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di Giorgio Bongiovanni - Puntata integrale / Seconda parte
Di Matteo racconta i mandanti esterni delle stragi: "Abbiamo il dovere di far emergere tutta la verità"
Con gli interventi di Saverio Lodato e Carla Del Ponte

C'è un unico filo che unisce la strage di Capaci con quella di via d'Amelio. Uno spazio di 57 giorni drammatici in cui gli occhi del mondo, dentro e fuori Cosa nostra, erano puntati sul giudice Paolo Borsellino. Inchieste, sentenze e processi hanno reso evidente non solo l'anomala accelerazione per il compimento di un attentato, quello del 19 luglio 1992, ma anche la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra. Rapporti oscuri tra mafia e pezzi deviati delle istituzioni e l'esistenza di cosiddette "menti raffinatissime" di cui Giovanni Falcone aveva parlato al nostro editorialista e scrittore, Saverio Lodato. Argomenti che devono essere affrontati e ricordati, se si vuole riannodare i fili del tempo e cercare di comprendere cosa si nasconde dietro ai fatti che si sono verificati nei primi anni Novanta e che ancora oggi restano attuali.
Già mercoledì 20 maggio "Atlantide", il programma condotto dal giornalista Andrea Purgatori, in uno speciale dedicato alla strage di Capaci ed andato in onda su La7, erano stati messi in fila quei tasselli mancanti per arrivare ad una verità sulla strage che uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.
Ieri il nuovo approfondimento, in una puntata dal titolo "Dopo Capaci", ha visto la partecipazione di Nino Di Matteo, magistrato antimafia e membro togato del Csm, Carla Del Ponte, ex Procuratore capo della Confederazione elvetica e del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, Saverio Lodato, Nando dalla Chiesa, sociologo e scrittore, figlio del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa e dell'ex politico Dc, Cirino Pomicino.
Proprio il magistrato Nino Di Matteo, che sulle stragi ha indagato praticamente nell'intero arco della sua carriera, in un'intervista inedita ha ripercorso alcuni elementi emersi durante le sue inchieste, partendo dall'indagine che fu aperta nei confronti dell'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, sulla sua presenza in via D'Amelio negli attimi dopo la strage. “Quando la polizia arrivò in Via D’Amelio, pochi minuti dopo, era stato visto allontanarsi dal luogo della strage con qualcosa sotto braccio, il dottor Bruno Contrada.- ha ricordato il consigliere togato del Csm - Questa indagine si concluse con un accertamento di alibi, si dimostrò attraverso le testimonianze di diversi soggetti, tra cui anche ufficiali dei carabinieri, che in quel momento dell’esplosione si trovava a fare una gita in barca a largo di Palermo. - ha spiegato - Quello che è importante e che dovrebbe essere sviluppato è che noi abbiamo l’indicazione che proviene da un ambito di ufficiali di carabinieri, presenti in Via D’Amelio, di certo non casualmente, ma abbiamo l’alibi di Contrada”. Non solo. Durante la trasmissione è stato ricordato anche il confronto che fu effettuato tra un ufficiale del Ros, Umberto Sinico, e il funzionario di polizia Roberto Di Legami (una vicenda che abbiamo ricostruito più volte nel nostro giornale) laddove il primo aveva riferito una presunta confidenza, ricevuta dal secondo, sull'esistenza di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo. Di Matteo ha spiegato di aver guidato quelle indagini “dal ’95 in poi in cui ho messo a confronto degli ufficiali del Ros con gli ufficiali di polizia, dei quali i primi dicevano che avevano ricevuto la notizia, nelle rispettive posizioni, quindi o qualcuno mente dei carabinieri o qualcuno della Polizia. Cosa si è voluta rappresentare indicando la presenza di una persona precisa che poi è stata smentita? - si è domandato il pm - La drammaticità di queste indagini è plasticamente rappresentata da quei confronti da una parte ufficiali del Ros, che non ho motivo di non stimare, dall’altra allo stesso agenti di Polizia, con una carriera irreprensibile, ma sul punto della presenza di Contrada o meno sono in una contrapposizione insanabile. Questo esprime il concetto di quanto qualcuno abbia mentito e perché l’ha fatto e perché viene indicata una circostanza nel momento in cui scompare l’agenda rossa”. Il magistrato ha poi evidenziato la presenza di una grande contraddizione, perché "nel momento in cui qualcuno aveva indicato la presenza di Contrada in via d’Amelio, vi è il fatto che la procura di Caltanissetta, il dottor Tinebra, aveva affidato il compito di fare le indagini anche a Contrada. Cioè nel luglio ’92, mentre qualcuno diceva che Contrada era lì, e non casualmente, per trafugare qualcosa, l’agenda rossa, Tinebra aveva chiesto un aiuto al dottor Contrada, in qualità di uomo dei servizi per ricostruire e indirizzare le indagini”.

