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L'intervista della giornalista Anna Lisa Maugeri al sostituto procuratore nazionale antimafia

“A colpire in questi anni è stata la distorsione della realtà processuale. La volontà di far credere che noi ci siamo mossi soltanto sulla base di un teorema, mentre invece noi ci siamo mossi su fatti che erano venuti fuori anche prima della nostra indagine”. A parlare è il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, già membro togato del Csm, intervistato dalla giornalista e caporedattrice di Sicilia Buona Anna Lisa Maugeri.
Il pool che ha condotto le indagini, composto da Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Antonio Ingroia), ha sempre "cercato di riscontrare fatti, muovendosi sulla base della valutazione di fatti". "Oggi è facile dire 'la Cassazione ha assolto tutti, quindi non c'era nulla’”, ha detto Di Matteo. Eppure, "determinati fatti, a mio avviso molto gravi e importanti, sono rimasti lì intatti nella loro dimostrazione attraverso le prove".
Primo fra tutti "una dichiarazione dello stesso generale Mario Mori che, quando ancora non era nemmeno indagato per questi fatti, nel ricostruire la genesi dei suoi rapporti con Vito Ciancimino, affermò di essersi rivolto a lui consapevole che il Ciancimino poteva facilmente rapportarsi a Totò Riina e Bernardo Provenzano" dicendovi: “’Signor Ciancimino, cos'è questo muro contro muro tra lo Stato e la mafia? Cosa vogliono questi per fare cessare le stragi?'".


Le sentenze si rispettano ma si possono criticare

I pubblici ministeri avevano avviato le indagini partendo dalle parole di Mori, “cioè da una ricerca del dialogo con i vertici di Cosa nostra”. Un dialogo "molto grave" ha sottolineato Di Matteo, reso tale ancor di più "in un momento nel quale, come era quello lì, il sangue delle vittime delle stragi era ancora caldo sull'asfalto".
Questo fu uno dei motivi che hanno spinto il sostituto procuratore nazionale antimafia a scrivere il libro “Il colpo di spugna. Trattativa Stato-mafia il processo che non si doveva fare”, edito da Fuoriscena-Libri Rcs), assieme al giornalista e scrittore Saverio Lodato.
Ricordiamo che nell'aprile dello scorso anno la Suprema Corte aveva annullato senza rinvio le assoluzioni degli alti ufficiali del Ros dei carabinieri, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni modificando la formula da “il fatto non costituisce reato” a “non aver commesso il fatto”. Ugualmente i giudici giudicavano Marcello Dell'Utri non colpevole "per non aver commesso il fatto", mentre i boss mafiosi, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, venivano salvati dalla prescrizione.
La Cassazione, “a mio avviso inopinatamente - ha continuato Di Matteo -, addirittura arriva ad assolvere anche i mafiosi derubricando la minaccia da 'consumata' a 'tentata', come se la minaccia portata avanti a suoni di bombe e ricatti non fosse stata percepita come tale dagli esponenti del governo e delle istituzioni. Fatto che a mio avviso è smentito da una considerevole mole di elementi di prova che non sono soltanto consistenti nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma anche nelle dichiarazioni di molti autorevoli esponenti istituzionali dell'epoca, tra i quali quello che poi sarebbe diventato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che hanno invece acclarato che in quel momento, nel '92, ma soprattutto nel '93, all'inizio del '94, i vertici delle istituzioni avevano perfettamente chiara la minaccia di Cosa Nostra e avevano perfettamente chiaro che le bombe venivano messe per ottenere alcuni benefici legislativi".
Tutte queste considerazioni sono state ignorate dagli ermellini, i quali hanno preteso di cancellare con "poche decine di pagine" l'oggettività "dei fatti che siamo riusciti a dimostrare". Come spesso ricorda il magistrato palermitano, le sentenze della magistratura vanno rispettate ma possono essere criticate. “Anche quelle della Cassazione che non hanno il crisma dell’infallibilità”.


Il pericolo della giustizia di classe

Durante l’intervista, realizzata per Crescere Informandosi, Anna Lisa Maugeri assieme al sostituto procuratore nazionale antimafia hanno commentato anche le recenti proposte di riforma in tema di giustizia italiana. Il DDL Nordio ha fatto molto discutere per i pericoli celati dietro il falso mito della messa a punto del sistema giustizia. Dall'abrogazione del reato di abuso d'ufficio, alla modifica del reato di traffico di influenza illecita, dalla “legge Bavaglio”, con cui si vieta ai giornalisti di pubblicare integralmente o in parte il contenuto delle ordinanze di custodia cautelare, fino ad arrivare alla necessità - secondo il Guardasigilli - di limitare le intercettazioni per uso investigativo.
“Purtroppo, da anni le riforme e i progetti di riforma si susseguono l'uno dietro l'altro, quindi sembra quasi che non ci sia nessuna organicità nel tentativo di riformare la giustizia - ha sottolineato Di Matteo -. A me colpiscono due fattori. Intanto la distanza siderale che si crea tra le questioni di cui si dibatte oggi a livello politico in Parlamento e le esigenze reali della giustizia, che sono legate soprattutto, parlo per il settore penale, alla lentezza dell'accertamento processuale”. Secondo il magistrato palermitano “non si fa nulla per snellire, velocizzare i processi, si parla di tutt'altro”. Servirebbe una visione unitaria della giustizia, “uno sguardo d'insieme” per comprendere la direzione che intrapresa dal Governo


