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di Saverio Lodato
La ragione principale della longevità della mafia, a due secoli (forse più) dalla sua origine, sta nel fatto che la mafia è sempre stata materia di baratto politico, questione che andava risolta, o ridimensionata, o semplicemente tenuta a bada, temporaneamente. Solo temporaneamente.
In attesa di tempi futuri e migliori, vuoi per la mafia, vuoi per i governi che facevano mostra di volerla combattere.
Era un parente scomodo e imbarazzante, che periodicamente andava rinchiuso, nascosto agli ospiti o, persino, qualche volta, ammesso platealmente a tavola.
La mafia lo sapeva, l’ha sempre saputo, e lo sa.
C’è un modo di dire siciliano che racchiude in sei parole il nocciolo della faccenda, diventata nei secoli quasi una filosofia: “Calati junco ca passa la china”. Abbassati giunco, perché la piena, prima o poi, è destinata a passare. Ma tu, mafioso, ci sarai sempre. Fatto sta che il mafioso sta ancora lì, al suo posto.
E siamo talmente presuntuosi da ritenere che questa nostra introduzione equivalga ad una verità indiscussa, incontrovertibile, sacrosanta. D’altronde, se non fosse così, la mafia (che ha finito con il figliare: le mafie) non sarebbe sopravvissuta, in un paese occidentale e moderno, per due secoli. Unico esempio al mondo.
Allora, sorge spontanea questa domanda.
Ci sono governi più governi degli altri che hanno titoli migliori per combatterla?
Di primo acchito, saremmo tentati dal dire di sì.
Governi che nascono con una forte spinta di rinnovamento, quantomeno rispetto alle aspettative della popolazione e alla percezione diffusa; governi che esprimono una classe politica, rispetto al passato, più giovane, persino molto giovane, meno compromessa con vecchi interessi, vecchi apparati, vecchi segreti e vecchi archivi; governi che si avvantaggiano di una spinta impetuosa per l’ansia del voltar pagina; ecco, a occhio, governi del genere, dovrebbero avere una marcia in più. Dovrebbero avere meno obblighi generazionali rispetto al parente scomodo del quale stiamo parlando. È ciò che scrivemmo il giorno dell’insediamento di Giuseppe Conte, a commento delle sue dichiarazioni programmatiche.
Governi conservatori, parlamenti incanutiti, sono invece più inclini a tirarsi dietro il parente scomodo con il quale, in fin dei conti, è da più a lungo che sono abituati a convivere e persino a intavolare affari o scendere a patti. Lo conoscono meglio, sanno come prenderlo, ne conoscono l’intima natura.
Cromwell, rivolto a certi “onorevoli” del parlamento inglese, ebbe a dire: “Vi scongiuro, andatevene. È da troppo tempo che sedete su questi scranni, per quel poco di bene che, in passato, avete fatto per il nostro Paese”.
E questo, sia detto per inciso, vale anche per il nostro Parlamento attuale, dove si aggira una discreta pattuglia di cariatidi che invece hanno beneficiato, in tempi grami come questo, del titolo onorifico di “saggi”. E con il corrispondente diritto di parola su argomenti dai quali, forse, farebbero assai meglio a tenersi alla larga. Ma torniamo al ragionamento iniziale.
Non c’è quindi nulla di male se la maggioranza dell’opinione pubblica si aspetti un impegno - determinato e limpido - contro le mafie, proprio da parte di un governo che nacque all’insegna del rinnovamento. Salvo, prove contrarie.
L’abbiamo presa volutamente da lontano.
Ma non è forse proprio questo scenario che sta alla base del clamoroso conflitto istituzionale fra Alfonso Bonafede, ministro della giustizia, e Nino Di Matteo, componente del Csm?
Ormai la vicenda dovrebbe essere arcinota.
Ma ci sono due modi per affrontarla. Proverò a riassumerli.
