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cutro c agrigento notizie 3di Francesca Mondin
“Sono pronto ad un gesto estremo”

“Mi do fuoco”- la voce decisa con cadenza siciliana nasconde un lieve tremore di disperazione e rabbia- oggi mi hanno bloccato ma mercoledì troverò un modo per farlo …è l’unica soluzione. Nemmeno la mia famiglia mi può fermare - e ancora - lascio passare la giornata della memoria delle vittime di mafia e poi commemorerete anche me”. E’ un Ignazio Cutrò come mai sentito prima, quello che parla dall’altro capo del telefono. Disperato, inconsolabile ma con la forte determinazione, che lo ha sempre caratterizzato, di portare a termine l’obiettivo prefissato. Questa volta è pronto a chiudere la sua storia una volta per tutte con un gesto tragicamente estremo.
“Non ne posso più di vedere che per le mancanza dello Stato mi portano via tutto, non posso accettare di vedere i mafiosi che sorridono mentre le banche mi portano via tutto e buttano fuori la mia famiglia. Non lo posso accettare - pausa - non posso”. Entro fine mese Cutrò deve trovare il modo di pagare più di 500 mila euro alle banche sebbene la sua azienda è ferma da quando ha denunciato gli estorsori e a gennaio dello scorso anno è stato costretto a chiuderla. Nel mentre però gli interessi sono continuati a crescere ed ora uno dei simboli dell’antiracket arriva a minacciare il suicidio. Un gesto che al giorno d’oggi è quasi ricorrente per gli imprenditori e che sta macchiando le mani delle Istituzioni con cifre raccapriccianti.
In realtà la legge dovrebbe prevedere degli indennizzi e delle esenzioni per i testimoni di giustizia, oltre a molte altre agevolazioni, che per la maggior parte non sono state applicate nel caso di Cutrò. Addirittura, c’è un perizia fatta da un perito statale verso marzo 2011 che metterebbe nero su bianco gli interventi urgenti che lo Stato doveva fare nei suoi confronti. “Nella perizia c’è scritto che tutti i danni rilevati erano a firma mafiosa - racconta Cutrò - che la mia azienda era così sana (all’epoca) che avrebbe superato qualsiasi crisi”. Il perito inoltre “diceva alla commissione di aiutarmi subito con un mutuo di 300 mila euro senza interessi e di accompagnarmi con gli affidamenti del lavoro e applicare urgentemente l’indennizzo che lui aveva constatato non essere pervenuto”.
Per cinque anni questa lista di interventi urgenti, che avrebbero non solo salvato l’azienda e la famiglia di Cutrò ma anche lanciato un chiaro e forte messaggio di giustizia a tutti gli imprenditori, è rimasto probabilmente in un cassetto impolverato. Nessuno dei vice ministri succeduti a Mantovano ha preso in mano seriamente questo documento. Intanto Cutrò ha dovuto chiudere: “Non si sono mai fatti sentire, io ho cercato di andare avanti da solo, ho pagato quello che potevo, mi hanno rovinato”.
Solo a gennaio di quest’anno, sotto insistente richiesta del testimone di giustizia, la Commissione centrale di sicurezza avrebbe letto la perizia allo stesso Cutrò durante una convocazione.
Dopo di che ancora silenzi; “Dieci giorni fa le banche hanno bussato alla mia porta, io ho inviato tutto alla Commissione e ho scritto a Rosy Bindi, a Bubbico, a Ardizzone e tre giorni fa ho pure mandato una lettera a Musumeci, ma non mi ha risposto nessuno, che devo fare adesso?” chiede l’ex imprenditore di Bivona.
Oggi a Rai Radio1 il viceministro Bubbico ha pure ripreso i testimoni di giustizia accusandoli di voler apparire da protagonisti nei media ed ha detto: “Ognuno deve fare la sua parte”. Ma dov’è l’interesse dello Stato a tutelare i testimoni di giustizia se per 5 anni un documento di questa importanza è stato dimenticato da tutti?
Ieri c’è stato il riconoscimenti istituzionale del 21 marzo come “Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia, ma alla luce di certe situazioni appare un gesto di gelida ipocrisia del governo se poi non interviene con tutte le sue forze affinchè non ci siano più vittime.
Sentire il presidente dell’associazione testimoni di giustizia in questo stato è un pugno nello stomaco tanto doloroso quanto inaspettato. Per chi conosce l’imprenditore di Bivona, che ha mandato in carcere molti esponenti mafiosi della zona dell'Agrigentino, sa che il testimone di giustizia non si è mai arreso ed ha sempre lottato davanti agli ostacoli per lui e per gli altri. A partire dalla decisione di non scappare in località protetta ma di rimanere nella sua terra a pochi metri da dove i mafiosi gli hanno bruciato i mezzi.
Non è possibile ancora una volta trovarsi difronte ai secolari tempi di risposta delle Istituzioni mentre il tempo divora la speranza di persone decise come Ignazio Cutrò. “La dobbiamo chiudere questa storia, bisogna ricordare che quando uno denuncia non va lasciato solo perché è un padre di famiglia -dice desolato l’ex imprenditore - se lo deve ricordare lo Stato, gli sto dando 5 giorni di tempo poi mi do fuoco prima che lo faccia un membro della famiglia”. Questa è una storia che riguarda tutti e non deve finire così. E' la storia di un governo che riduce in questo stato la dignità di uomini e donne che si sono messi in prima fila contro la mafia. Dovrebbero essere già intervenuti con decisione i rappresentanti di governo: dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e della Repubblica Sergio Mattarella ad ogni singolo deputato eletto dal popolo. Ieri è uscita la notizia che un imprenditore e consigliere comunale siciliano (all'epoca del fatto, ndr) si è inginocchiato davanti al boss mafioso per avere favori ed oggi uno dei simboli dell’antiracket vuole darsi fuoco. Che Paese è questo?

Foto by AgrigentoNotizie

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