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Il 12 marzo abbiamo assistito alla prima dell'opera teatrale "Nel nome di mio Figlio" al Teatro Stella, realizzata dalla compagnia teatrale internazionale Our Voice, "La Nostra Voce".
Per quanto riguarda la qualità della recitazione, la messa in scena, l'interpretazione, le manifestazioni artistiche come la danza ed il canto, dobbiamo sottolinearne l'eccellente livello, nonostante la giovane età della maggior parte dei suoi componenti.
Queste loro qualità permettono allo spettatore di entrare nell'opera, di viverla appieno, di emozionarsi e stupirsi nel comprendere la portata e la profondità della sua trama.
Una storia che viene raccontata dal protagonista più anziano ad un bambino, e in questo modo prendono vita sul palco le storie raccontate.
Una donna incinta e il suo compagno fanno la loro apparizione sul palco, rappresentando le tante giovani famiglie che iniziano quest'avventura di accompagnarsi nella vita sia come coppia che nella realizzazione dei loro ideali più sublimi, come la costruzione di un mondo migliore dove tutti abbiano la libertà di esprimersi, di essere e dove nessuno sottomette nessuno. Una donna che trasmette questi valori a suo figlio e un padre che, per debolezza, non per cattiveria, soccombe di fronte lussuria, all'ambizione e all’ignoranza.
Un’opera che, sebbene all’inizio sembri raccontare fatti quotidiani, piano piano ci svela come ogni nostro desiderio personale, ogni nostro difetto, e soprattutto ogni nostra azione quotidiana, dettata dai nostri desideri, dal nostro “soccombere” di fronte alle cose che ci seducono, produca effetti e determini il formarsi di quel filo invisibile che ci "lega" alla macchina infernale di un sistema che ci cattura, ci spreme, ci schiavizza, che ammazza i nostri stessi figli e che alla fine ci trasforma in carnefici, e non in esseri liberi.


Viene messo in scena come questo sistema sia gestito da persone ambiziose che disprezzano ciò che "ci accomuna", che disprezzano o addirittura non credono in assoluto nell’uguaglianza, nella solidarietà, nei diritti umani, cioè negli ideali che in teoria sono i pilastri della Democrazia.
Come nella vita, le scene si susseguono di fronte ai nostri occhi, si alternano tra il comico, il tragicomico, il dolore e la capacità di risorgere di alcune persone, seppur di fronte alla morte, all'orrore e alle ceneri di un sistema che è destinato a soccombere. Una giustizia umana che spesso è cieca o si corrompe nel momento in cui incontra i veri colpevoli e condanna colui che è "vittima" della malvagità dei potenti.
Ed è presente un concetto molto importante, ovvero il giudizio a cui sottoponiamo noi stessi, ognuno di noi, ad un certo punto delle nostre vite, forse quando siamo vicini alla morte, dove vediamo chiaramente i nostri errori. È da qui che possiamo risorgere, perdonandoci per agire in accordo ai valori del nostro essere e non lasciar morire quegli ideali nelle generazioni future o soccombere di fronte all'inferno dei valori perversi, antiumani, anti vita che alcuni uomini sembrano generare lungo il corso della storia dell'umanità, spesso invocando anche Gesù Cristo.
È così che ogni spettatore può attribuire il finale a quest’opera, nel momento in cui si trova ad essere attore della sua stessa vita. Giorno dopo giorno, il fatto che l'umanità sopravviva come tale, dipende dal fatto che maggior parte di noi scelga la costruzione collettiva e solidale.

Foto © Leandro Gomez/Romina Torres

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