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di Giorgio Bongiovanni

La vittoria della società civile su un uomo libero. Secondo la giudice il giornalista “è a rischio suicidio se estradato”


Julian Assange non verrà estradato. La giustizia britannica ha respinto la contestata istanza di estradizione negli Usa del fondatore di WikiLeaks dove Assange è accusato di spionaggio e pirateria per aver contribuito a svelare file riservati americani relativi fra l'altro a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq. Un verdetto inaspettato quello della giudice distrettuale Vanessa Baraister che ha ribaltato le attese degli analisti e di chi ha seguito il processo sin dal principio. Oltreoceano Julian Assange rischiava una condanna per 175 anni di carcere (circa 10 anni per ogni capo d’accusa) per aver violato, tra le altre cose, il cosiddetto “Espionage Act”. Baraister si è detta persuasa della "buona fede" degli inquirenti americani e ha respinto le contestazioni della difesa contro i timori di un processo iniquo Oltreoceano. Ma ha negato comunque l'estradizione, definendo insufficienti le garanzie date dalle autorità di Washington a tutela dal pericolo di un eventuale tentativo di suicidio del fondatore di WikiLeaks. "Stabilisco che l'estradizione sarebbe troppo oppressiva per ragioni di salute mentale e ordino il suo rilascio", ha concluso la giudice motivando la sentenza. Per ora Assange resta in custodia in attesa dell'indicazione - in giornata - di una cauzione sulla base della quale potrà essere scarcerato nelle prossime ore, in modo da aspettare l'esito dei possibili ricorsi da libero cittadino.
Alla lettura della sentenza della corte di Old Bailey la compagna dell’attivista australiano è scoppiata a piangere abbracciando in aula Kristinn Hrafnsson, attuale direttore di WikiLeaks.
Il governo Usa ha già annunciato l'intenzione di presentare ricorso nelle prossime due settimane ma intanto questa è una vittoria storica per Julian Assange, per WikiLeaks, per gli organi di informazione indipendenti, per la libertà di informazione, e per la società civile, soprattutto la più giovane che negli ultimi mesi si è mobilitata in massa per impedire quella che a tutti gli effetti sarebbe significata una condanna a morte.




Foto © Our Voice

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