La vulgata che sta prevalendo, favorita dalla quasi totalità dei media, è che saremmo in presenza di una querelle di natura bizantina, scaturita da vecchie ruggini per mancate poltrone, degenerata poi - due anni dopo - nei piatti in faccia, in cui entrambi i contendenti hanno torto e ragione in parti uguali.
Di Matteo ha torto, perché parla due anni dopo e vuota il sacco in una trasmissione televisiva.
Bonafede ha torto, perché affidò la poltrona del Dap, promessa a Di Matteo (che aveva chiesto due giorni per pensarci), a Francesco Basentini. E proprio in quei due stessi giorni.
Detta così, certo che diventa questione fra comari, comari dell’antimafia, ma pur sempre comari.
Pro bono pacis, è intervenuto Gian Carlo Caselli, con un invito ai contendenti a deporre le spade.
Non occorre dire chi sia Caselli e cosa rappresenti, nella storia migliore di questo Paese.
Sono parole accorate, le sue. Basate sulla inoppugnabile constatazione che sia Bonafede sia Di Matteo sono due “galantuomini”. Perché non trovano un chiarimento?
C’è poi un altro modo, forse più ruvido, per affrontare una questione che resta assai spinosa.
Scendere nei fatti, in profondità. E non sorvolare, in presenza di governi "amici", con i quali - a maggior ragione - si dovrebbe essere schietti.
Nel silenzio generale, 376 detenuti, che qui definiremo - sbrigativamente - tutti boss, sono tornati in libertà.
E non erano 40, come ha finto di credere il capo Dap, Francesco Basentini, interpellato sul punto nella puntata di Non è l’Arena.
Il ministro Bonafede ha annunciato che il governo sta lavorando a un decreto per riportare tutti in carcere.
Questi tre elementi fanno impallidire la querelle iniziale Di Matteo-Bonafede.
Si tratterebbe infatti di capire cosa è successo. Che ci venisse spiegata - ma per davvero - la natura di quella rivolta nelle carceri italiane del 7 marzo. Ci fu o non ci fu un rapporto di causa e effetto con le scarcerazioni?
Di tutto ciò, i media preferiscono non parlare.
Infine l’ultima domanda.
Hanno ragione quelli che lamentano che questa vicenda scabrosa abbia finito con l’alimentare la campagna delle opposizioni di centro destra contro il governo Conte? E che di tutto ciò, in qualche modo, sia responsabile Di Matteo con quel suo improvvido intervento televisivo?
Si. Avrebbero ragione, se restassimo fermi alle vecchie logiche, che il problema mafia va affrontato temporaneamente.
E che fossimo rimasti tutti all’oscuro delle 376 scarcerazioni.
Ma non è un gran ragionare.
Meglio ricordare le parole di Giovanni Falcone quando, criticato per certe sue relazioni “politiche”, e certe sue comparsate televisive, considerate da alcuni troppo audaci, ebbe a dire: “Io, pur di fare la lotta alla mafia, scenderei anche a patti con il diavolo”. Anche se poi con lui il Diavolo si comportò male.
Eccoci arrivati alla conclusione.
Ognuno faccia le sue scelte.
Ma ammetterete che quanto è accaduto dovrebbe provocare ben altro dibattito.
Che non la solita, trita e ritrita, canea contro Di Matteo. Persino da parte di certi settori della magistratura, troppo zelanti al compitino che il giudice deve andare nelle sedi adatte, non nelle trasmissioni televisive.
Falcone e Borsellino accettarono tutti gli inviti televisivi che vennero rivolti loro. E con questo?
Semmai, ci si lasci dire che non bisogna essere magistrati antimafia, per denunciare la mafia.
Anche un magistrato qualunque - vivaddio - ogni tanto potrebbe dimostrare di avere un briciolo di coscienza antimafia.
In fondo parliamo dell’Italia.
E della Mafia.
Che in Italia ci sta da due secoli.

???? Foto © Imagoeconomica

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???? La rubrica di Saverio Lodato



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