utilizzato uno studio di un sociologo che dice: “I fenomeni criminali mafiosi hanno questa zona nebulosa dove avviene una confusione tra lecito e illecito; dove non si è in grado di distinguerle tra loro. Sono cementati dagli affari. Prima il mafioso si imponeva, adesso non ha interesse di sottomettere la categoria imprenditoriale, ma di conviverci perché servono per infiltrarsi nell’economia”. Il pm ha poi ricordato che per “anni in Sicilia ci siamo imbattuti nella figura del concorso esterno in associazione mafiosa. Quanti processi e sentenze della cassazione hanno cercato di delineare questa figura. Non solo in Sicilia, ma anche nelle regioni del Nord”.
La ’Ndrangheta ha ormai “una grande disponibilità economica che può comprare qualsiasi cosa. E’ diventata la mafia più pericolosa in Italia. Il fenomeno non ha riguardato solo l’Emilia Romagna, ma sono arrivati anche in Valle d’Aosta”. Per il magistrato “bisogna avere l’idea che il fenomeno non si è infiltrato, ma si è radicato in gran parte dei territori più ricchi”.
Del Bene si è poi chiesto: “Come è avvenuto questo?" "Per la sottovalutazione del fenomeno. - ha detto - Bisogna creare gli anticorpi, non solo nelle regioni del Sud, ma anche nelle regioni del Centro-Nord”. Per questo, non bisogna “considerare l’Emilia Romagna un’eccezione in quanto il fenomeno è stato processato e quindi finito, ma in realtà non è così”. E riguardo gli strumenti per contrastare il fenomeno, il giudice ha spiegato che “le misure interdittive sono il primo strumento che ci permette di accendere un faro” insieme agli “strumenti di prevenzione della confisca delle imprese, che trascende dall’azione penale, ma che fa più male perché va a colpire l’impresa o un immobile. Questa è una forte risposta dello Stato che dovrebbe poi restituire alla collettività. - ha continuato - Purtroppo in Italia solo nell’emergenza adottiamo certe iniziative, ma questa forma mentis dovrebbe essere usata prima”.
Il sostituto procuratore nazionale antimafia ha poi parlato della mafia siciliana, di come essa si trovi “in crisi”. “Questo non significa che la mafia è ‘timida’, - ha detto - ma esistono ancora delle parti soprattutto legate al terzo livello dei rapporti istituzionali”.
Nel concludere il suo intervento, Del Bene ha poi parlato dei cinque anni passati al fianco di Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia come pubblica accusa nel processo Trattativa Stato-Mafia: “Sul processo c’era una gran parte della stampa completamente critica. Della sentenza se ne è parlato solo il giorno del dispositivo. Ho vissuto 5 anni di grande pressione e amarezza: noi stavamo facendo il nostro dovere”. Il magistrato ha poi continuato: “Dal giorno alla notte quello che era considerato un bravo magistrato gli è stata fatta terra bruciata attorno. Sono stati cinque anni durissimi per la mia famiglia, per non parlare del Dottor Di Matteo”.