Non solo mafia

Così come ha fatto più volte anche nelle audizioni davanti la Commissione parlamentare antimafia o nei processi Di Matteo ha ribadito come dietro le stragi sia evidente una mano esterna. “I risultati che si sono ottenuti dal punto di vista giudiziario, però, proprio da quelle indagini e processi viene fuori non solo un'ombra, ma una concreta probabilità che quella che è stata ricostruita è solo una verità parziale e quindi, è una verità negata - ha spiegato - Io dico che proprio partendo da tutto quello che è stato, in tutte le articolazioni dello Stato, abbiamo un dovere morale non solo nei confronti dei familiari delle vittime e memoria dei nostri morti, ma nei confronti del nostro paese per andare avanti, di non avere paura delle ulteriori indagini”. “Noi non dobbiamo avere paura, come un po’ lo è stato con il processo Trattativa Stato-Mafia che ha fatto venir fuori delle realtà scomode per parti dello Stato, che non devono mai nascondere la polvere sotto il tappeto”. Per il magistrato, sempre riguardo all’accertamento della verità, “noi abbiamo il dovere di far emergere tutto quello che ancora oggi non è emerso. La libertà, la democrazia di un Paese deriva dalla sua capacità di fare i conti con il passato, nel collegare tutte le varie vicende. - ha proseguito - Ho fatto per ben 25 anni il pm antimafia con altri colleghi abbiamo fatto cose buone, ma l’unica cosa importante, penso di aver capito che nella storia della mafia e dei suoi rapporti con il potere tutto deve essere collegato. Una cosa è conseguenza di un’altra. Un attentato è conseguenza di quello che è stato prima e presume di altri attentati. Non è vero che non si può pensare che i politici, i magistrati, sacerdoti, i semplici giornalisti sono morti in una lotta invendibile tra cattivi e buoni, ma quei buoni prima di far saltare in aria o uccisi da kalashnikov sono stati isolati e delegittimati da quelli che dovevano essere buoni e esponenti delle istituzioni e della società civile”.

I 57 giorni di Borsellino
Guardando a ciò che accadde nel periodo che separa la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, per Di Matteo, “c’è un aspetto politico istituzionale che va evidenziato: dopo la strage di Capaci, dopo la prima reazione di un decreto legge che introdusse, tra le altre, il regime penitenziario particolare, 41bis, la reazione dello stato sembrava quasi essersi fermata. In fondo abbiamo accertato che attorno alla possibilità di convertirla in legge, si stava formando una maggioranza che andava contro. Sembra che per i mafiosi le acque potessero calmarsi”. Ma poi dopo il “botto” di Capaci che “era stato velocemente assorbito”, qualcosa “cambiò". Anche i mafiosi avevano la sensazione che lo Stato avesse dimenticato la strage di Capaci”. Questo il pm lo ha detto in ragione del fatto che il capo dei capi Totò Riina in una riunione nel giugno del 1992 disse che “bisognava mettere mano a Borsellino” e questo all’interno della commissione di Cosa nostra, che si rese responsabile dell’uccisione di Falcone, lasciò alcune perplessità, come quelle avanzate dal capo mandamento della Noce Raffaele Ganci. In risposta a questi tentennamenti, Riina “rispose che se ne assumeva la totale responsabilità” e quindi “ci fu una improvvisa accelerazione di un progetto fino a quel momento generico, che improvvisamente tra fine giugno e inizio luglio diviene un progetto da portare a termine a qualsiasi costo”. Ma perché bisognava uccidere Borsellino così velocemente? “Perché è un qualcosa di riconducibile a quello che stava facendo Paolo Borsellino - ha detto Di Matteo - o qualcosa che lui aveva saputo, conosciuto o iniziato ad intuire”. Secondo il pm antimafia il dato certo è che alcune parti dello Stato, rappresentate da alti vertici dell’Arma dei Carabinieri, attraverso Vito Ciancimino avviarono una trattativa con i vertici di Cosa nostra per chiedere cosa volesse in cambio Totò Riina per far cessare le stragi, come già accertato nella sentenza di primo grado del processo Trattativa Stato-Mafia. “Nelle motivazioni della sentenza si dice che il fatto che Riina sia stato cercato da uomini dello Stato sia stato un rafforzamento della strategia del terrore e quindi quella fosse una strategia appagante - ha spiegato il consigliere togato - Riina quindi capì che se lo Stato lo aveva iniziato a cercare per trovare una soluzione, era uno Stato che si poteva costringere a mettere definitivamente in ginocchio”.

