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di AMDuemila
"La sera del 23 maggio, mentre piangevo non avrei mai immaginato che, solo dopo pochi anni, mi sarei trovato a indagare e a sostenere l'accusa nei processi sulle stragi del 1992. E di continuare ad approfondire, fino a oggi, i contesti non solo mafiosi in cui maturarono quegli attentati". E’ così che il consigliere togato e pm antimafia, Nino Di Matteo, ha ricordato, in un’intervista all’Agi, come aveva vissuto il giorno della strage di Capaci. Quel 23 maggio 1992 per la vita di Nino Di Matteo rappresentò "un vero e proprio spartiacque" in quanto “avevo vinto da poco il concorso, stavo facendo il tirocinio alla procura di Palermo, in attesa di prendere servizio in quella di Caltanissetta. Fui colto da un sentimento di irrefrenabile angoscia e disorientamento. Giovanni Falcone per me, giovane studente che sognava di potere fare un giorno il magistrato, aveva rappresentato il modello di riferimento. Il simbolo della voglia di riscatto della mia terra e del mio popolo". Il magistrato è il pm più scortato d’Italia da ben 27 anni, di cui 10 al massimo livello previsto. Oggi vive una vita blindata, visto che è occupato di inchieste di mafia molto importanti tra cui quella sulla Trattativa Stato-Mafia. "Da 27 anni - ha spiegato ancora all'AGI il magistrato, con determinazione, ma anche con evidente amarezza - sono scortato, da dieci con il massimo livello di protezione. Non posso e non voglio ricordare ad altri quante ansie, quanti sacrifici e quante rinunce questa situazione abbia comportato a me e alla mia famiglia. In questo Paese molti non capirebbero, altri fingerebbero di non capire". Anche Giovanni Falcone, ha ricordato il consigliere togato del Csm, "diventò facile bersaglio di ipocriti perbenisti che lamentavano il fastidio che le misure di protezione di cui godeva il giudice arrecavano agli 'onesti cittadini'. Molti di loro oggi fingono di onorare da morto quel giudice che, da vivo, insultavano e deridevano".
Alla domanda di come vive le commemorazioni, anche in questo anno particolare, Di Matteo ha spiegato che “non mi piacciono le sterili commemorazioni retoriche. C’è bisogno di un rispetto che si nutre soltanto di memoria e verità. La memoria di chi non dimentica come Giovanni Falcone, prima di essere ucciso a Capaci, venne ripetutamente ostacolato, isolato, delegittimato, anche da una parte importante delle istituzioni e della magistratura. La verità - ha concluso - è quella che, ancora oggi, dobbiamo coltivare e perseguire per dare un volto a chi, insieme ai mafiosi che sono stati individuati e condannati nei processi, ha probabilmente concepito, organizzato ed eseguito la strage".

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