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di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
"Al tempo le intercettazioni dei boss che erano contrari"
Bonafede nega, ma non dice la verità

Anno 2020. Il capo del Dap, Francesco Basentini, si è dimesso a seguito delle polemiche che si sono susseguite negli ultimi mesi nell'ambito della gestione delle carceri in questo periodo di emergenza sanitaria internazionale. Vi sono state rivolte negli istituti di pena, scarcerazioni di boss mafiosi eccellenti detenuti in Alta detenzione o al 41 bis, per motivi di salute, ma anche, dicono i provvedimenti dei giudici dei tribunali di sorveglianza, tenendo conto del rischio contagio per il Covid-19. Provvedimenti presi anche facendo riferimento particolare alla circolare dello scorso 21 marzo, inviata ai direttori delle carceri, in cui il Dap chiedeva di comunicare "con solerzia all'Autorità giudiziaria, per le eventuali determinazioni di competenza", il nominativo di quei detenuti che hanno più di 70 anni e che sono affetti da determinate patologie.
Al posto di Basentini sono stati nominati Dino Petralia al vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria e come vice Roberto Tartaglia.
Di questo, della scarcerazione del capomafia Pasquale Zagaria, e di ciò che si sarebbe potuto fare si è parlato ieri sera su La7 nel programma di Massimo Giletti, Non è L'Arena.
E' in questo contesto che ieri sera è andato in scena il botta e risposta tra il Consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo, e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede su un fatto, avvenuto due anni addietro, di cui abbiamo già parlato anche in altre occasioni nel nostro quotidiano: la mancata nomina di Di Matteo al Dap.

Il caso
A farne accenno in trasmissione è stato per primo il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, nel momento in cui, parlando delle responsabilità politiche del ministro di fronte alla crisi delle carceri, ha ricordato: "In politica ci sono anche quelle responsabilità di non scegliere le migliori persone, probabilmente, a capo di una struttura così delicata come il Dap. Evidentemente non è casuale che si sia scelto Petralia ed un vice come Roberto Tartaglia impegnato in prima linea sulla trattativa".
E' in quel preciso momento che il conduttore Giletti, che aveva già mostrato l'intervento di Di Matteo che andò in onda su Nove dopo la scarcerazione del boss Francesco Bonura, ha preso la palla al balzo per chiedere all'eurodeputato cinque stelle, Dino Giarrusso, il perché non fu scelto il nome di Di Matteo al principio quando poteva essere "in quel momento l'uomo giusto". La risposta del grillino è stata breve. Da una parte confermando genericamente le voci su Di Matteo ("Poteva essere come sai, sia Gratteri l'altra volta, che su Di Matteo pure si stava parlando di farlo ministro"), dall'altra, affermando di non sapere nulla nel merito, sostenendo che quelle erano "trattative, contatti tra il ministro e il dottor Di Matteo in cui io non c'entro".
E sul punto, poco dopo, è tornato nuovamente de Magistris dopo una serie di interventi dell'ex ministro Claudio Martelli, del magistrato Catello Maresca, del "capitano Ultimo" (Sergio De Caprio, oggi assessore in Calabria), Luca Telese ed altri. "La storia giudiziaria del nostro Paese dimostra che le peggiori infiltrazioni sono dentro la politica e le istituzioni - ha ricordato de Magistris - E sulle responsabilità politiche, aggiungo, io rimasi perplesso e ci vuole competenza, quando fu scelto Basentini. Io non ho nulla di personale con Basentini, ma rimasi perplesso. Siccome fu messo da parte Nino Di Matteoche secondo me ha una credibilità ed una coerenza nella sua storia personale, per me questo fatto (riferito alla vicenda della scelta del Dap e delle scarcerazioni) è un fatto politico, non amministrativo".