La corsa di Borsellino
il patto sporco integraleSempre riguardo ai motivi dell’accelerazione della strage di via D’Amelio, il pm antimafia ha ricordato che “Borsellino iniziò a manifestare un incremento del lavoro che stava svolgendo e che doveva fare presto. A cosa si riferiva Paolo Borsellino quando in un dibattito pubblico il 25 giugno disse che doveva andare a testimoniare a Caltanissetta, perché aveva da dire cose importanti? - si è poi domandato Di Matteo - Non fu mai ascoltato. L’esperienza ci insegna che non i mafiosi che misero la bomba in via d’Amelio, ma qualcuno si preoccupò di trafugare subito l’agenda rossa dove Paolo Borsellino aveva consacrato quello che aveva iniziato a intuire”. Il magistrato ha poi ricordato l’incontro di Borsellino con sua moglie Agnese quando il magistrato gli rivelò che il Generale Antonio Subranni “era punciutu”. “Rimane il dubbio del perché e cosa avesse indotto Borsellino, visto che da sempre aveva buoni rapporti con il Ros e con quel ufficiale, ad esprimersi quattro giorni prima in questo modo duro. - ha detto - Questo è accertato: il Ros dei carabinieri aveva già contattato parlando con Vito Ciancimino, la sentenza di primo grado dice che è l’inizio di una vera e propria trattativa”. Secondo Di Matteo “le tracce di questa possibilità sono tante e concrete. Già a fine giugno Paolo Borsellino, dopo aver detto quelle parole a Casa professa, rilasciò un'intervista a Peppe D’Avanzo nel corso della quale ribadì di andare a testimonianza a Caltanissetta. Il giornalista gli chiese se andava ad operare una ricostruzione di quelle che possono essere state le cause e gli autori della strage di Capaci. Borsellino rispose in una maniera secca e in uno stile, che oggi assume un significato tragico ed agghiacciante, ‘io sono un magistrato, se andrò a Caltanissetta non andrò a fornire delle ricostruzioni ma fatti precisi e circostanziati utili alle indagini’. - ha proseguito Di Matteo - Questo è un piccolo indizio di qualcosa che Borsellino aveva saputo, conosciuto. Così come, fino poi allo sfogo con la moglie Agnese, del 15 luglio, e nelle occasioni nelle quali non solo aveva interrogato collaboratori di giustizia, ma anche aveva avuto modo di confrontarsi con gli stessi ufficiali dei carabinieri del Ros”.

