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Se il buongiorno si vede dal mattino la carriera politica dell'ex Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho non inizia affatto nel modo migliore.
Nei giorni scorsi, intervenendo a Cosenza per la campagna elettorale, l'ex magistrato ha voluto replicare ad Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo e oggi candidato in qualità di capolista di "Italia sovrana e popolare" alla Camera, che nei giorni scorsi aveva ricordato la vicenda dell'estromissione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, dal pool stragi.
Così come fece nella sua telefonata alla trasmissione "Non è l'Arena" de Raho racconta una verità distorta con alcune bugie.
"I fatti credo sono noti a tutti - ha detto de Raho, come riportato da alcuni siti - Il problema nacque da una intervista di Di Matteo che conteneva una serie di elementi che riguardavano il contenuto di una riunione dei Procuratori Distrettuali che si occupavano di stragi.
Quell'intervista, a mio avviso, non rispettava le regole che ci eravamo dati. Da qui la mia decisione di segnalare la cosa al Csm a cui dissi anche di verificare l'accaduto, aggiungendo la mia piena disponibilità di riaverlo nel gruppo, a patto ovviamente che si muovesse nei paletti che ci eravamo dati. La pratica venne quindi trattata dal Csm di fronte al quale sia io sia Di Matteo fummo lungamente auditi. Anche in quell'occasione ho ribadito la mia apertura verso il collega non avendo alcuna preclusione verso la sua persona".


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Il consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo © Deb Photo


Alla luce di tali affermazioni è nostro dovere ripristinare la verità dei fatti.
Non è affatto vero che vi fu una segnalazione al Csm con richiesta di approfondire l'accaduto.
Il Procuratore de Raho prima adottò un provvedimento "immediatamente esecutivo" rimuovendo Di Matteo dal pool che indaga "entità esterne nei delitti eccellenti di mafia" e solo dopo informò il Csm dell'espulsione avvenuta.
Nel merito la questione davanti al Csm fu portata non da de Raho, ma da Di Matteo che presentò un ricorso ufficiale con tanto di osservazioni sull'illegittimità del provvedimento. Così entrambi i magistrati furono convocati dal Consiglio superiore della magistratura.
Poi, nel settembre 2020, prima che la pratica fosse discussa al Csm, de Raho tornò sui propri passi reintegrando nel pool stragi “con effetto pienamente ripristinatorio” Di Matteo.
Forse capì di aver commesso un errore. Forse si rese conto di essere andato oltre, nel momento in cui era logicamente plausibile che il Csm, alla luce dei fatti, avrebbe dato ragione proprio a Di Matteo.
Del resto risentendo la famosa intervista alla trasmissione Atlantide è chiaro che non vi fu alcuna violazione del segreto istruttorio da parte di Di Matteo che non fece altro che passare in rassegna quelle prove già pubblicamente note (acquisite agli atti depositati e processi, ndr) evidenziando quelle tracce che tutt'oggi lasciano aperti degli interrogativi inquietanti.


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Il plenum del Csm © Imagoeconomica



Ad esempio Di Matteo ricordò il ritrovamento a Capaci, proprio accanto al cratere della strage, di un biglietto scritto in cui vi era il numero di un agente dei servizi segreti. Ugualmente parlò, ed era un fatto noto, del rinvenimento di un guanto dal quale è stata isolata una traccia di Dna femminile. E nota è la manomissione dei diari di Falcone, da un computer all'interno degli uffici del ministero della Giustizia. Questi, ed altri elementi, hanno da sempre contribuito ad accrescere il sospetto che dietro l'attentato di Capaci vi siano anche mani esterne a Cosa nostra.
Ed è assolutamente legittimo, per non sfociare nei soliti fiumi di retorica che si sentono alle commemorazioni, parlare di questi fatti che erano assolutamente già noti all'opinione pubblica. Dunque non ci fu alcuna violazione da parte del magistrato palermitano.
In questi anni de Raho non ha mai spiegato quelle che furono le reali motivazioni che lo portarono ad adottare il primo provvedimento.
Nella famosa telefonata al programma di Giletti diede un elemento in più spiegando di aver ricevuto le rimostranze di un Procuratore di una delle Dda soggette al coordinamento della Procura nazionale che indaga sulle stragi. E a seguito di quelle rimostranze non vi fu nulla. Nessun confronto tra le varie componenti.
Che un magistrato possa chiedere la defenestrazione di un proprio collega in quei termini, non solo sarebbe inaudito, ma anche un caso clamoroso di delegittimazione tenuto conto che si parla di un magistrato che al tempo era già oggetto di una vera e propria condanna a morte da parte dei vertici della mafia.


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© Imagoeconomica


Noi abbiamo sempre voluto credere alla "buona fede" dell'allora Procuratore capo nazionale antimafia che non ha avuto il giusto "polso" replicando al pm che lamentava il "tradimento della fiducia".
Ma oggi restiamo comunque basiti quando sentiamo le esternazioni di de Raho che dichiara di aver espresso da sempre la "piena disponibilità di riaverlo nel gruppo, a patto ovviamente che si muovesse nei paletti che ci eravamo dati". Se così fosse stato, forse, non si sarebbe aperta alcuna pratica davanti al Csm.
Personalmente abbiamo sempre ritenuto che la scelta di rimuovere Di Matteo sia stata comunque condizionata da una serie di valutazioni, che travalicano il merito tecnico dei fatti, con l'esito, come già abbiamo precedentemente detto, di delegittimare ed isolare ulteriormente un magistrato che si è sempre impegnato nella ricerca della verità e che, come è noto, è ancora oggi a rischio vita con una condanna a morte espressa dai boss Totò Riina (oggi deceduto) e Matteo Messina Denaro (ancora latitante). Un progetto di morte che, come hanno scritto i magistrati nisseni nella richiesta di archiviazione delle indagini, è "ancora operativo".
Tornando a de Raho, e le sue bugie, un consiglio non richiesto all'ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, oggi leader del Movimento Cinque Stelle e candidato alla Camera nelle imminenti politiche: prenda provvedimenti e dica al suo candidato di rettificare certe dichiarazioni.
Se Cafiero de Raho inizia a mentire al popolo prima ancora di essere eletto è chiaro che non può essere un buon candidato. E questo gli elettori, che domenica si troveranno a scegliere i propri rappresentanti, devono saperlo.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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