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cutro-ignazio1di Francesca Mondin - 21 febbraio 2014
Ignazio Cutrò (in foto), testimone di giustizia in prima fila nella lotta alla mafia, stretto nella morsa delle difficoltà economiche e della solitudine in cui l'ha lasciato lo Stato, ha deciso di vendere tutto ed andarsene con la famiglia dall'Italia.
L'imprenditore ha comunicato la sua scelta al viceministro dell'Interno Filippo Bubbico con una lettera nella quale esprime tutta l'amarezza per la decisione che si trova costretto a prendere e dove evidenzia le maggiori contraddizioni che vivono oggi i testimoni di giustizia.
Cutrò è un imprenditore siciliano di Bivona, provincia di Agrigento, che in seguito alla coraggiosa scelta di non piegarsi al potere mafioso e denunciare i suoi estorsori  diventa un testimone di giustizia nonché presidente dell'associazione testimoni di giustizia. Con la sua testimonianza e collaborazione ha permesso la cattura di molti esponenti mafiosi della zona dell'Agrigentino. 

Scelta che lo ha portato ad un forte impegno nella lotta alla mafia ma che lo ha costretto ad una vita sempre più difficile, ed a conseguenti da problemi economici. Infatti in seguito alla collaborazione con la giustizia la sua impresa ha perso tutti i clienti e nessuno gli ha più affidato un lavoro, tagliando qualsiasi possibilità lavorativa per lui e per la famiglia. Ed è qui che è venuto meno l'impegno dello Stato negandogli qualsiasi istanza di sussidio o contributo. Eppure, come spiega Cutrò: “Sulla carta  il sistema di protezione dei testimoni di giustizia è il migliore al mondo solo che l'attuazione spetta alla volontà della Commissione senatoriale, presieduta da Bubbico, e non essendoci la volontà di applicare queste leggi si trovano tutti i sotterfugi possibili”. Secondo la legge, essendo che Ignazio non ha reddito dal 2011 potrebbe ricevere il vitalizio concesso ad altri testimoni di giustizia che si sono trasferiti: “Dovrebbero attivare l'articolo12 - precisa il testimone di giustizia - ma non lo fanno”, e la motivazione è destabilizzante: “Non mi danno le garanzie e ciò che mi spetterebbe per diritto perchè sono rimasto nella località di origine, anche se la legge prevede lo stesso certi diritti,  loro si giustificano dicendo che finora nessuno l'ha fatto e quindi possono non attuarli”. Questa è una enorme contraddizione perchè la storia di Ignazio Cutrò è  significativa proprio per il fatto che è stato lui a scegliere di rimanere nella sua terra, scelta che in pochi hanno avuto il coraggio di fare,  rifiutando la possibilità di vivere con una nuova identità a spese dello Stato trasferendosi in un'altra regione. Ha deciso di rimanere a Bivona forte della convinzione che sconfiggere la  mafia sia possibile anche dove la stessa è ben radicata. Consapevole delle difficoltà a cui sarebbe andato  incontro ma convinto della presenza e del sostegno delle Istituzioni là dove da solo non sarebbe riuscito ad arrivare. Cosa che a conti  fatti non è avvenuta.  

Le garanzie negate  
Ignazio non si è abbattuto ai primi ostacoli, più volte ha cercato di reagire ai molti problemi che incontrava, anche da solo. Più volte ha chiesto di avere la possibilità di ricominciare a lavorare con la sua azienda per poter mantenere la famiglia. Ma senza un incentivo non gli è possibile ripartire perchè spiega l'imprenditore: “Io non mi trovo in questa situazione perchè c'è stata  la crisi o perchè mi sono giocato i soldi alle macchinette,  sono in questa condizione perchè sono una vittima di mafia, è stato dimostrato che i danni subiti sono avvenuti per mano mafiosa”. Addirittura, continua Cutrò - “Circa venti giorni fa  avevo trovato un ente regionale che mi dava la possibilità di ricominciare a lavorare ma siccome sono riuscito a pagare le tasse e le cartelle esattoriali solo fino ad ottobre, per ripartire avevo bisogno di un prestito. Quindi ho chiesto al ministero un prestito di 20 mila euro, ma ad oggi  non mi hanno ancora risposto”. “Non avrei chiesto alcun prestito se non mi fossi trovato veramente in difficoltà, ma addirittura per pagare le tasse ho dovuto utilizzare  i soldi ricevuti come risarcimento per i danni biologici, per lesione personale invece di conservarli ed aiutare la mia famiglia. Ma ho potuto farlo solo fino ad ottobre, ora  con i soldi che mi sono rimasti stavo tentando di sopravvivere”. Neppure il sistema di sicurezza è una garanzia su cui può contare la famiglia Cutrò, anche in seguito a segnalazioni del malfunzionamento della videosorveglianza nessuna risposta concreta è stata data. Ma l'apice della tragica situazione, che ha determinato in modo incisivo la decisione di abbandonare l'Italia, è stato raggiunto quando i figli Veronica e Giuseppe hanno dovuto abbandonare gli studi per problemi economici. Ed ancora una volta lo Stato, che dovrebbe garantire la sussistenza di prima necessità a tutta la famiglia, si è tirato indietro negando anche questa istanza.  Gli unici apparati statali che si sono impegnati per aiutare la famiglia Cutrò sono stati le forze dell'ordine e qualche politico come l'eurodeputata Sonia Alfano, il senatore Giuseppe Lumia e il deputato regionale Fabrizio Ferrandelli per iniziativa personale: “Il giorno 31gennaio ho incontrato  il generale Governale che ha cercato di aiutarci intervenendo per migliorare le lacune presenti nel sistema di videosorveglianza. Dimostrando un reale interesse alla nostra situazione. Così come l'Arma dei Carabinieri con estremi sacrifici ci protegge e ci sta vicino in tutti i modi possibili, ma per il resto niente... I testimoni di giustizia sono delle ombre che brancolano nel buio. Ci sono tantissime storie di testimoni che sono stati portati in località protette e poi abbandonati dalle istituzioni, forse io sono uno dei più fortunati perchè mi è rimasta la libertà di parola e di movimento”. L'assurdità della questione sottolineata dall'imprenditore è che “Il programma di protezione prevede che il testimone di giustizia venga aiutato sia che stia in località protetta sia che risieda nella località di origine nell'inserimento socio lavorativo. Ciò significa accompagnarlo in un percorso che lo porti a riacquistare una vita normale ma questo non viene fatto. Noi, come Associazione nazionale testimoni di giustizia- continua il presidente dell'associazione- abbiamo proposto che vengano garantite delle forme di assunzione obbligatoria dei Testimoni da parte delle amministrazioni dello Stato al fine di favorire il reinserimento lavorativo e sociale. Da agosto ad ottobre si è svolto l'iter burocratico affinchè la proposta diventasse decreto attuativo ma la cosa si è bloccata e non si è fatto più nulla. L'unica risposta che riesco a darmi riguardo a queste situazioni è che probabilmente non c'è la volontà di aiutarci”.