Il depistaggio di Via D’Amelio
Un altro argomento affrontato durante l’intervista al magistrato è stato quello che ha riguardato il suo ruolo nelle indagini con quello che poi è venuto a galla con il falso pentito Vincenzo Scarantino. “Io non ho vissuto i primi due anni delle indagini che hanno portato all’arresto di Scarantino e al suo pentimento, né ai primi interrogatori. - ha spiegato - Sul punto voglio dire che stabiliranno i giudici nel processo contro i tre poliziotti se è stato un clamoroso inescusabile errore giudiziario o se quella pista fu indicata per depistare. In quel momento non c’era una pista alternativa, ma una facile e comoda. Io però posso dire questo, che per fortuna e per l’impegno di molti magistrati già dal ’95 e ’96 vi sono gli accertamenti e indagini svolte che hanno ridimensionato l’apporto di Scarantino”. Di Matteo nelle indagini sulla strage di via d’Amelio si occupò non del primo processo, ma della fine del secondo e del terzo. “Io stesso quando mi occupai nel ’97 e ’98 di formulare le accuse di soggetti nel Borsellino Bis, accusati da Scarantino, avevo chiesto e ottenni l’assoluzione di 4 dei 7 revisionati e poi, nel Borsellino ter ho chiesto e ottenuto 24 ergastoli. Scarantino non l’abbiamo nemmeno inserito nei testi dell’accusa”. Di Matteo ha evidenziato che nella sentenza del processo Borsellino quater si riconosce un dato significativo, ovvero che "Scarantino aveva mischiato cose vere e false, solo che le cose vere le ha affermate in maniera falsa come se le avesse vissute lui, ma evidentemente erano a conoscenza di altri. Proprio questo ha reso difficile distinguere il vero dal falso”. E su chi può aver fornito queste informazioni a Scarantino, Di Matteo ha ipotizzato che potrebbe essere stato “qualcuno anche all’interno degli apparati investigativi”. Il magistrato ha poi ribadito che è “ingeneroso” dire che “a causa della vicenda su Scarantino non è stata portata avanti la ricerca della verità su Via d’Amelio” in quanto “nel primo periodo i miei colleghi sono concentrati su Scarantino, abbiamo anche sviluppato altre indagini che hanno retto nella loro pronuncia di affermazione di responsabilità penale e sono 24 le condanne”. “Non c’è nella storia d’Italia giudiziaria un accertamento giudiziario di una strage o delitto eccellente che abbia avuto tante affermazioni di responsabilità penale. Sono stati acquisiti dei dati importantissimi, che hanno riguardato la fase esecutiva, ma anche i rapporti, il contesto e la possibilità per non dire la partecipazione di esterni alla strage”.

Le intercettazioni tra Mancino e Napolitano
Nel corso del programma di La7, il pm antimafia ha parlato delle intercettazioni fatte nel corso delle indagini della Trattativa Stato-Mafia al senatore Nicola Mancino mentre parlava con il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. “Nessuno ha potuto contestare la legittimità delle intercettazioni che erano state disposte sul senatore Mancino, indagato per la trattativa stato-mafia e assolto per reato di falsa testimonianza. Non sono così come molti dicono, calpestando la verità, non sono intercettazioni illegittime. - ha detto Di Matteo - Nel corso di quegli ascolti legittimamente autorizzati da un giudice, noi eravamo estremamente convinti che la procedura da seguire sarebbe stata quella che si utilizza normalmente per le intercettazioni irrilevanti e cioè la messa a disposizione della altre parti del processo. Perché quello che poteva sembrare irrilevante per me, poteva in ipotesi sembrare rilevante agli occhi del difensore di un indagato. Poi la distruzione davanti al Gip”. Il magistrato antimafia ha poi fatto degli esempi ricordando casi analoghi come quello dell’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro e dello stesso Napolitano all’interno dell’inchiesta sul terremoto dell’Aquila mentre parlava con il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. “Quelle conversazioni irrilevanti da un punto di vista penale, ma messe a disposizioni delle parti poi finite sui giornali nessuno aveva obbiettato nulla - ha detto - Nessun conflitto di attribuzione, nessuna reazione. La reazione che si è avuta nei confronti della procura di Palermo è stata diversa da quello che sono stati i casi analoghi”. “Noi ritenendo irrilevanti delle intercettazioni non le abbiamo mai depositate e non sono finite sulle pagine dei giornali - ha aggiunto Di Matteo - il segreto viene ancora custodito da me, da altri pochissimi colleghi e dagli agenti della Dia di Palermo che le hanno ascoltate come noi, ma non è mai uscita una parola perché noi facciamo i magistrati. Contro di noi si è scatenata una reazione istituzionalmente violenta, legittima, ma poi sfociata nella decisione della Corte Costituzionale. Quelle conversazioni sono state legittimamente operate e non c’è stato alcun utilizzo politico strumentale”.
Il magistrato Di Matteo ha poi risposto a una domanda di Purgatori sulla telefonata che fece in diretta a Non è l'Arena di Massimo Giletti e che scatenò una polemica con il Ministro Bonafede: "Confermo parola per parola. Se me lo chiederanno circostanzierò tutto nelle sedi istituzionali opportune”.