Un processo con una mafia già vestita con l’abito istituzionale

Il giornalista Saverio Lodato, intervenuto nella sua città natale, con una leggera nota di amarezza ha detto che “non mi sarei mai immaginato che alla parola Amelia venisse associato un processo riguardante la ‘Ndrangheta”. Lo scrittore ha poi sottolineato che già negli anni ’90, in occasione della festa dell’Unità di Modena, venne inviato Giovanni Falcone che “dedicò la centralità del suo intervento al fatto che in Sicilia e nelle regioni meridionali le mafie rischiavano di diventare un fenomeno che si sarebbe estero su tutto il territorio nazionale”.
Partendo dal presupposto che la mafia "è un fenomeno che esiste da circa 150 anni", Lodato ha ricordato che, quella che si è insediata negli scorsi mesi, è la 18°commissione parlamentare antimafia. "Nonostante da 60 anni si studia il fenomeno ancora non si riesce ad eliminarlo. Come mai? Cosa ha impedito allo Stato italiano di debellarlo?" si è chiesto il giornalista. "In Italia - ha proseguito Lodato - su questo argomento sono state pronunciate migliaia di parole ma il fenomeno è ancora lì, anzi è ancora più violento. Io credo che è stata raccontata una grande favoletta: che fosse un mostro che si era fatto da solo, ma in realtà non è così”.
L’autore de “Il Patto Sporco”, il libro scritto assieme al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, edito da Chiarelettere, ha quindi messo in fila una serie di fatti che dimostrano come la mafia non si sia “fatta da sola”. Basti pensare al primo omicidio eccellente di Notarbartolo, alla fine dell’ottocento; l’intervento del prefetto Mori in Sicilia, ai tempi di Mussolini; o ancora lo sbarco nell’isola degli alleati, intermediato dal boss Lucky Luciano con gli americani. Per il giornalista “si è sempre utilizzata la parola trattativa, che si inserisce quando apparati dello Stato hanno fatto ricorso a metodi sporchi. Questa è la storia dell’invincibilità della mafia che, dopo processi e sentenze definitive, è ancora lì viva e vegeta. E purtroppo ce la ritroviamo anche in una città come Reggio Emilia. E proprio qui c’è stato un processo, Amelia, in cui non vengono portati alla sbarra solo i mafiosi. Ma si trova una mafia bella e vestita con il massimo livello di complicità istituzionale”.
Il rapporto tra la mafia ed i più alti vertici delle istituzioni è stato raccontato anche attraverso processi chiave come il il patto sporco integralemaxi processo di Falcone e Borsellino, quello all’ex sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti ed infine quello sulla Trattativa Stato-Mafia. “La grande stampa, diversamente da quello di Falcone e Borsellino, decise di spegnere i microfoni. - ha detto l’autore del libro edito da Chiarelettere - In quei cinque anni del processo c’è stato un isolamento nei confronti di quei magistrati, ma anche di intellettuali che gli hanno attaccati”. Il giornalista ha poi ricordato quei soggetti che in qualche maniera avevano scritto contro il processo mentre questo era ancora in pieno svolgimento. Da Giuliano Ferrara, a Giuseppe Sottile, passando per Giorgio Mulé, Enrico Deaglio, Pino Arlacchi, Marcelle Padovani ed Eugenio Scalfari. “Ognuno ha la sua opinione. Ma coloro per cinque anni hanno crocifisso i giudici che hanno cercato la verità, mettendo in fila dei fatti, ignorati dalla stampa, dovrebbero avere il coraggio intellettuale di aprire un dibattito. Invece la scelta che si è fatta è quella di non parlarne. - ha detto lo scrittore - Per questo con il Dottor Di Matteo abbiamo scritto questo libro affinché lasciasse traccia scritta nella memoria del Paese. Perché le istituzioni fanno di tutto per non parlarne. Infatti in questo libro (Il Patto Sporco, ndr) non troverete opinioni. Qui si racconta il perché i carabinieri del Ros Mori, De Donno e Subranni insieme a Marcello Dell’Utri e Bagarella furono condannati”. Riferendsi al libro “Guardare la mafia negli occhi” scritto da Elia Minari, Lodato ha espresso delle parole “sentite” nei suoi confronti: “Elia ha scritto un libro a soli 24 anni dove racconta la storia della sua città attraverso un processo. Un vero messaggio di contro informazione. I testimoni hanno bisogno che le loro testimonianze vengano raccolte, sostenute e capite”. Il giornalista Minari ha ricordato la lunghissima lista degli imputati al processo Aemilia e il tempo che ci ha messo il presidente della corte per pronunciare il dispositivo di sentenza. “Non sono state lette solo le condanne, ma ha indicato alla procura di svolgere decine di accertamenti su persone che hanno testimoniato al processo - ha detto Minari - In questo elenco ci sono tantissimi nomi emiliani, di insospettabili come anche un ex consigliere comunale”. Durante il suo intervento, lo scrittore ha evidenziato: “Abbiamo cercato di approfondire dei fatti anche dopo il processo che vedevano in altri territori le imprese dei più importanti imputati del processo dove addirittura andavano all’estero in Germania a investire”. Il coordinatore dell’associazione antimafia Controcirquito ha poi ricordato il rapporto dei mass media nei confronti del processo come questi avrebbero etichettato come grandi imprenditori, proprio gli imputati: Francesco Grande Aracri condannato in via definitiva per associazione mafiosa viene definito un grande imprenditore senza citare la sua condanna”. "Queste vicende possono sembrare complesse da affrontare, qualcuno può sentirsi un tifoso o uno spettatore. - ha concluso il giornalista - Penso che occorra dentro di noi un punto maggiore di consapevolezza e responsabilità. Il proliferare della mafia sta anche nell’indifferenza che spesso sta nello specchio di casa nostra”.

Foto © ACFB

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