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Riforme pericolose

“Non dobbiamo semplicemente considerare una riforma o un progetto di riforma distinta dall'altra riforma o dall'altro progetto di riforma - ha continuato Di Matteo -. È proprio lo sguardo d'insieme che preoccupa, perché se noi mettiamo insieme tutti questi progetti, ci rendiamo conto che il rischio è quello di creare una sorta di scudo di protezione per i potenti. Una giustizia a due velocità, magari giustamente efficiente e rigorosa nei confronti delle manifestazioni criminali tipiche degli ultimi della società, e una giustizia con le armi spuntate nei confronti delle manifestazioni criminali dai colletti bianchi e di chi gestisce e detiene il potere”. Uno “spregio alla nostra Costituzione” e al “rispetto del principio di eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge”.
Il magistrato ha ribadito più volte di essere preoccupato per questo pacchetto di riforme. Per questo motivo, “nonostante molti pensino che il magistrato dovrebbe limitarsi ad applicare le leggi già esistenti, al contrario io penso che a fronte di questa situazione il magistrato abbia non solo il diritto di intervenire nel dibattito pubblico in maniera critica, ma io direi anche il dovere di farlo”. Un dovere imposto dal compito di impedire la creazione di una giustizia che “si adegua ad una visione in qualche modo classista della società, ad una visione che non è conforme ai principi costituzionali che devono costituire invece il nostro faro”.


Per sconfiggere il sistema mafioso serve anche l’impegno della Politica

Da un lato, dunque, il pericolo di una giustizia classista, immobile nei confronti dell’arroganza e degli abusi del Potere istituzionale, dall’altro, invece, un sistema criminale che prolifera affinando le sue tecniche e i suoi affari. Abbandonando, dunque, l’idea di una criminalità esclusivamente di strada guardando sempre più al mondo dell’imprenditoria e dell’economia. Viene esplicito chiedersi: cosa fare? “Se ancora dopo oltre 150 anni nel nostro Paese si parla di mafia, se siamo arrivati alla diciottesima legge istitutiva della commissione parlamentare antimafia ancora non è stata vinta la guerra è proprio perché la mafia, in particolare Cosa nostra siciliana, non è mai stata soltanto un fenomeno criminale comune ma si è alimentata dei rapporti con il potere e con le istituzioni è sempre stato così - ha spiegato Di Matteo -. Questa guerra potrà essere vinta al di là delle singole battaglie, soltanto a condizione che si spezzi definitivamente il nodo dei rapporti tra la mafia e la politica, tra la mafia e le istituzioni, tra la mafia e le pubbliche amministrazioni”. Per portare a compimento questa sfida, però, “non solo l'impegno della repressione poliziesca e giudiziaria, purché sia importante, non è sufficiente”. “È necessario un impegno politico che metta la lotta al sistema mafioso nei primi posti dell'agenda politica di qualsiasi governo di qualsiasi colore - ha detto il magistrato -. E poi si deve accompagnare accanto all'eventuale responsabilità penale di certi comportamenti anche la responsabilità politica. Faccio un esempio, i partiti politici dovrebbero capire che al di là della commissione o meno di un reato, se un soggetto candidato nelle proprie liste mantiene dei rapporti con dei mafiosi, consapevolmente, sapendo che quelli sono mafiosi, anche se questi rapporti non rappresentassero un'ipotesi di reato, quei rapporti dovrebbero essere sanzionati a livello politico, per esempio attraverso l'esclusione dalle liste del soggetto candidato”. Fino ad ora purtroppo “non è stato così - ha aggiunto Di Matteo -. Il dramma di questo Paese è che si è identificata la responsabilità di certi comportamenti e di certe collusioni con la sola responsabilità penale. Se non c'è o non viene provata la responsabilità penale, nel nostro Paese non viene fatta valere la responsabilità politica, la responsabilità disciplinare, la responsabilità deontologica. È stato sostanzialmente delegato tutto sulle spalle della magistratura, dell'inchiesta penale, dei pubblici ministeri e dei giudici penali. Questo è il dramma che ancora oggi ci fa fare i conti con una mafia che magari è diversa rispetto a 30 anni fa ma che è ugualmente pericolosa perché più nascosta, più insidiosa e forse anche rispetto a 30 anni fa più capace di movimentare ingentissime quantità di denaro, di influenzare la grande economia, la grande finanza e di riciclare i soldi sporchi in attività lucrose apparentemente lecite”.

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