Carla del Ponte conferma: “Tognoli fece il nome di Contrada”
Durante l’ultima puntata il giudice (oggi in pensione) Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, aveva riferito al conduttore Purgatori di un personaggio, Oliviero Tognoli, all’epoca ricercato in Italia per narcotraffico, il quale, interrogato da Falcone a Lugano, fece cenno a quest’ultimo di un alto funzionario delle istituzioni come la persona che, di fatto, gli fece una soffiata sul suo imminente arresto consentendogli la fuga in Svizzera. Morvillo, però, nonostante le domande incalzanti di Purgatori, non disse il nome del funzionario durante la trasmissione.
Ieri sera il giudice Carla Del Ponte, ospite in diretta della trasmissione, colei che interrogò Tognoli prima di Falcone, ha raccontato l'episodio inerente Tognoli: “Oliviero Tognoli decise di farsi arrestare a Lugano perché diceva che lì la mafia non c’era. Lui sapeva di essere ricercato in Italia. - ha esordito la Del Ponte - Però non voleva far sapere di essersi costituito quindi si parlò solo di arresto. Una delle prime domande che gli posi fu chiedergli chi l'avvertì di aver avuto un ordine di arresto in Italia, e lui mi disse che era vero di essere stato avvertito e a farlo era stato il funzionario di polizia e dei servizi segreti Bruno Contrada. Per me non era nessuno, - ha continuato la Del Ponte - quindi presi l’informazione e la passai subito a Giovanni Falcone, col quale eravamo naturalmente in contatto perché io stavo bloccando a Lugano tutti i conti bancari di riciclaggio di denaro proveniente dai traffici di droga. Non glielo dissi al telefono - ha continuato il giudice svizzero - perché nel frattempo avevo oramai imparato che al telefono non si dicono certe cose. Quindi la prima volta che ci vedemmo a Lugano glielo dissi. Rimasi sorpresa nel vedere Falcone non sorpreso che questo Bruno Contrada avesse avvertito Tognoli dell’ordine di arresto. Naturalmente voleva che Tognoli lo mettesse a verbale e lì Tognoli quando poi ci siamo incontrati tutti ha sempre rifiutato. Io ricordo che non gli aveva mai detto a Falcone che fosse Contrada, lo ha lasciato capire, intendere, perché naturalmente era in mia presenza e quindi era difficile negarlo però ripeto non l’ha detto spontaneamente il suo nome. O magari l’ha detto a lui. Perché devo dire anche è stata forse l’unica volta che vidi Falcone arrabbiarsi. Falcone non si arrabbiava mai quando interrogava, invece con Tognoli sì. Si arrabbio con lui perché praticamente negava l’evidenza. Sono passati molti anni ma credo che non ha mai verbalizzato che fosse Bruno Contrada, tant’è che andai io stessa a testimoniare a Palermo”.

“Su l’Addaura Falcone aveva escluso trattarsi di sola mafia”
Intervistata da Andrea Purgatori il procuratore generale della confederazione elvetica Carla Del Ponte ha parlato anche del fallito attentato all’Addaura, avvenuto nel giugno 1989. Un episodio misterioso dietro al quale Giovanni Falcone confessò al giornalista Saverio Lodato, si celavano delle “menti raffinatissime”. “Di quella mattina del 21 giugno 1989 ricordo tutto. - ha detto il giudice - Il giorno prima avevamo terminato gli interrogatori di tutti i nostri accusati. Io ero a Palermo per interrogare i beneficiari di conti bancari in Ticino che avevo bloccato, avevo una montagna di soldi che dovevo poter confiscare. La mattina che dovevamo partire, la polizia è venuta a prenderci in albergo molto presto e siamo stati portati nell’ufficio di Giovanni Falcone in tribunale. Lì - ha raccontato la Del Ponte - venimmo a sapere cosa era successo”. Dalle indagini che sono seguite negli anni è emerso chiaramente che chi voleva eliminare Falcone sapeva che si trovava in villeggiatura in quei giorni e che in quell’occasione aveva deciso di scendere negli scogli a fare il bagno. Cosa che non era solito fare. Ma chi venne a conoscenza di questi programmi? E chi li riferì agli organizzatori dell’attentato?
Proprio la sera precedente a quel 21 giugno ’89, come ha riferito Carla Del Ponte, “c’era stata una cena” e in quell’occasione “Giovanni ci chiese di andare il giorno seguente a fare un bagno nella villa che aveva affittato. Eravamo solo noi a saperlo, io, Lehmann, Falcone e qualcun altro. Mi ricordo che poi dopo nell'istruttoria dell’inchiesta fatta, venne fuori che probabilmente era stato il gerente del ristorante dove abbiamo mangiato, che poi mi sembra sia stato ucciso, ad aver passato l’informazione”. Ad ogni modo la Del Ponte la mattina seguente alla cena chiese a Falcone “se non fosse per lui un problema se al posto di andare all’Addaura fossi andata a visitare la città che non avevo mai visto”. Questo cambio di programma, ha spiegato il giudice svizzero, “salvò la vita a me e a tutto il mio gruppo perché non ci siamo andati”.
Dopo l’attentato all’Addaura “parlammo con Falcone di quello che era successo”, ha continuato la Del Ponte. “Siamo stati portati da Falcone dalla polizia aspettando di poter andare all’aeroporto e prendere l’aereo e quindi abbiamo parlato. Ricordo che nel mentre lui ricevette diverse telefonate. Già lì usci - ha confessato la Del Ponte - la riflessione di Giovanni il quale diceva che non poteva essere stata solo mafia però non fece nessun nome, era solo molto preoccupato”.