Uno Stato sconfitto
L'insieme di tutte queste  situazioni assurde ha costretto Cutrò a prendere l'estrema decisione di abbandonare la sua terra perchè non ha più possibilità di movimento: “Sono riuscito a combattere contro la mafia, non posso però combattere contro il sistema e la burocrazia dello Stato, mi fermo perchè non ha senso”. Colpisce il grande senso civico che caratterizza questo uomo che dopo tutto quello che ha vissuto, giustamente si dice convinto della scelta fatta di denunciare  ed anzi “Se tornassi indietro rifarei tutto, con l'unica differenza che, invece di fidarmi totalmente delle istituzioni, mi tutelerei chiedendo che i miei diritti vengano scritti su carta, come fanno i collaboratori di giustizia. Non c'è dubbio però che la denuncia va fatta, è giusto farlo perchè è un obbligo morale, va fatta in qualunque modo, non esistono scusanti o giustificazioni”.
Per questo  Cutrò dichiara deluso ma sereno: “Io non ho perso, non sono demoralizzato perchè ho fatto tutto il possibile. Ha perso chi poteva fare e non ha fatto” frasi che pesano sulla schiena dei rappresentanti di uno stato che esce sconfitto ancora una volta e si conferma incapace di tutelare i suoi cittadini maggiormente esposti nella lotta alla mafia, invisibile, poco chiaro nelle sue intenzioni, perchè se “Nessuno risponde alle mille richieste fatte, - spiega Cutrò- significa che non c'è la volontà di aiutare i testimoni di giustizia. Anzi, chi tace acconsente, quindi potrei pensare anche che alcuni politici non aspettavano altro”. “Ci rimandano da uno all'altro, come fossimo dei pacchi, nessuno si prende a cuore la nostra situazione”. “Questo è un messaggio tristissimo che passa all'esterno. Invece andrebbe mandato un messaggio positivo e diretto in modo da stimolare altri imprenditori a denunciare. Un segnale di legalità vero sarebbe dare risposte e attuare quello che c'è scritto nelle leggi. Non andando alle sfilate di commemorazione delle povere vittime di mafia a fare le passerelle. Il problema è che si fa politica su tutto e siccome i testimoni di giustizia non portano voti allora non è interesse politico assicurarsi e preoccuparsi che ricevano il trattamento che gli è di diritto, invece mi viene da pensare - confessa il testimone di giustizia - se le grosse associazioni ricevono molti finanziamenti, in alcuni casi, è anche perchè possono essere un valido bacino di voti”.
“Ora non mi resta che andarmene all'estero, sono disposto a fare qualsiasi lavoro ma con dignità. Non ho più le forze per rimanere, è dal l999 che vivo questa storia e non ho ricevuto nessun messaggio positivo. Io non voglio nulla di straordinario, voglio solo fare una vita normale, voglio che le leggi vengano applicate anche senza dover ricorrere ad amicizie strategiche perchè anche questo atteggiamento si puo' definire mafioso. Vorrei ciò che mi tocca per legge, senza dover lottare contro le Istituzioni perchè vengano rispettati i miei diritti, perchè lottare contro lo stato per ottenere i propri diritti è una delle cose più atroci e deludenti che un uomo posa essere costretto a vivere in una stato che dovrebbe avere come fine principale proprio la tutela di questi diritti.“ Conclude così Cutrò, offrendo un quadro drammatico ma troppo spesso veritiero.

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