Di Matteo parte uno
Ed è proprio questo passaggio che ha motivato Nino Di Matteo ad intervenire telefonicamente durante la trasmissione e lo ha ribadito in principio: "Ho chiesto di intervenire soltanto perché è stato evocato un episodio relativo al giugno 2018, quando venne nominato il dottor Basentini come capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Ritengo di dover dire come si siano svolti i fatti nel momento che l'onorevole Giarrusso parlava di trattativa tra la mia persona ed il ministro Bonafede. Io non ho mai fatto trattative con nessun politico né ho mai chiesto nulla".
Partendo da questo presupposto il Consigliere togato ha ricostruito i passaggi di quello che non fu un "pourparler", ma una vera e propria proposta di collaborazione con la possibilità di scegliere tra la guida del Dipartimento amministrazione penitenziaria o la poltrona che fu di Giovanni Falcone.
“Venni raggiunto da una telefonata del ministro che mi chiese se ero disponibile ad accettare l’incarico di capo del Dap o in alternativa quello di direttore generale degli Affari penali, il posto che fu di Falcone - ha ricostruito il magistrato che condusse il processo sulla trattativa Stato-mafia - Io chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Nel frattempo alcune informazioni che il Gom della polizia penitenziaria aveva trasmesso alla procura antimafia e anche al Dap avevano descritto la reazione di importantissimi capi mafia, legati anche a Giuseppe Graviano ed altri stragisti, che commentavano le indiscrezioni sulla nomina a capo del Dap: se nominano Di Matteo per noi è la fine”.
Di Matteo ha dunque raccontato di essere andato "a trovare il ministro dicendo che avevo deciso di accettare l’incarico al Dap, ma improvvisamente il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano deciso di nominare il dottor Basentini e mi chiese di accettare il ruolo di direttore generale al Ministero degli affari penali e il giorno dopo dissi che non avrei accettato".
Affrontando le domande dei presenti Di Matteo ha ribadito di essere intervenuto solo perché è stato "rievocato un fatto che ho sempre tenuto riservato" e di essere stato "nel giro di 48 ore, per iniziativa del ministro, senza che io mi fossi fatto avanti, in quanto non sono mai stato abituato a chiedere nulla, né tantomeno ai politici, mi sono trovato disegnato come capo del Dap. E nel momento in cui ero andato a comunicare la mia risposta affermativa, mi trovai di fronte a questo dietrofront del ministro".
Nel corso della telefonata il magistrato ha anche sottolineato che non vi è alcun interesse personale dietro a quel chiarimento: "Io ero alla Procura nazionale antimafia e stavo bene alla Procura nazionale antimafia, così come poi sono stato eletto al Csm. Quindi non è una questione personale, ma i fatti devono essere conosciuti" anche perché ha affermato chiaramente di "rispettare la separazione dei poteri per non rispettare le scelte politiche".
E quando Giletti ha espresso una valutazione sulla differenza dei ruoli tra Dap e Direttore degli affari penali, dicendo che sceglieva il primo perché quello era un luogo di comando, il magistrato ha spiegato che quel rifiuto non era legato a quell'aspetto: "Non voglio apparire come presuntuoso. Ai tempi del ministro Martelli la direzione degli affari penali, assieme al ministro, ha prodotto una normativa antimafia ancora oggi decisiva".
E alla domanda se avesse chiesto o meno al ministro il perché di quel passo indietro ha risposto: "Io non lo chiesi, forse per orgoglio o forse perché c'era quella situazione così scabrosa della contemporaneità delle intercettazioni con le esternazioni dei capomafia al 41 bis. Ricordo che il ministro mi disse: 'Guardi la direzione generale degli affari penali è più importante e il capo del Dap tratta anche una parte amministrativa come la gestione degli appalti per la costruzione delle nuove carceri'. Io dissi che quello del dipartimento non è solo un ruolo di alta amministrazione, ma con la gestione corretta, retta, non violenta o autoritaria, delle carceri e del 41 bis, passa molta strada dell'efficacia della lotta alla mafia e al terrorismo. Dissi questo e presi atto della decisione".
Ricordando di quel lungo colloquio il consigliere togato ha dunque ribadito di essere rimasto "colpito da quell'improvviso cambiamento, perché la telefonata della proposta si era conclusa con la frase 'scelga lei'. E dissi di avere bisogno di 48 ore per parlarne con i miei familiari. Se ci aveva ripensato o se stato indotto a ripensarci, questo non posso saperlo".