“Le mani esterne alla mafia”
Nel corso della trasmissione è stato intervistato nuovamente Saverio Lodato che ha parlato delle mani esterne alla mafia presenti in gran parte, se non tutti, i delitti e le stragi del secolo scorso in Sicilia. Un elenco che parte da Portella della Ginestra, dal ritrovamento del corpo del bandito Salvatore Giuliano, passando per il lungo elenco di morti ammazzati, tra investigatori, magistrati, ufficiali dell'arma, imprenditori, politici e civili e che ha attraversato la storia della Sicilia e del Paese. Una scia di delitti nei quali si sono “avvertiti mani esterne alla mafia”. Rientra in pieno titolo l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro il 3 settembre 1982. A seguito dell’agguato, come avvenuto tra l’altro dieci anni più tardi con la strage di via d’Amelio, sono spariti carte e documenti di indagine di primaria importanza, nel caso di Dalla Chiesa trafugati dalla sua cassaforte, come ha spiegato il figlio del generale intervenuto in diretta su Atlantide. “Per quanto riguarda i documenti spariti dalla cassaforte di mio padre sicuramente è stato un aspetto sconvolgente. - ha dichiarato Nando Dalla Chiesa - Abbiamo cercato se ci fossero delle chiavi ma non c’era nulla. Una settimana dopo però tornando a Palermo in un cassetto inizialmente vuoto che avevamo aperto abbiamo trovato le chiavi con su scritto ‘chiavi della cassaforte’”. Evidentemente “qualcuno le ha messe lì dopo”. Non solo. Secondo Dalla Chiesa ci sono altri documenti del padre che sono stati fatti sparire. “Noi ci siamo sempre chiesti oltre alla cassaforte dove fosse la cartella di mio padre dalla quale non si staccava mai. Ci sono foto che lo riprendono con la cartella. Arrivò una lettera anonima in cui si segnalava che questa cartella è stata portata in uno scantinato. Infatti è stata ritrovata in quello del palazzo di Giustizia naturalmente vuota e lì è stato trovato anche un verbale nel quale si dice che sotto il sedile anteriore dove era alla guida mio padre c'erano diversi rapporti suoi a cui stava lavorando e mi sono fatto la domanda. Perché li nascondeva lì? Perché nessuno doveva vederli all’uscita della prefettura. Probabilmente - ha spiegato - erano questi i documenti che venivano cercati”. Su questi fatti e sulla morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa e la compagna “Abbiamo avuto una verità parziale. C’è sempre un pezzo che manca e che a volte non si può dimostrare in tribunale, soprattutto a distanza di anni. I magistrati di Palermo nell’indagine sull’omicidio aprirono un filone nuovo del maxi processo - ha concluso Nando Dalla Chiesa - quello sui mandanti esterni a Cosa nostra che portò anche al Parlamento, come disse il procuratore Roberto Scarpinato in Commissione Antimafia, però non si è riusciti ad andare oltre”.



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