Bonafede replica
Di fronte allo stupore dei presenti, laddove addirittura Ultimo, incredibilmente, ha parlato di amarezza e di "massimo rispetto per il dottor Di Matteo ed il lavoro che fa", anche il Guardasigilli non ha potuto fare a meno di telefonare in trasmissione.
“Rimango veramente esterrefatto - ha replicato Bonafede - nell’apprendere che viene data un’informazione grave nella misura in cui si lascia trapelare un fatto assolutamente sbagliato e cioè che sarei arretrato dalla mia scelta di proporre al dottor Di Matteo un ruolo importante all’interno del ministero perché avrei saputo di intercettazioni. Di Matteo lo stimo, ma dobbiamo distinguere i fatti dalle percezioni, perché dire agli italiani che lo stato sta arretrando rispetto alla lotta alla mafia è un fatto grave”.“Non sto chiamando - ha proseguito il ministro - né per difendermi né per dare chiarimenti, io metto davanti i fatti perché nei miei quasi due anni da ministro ho portato avanti solo leggi scomode, che mi fanno vivere sotto scorta, ho firmato 686 atti per il 41 bis. La questione - ha ricostruito Bonafede - è molto semplice: io ho chiamato il dottor Di Matteo per la stima che ho nei suoi confronti, parlandogli, come lui ha correttamente chiarito, della possibilità di fargli ricoprire uno dei due ruoli, o capo del Dap o direttore degli Affari penali, dicendogli che era mia intenzione farlo scegliere praticamente a lui, anche se ne avremmo parlato insieme. Nella stessa telefonata Di Matteo mi chiarisce che c’erano state nelle carceri delle intercettazioni” nelle quali i detenuti avrebbero espresso la loro contrarietà alla sua nomina al Dap: “Credo abbiano detto 'facimmo ammuinà'”.
“Non sono uno stupido - ha proseguito il Guardasigilli - sapevo chi è Di Matteo, sapevo chi stavo per scegliere, e tra l’altro quella intercettazione era già stata pubblicata e sono intercettazioni di cui il ministro dispone perché le fa la polizia penitenziaria. Il fatto che il giorno dopo avrei ritrattato quella proposta in virtù di non so quale paura sopravvenuta non sta né in cielo né in terra. E’ una percezione, legittima, del dottor Di Matteo. Quando lui è venuto al ministero gli ho detto che tra i due ruoli per me sarebbe stato molto più importante quello di direttore degli Affari penali perché era molto più di frontiera nella lotta alla mafia. Quindi non gli ho proposto un ruolo minore nella lotta alla mafia. E a me sinceramente era sembrato che alla fine dell’incontro fossimo d’accordo. A me era sembrato, ma evidentemente sbagliavo, che fossimo d'accordo. Ma il giorno dopo mi disse di non volere accettare gli affari penali perché voleva il Dap, ma io nel frattempo avevo già scelto Basentini”.
Dunque per quale motivo, se le intercettazioni non hanno pesato, fu scelto Basentini? Perché vi fu quel cambio? Il ministro non lo ha chiarito in alcun modo.
Restano le parole di Di Matteo che ha controreplicato ribadendo di non aver fatto "interpretazioni" ma di aver "raccontato fatti precisi che si sono svolti in quei termini e che confermo in ogni passaggio. Le interpretazioni le lascio ad altri".
Non di poco conto anche l'ultima precisazione del magistrato: "Preciso che non si trattava di una sola intercettazione, ma in più sezioni di 41 bis c’erano state dichiarazioni fatte ostentatamente dai detenuti che, gridando da un piano all’altro, dissero che 'se e arriva Di Matteo questo butta la chiave'. Mi pare che il ministro abbia confermato i fatti, io non do interpretazioni”.
Adesso, visti i fatti minuto per minuto, raccontati per bocca dei diretti interessati, il ministro della Giustizia Bonafede, con onestà intellettuale, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, spiegare le valutazioni che portarono a quel cambio e poi dimettersi.
Altrimenti dimostrerà di essere un ministro che verrà ricordato per le sue bugie e per la sua incompetenza.

Foto © Imagoeconomica

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