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borsellino scorta 1000 effdi Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari*
“Silenzi” e “depistaggi di Stato” sono stati al centro del dibattito nelle commemorazioni della strage di via d’Amelio, che quest’anno ha compiuto un quarto di secolo. Venticinque anni dopo il delitto in cui persero la vita Paolo Borsellino ed i cinque agenti di scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina) lo scorso 20 aprile, la Corte d’Assise di Caltanissetta, al processo Borsellino quater, oltre ad aver condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino (imputati della strage) ha sancito per la prima volta l’esistenza di un depistaggio nella strage di via d’Amelio, condannando a 10 anni i "falsi pentiti" Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Con il dispositivo ha anche dichiarato il “non doversi procedere per pervenuta prescrizione in ordine al reato di calunnia pluriaggravata” nei confronti di Vincenzo Scarantino, il “picciotto della Guadagna” le cui dichiarazioni sono state sconfessate da quelle di Gaspare Spatuzza in tempi successivi. Scarantino, dicono i giudici, avrebbe quindi effettuato la calunnia solo perché "determinato a commettere il reato" dagli apparati di Polizia, che l’hanno “imboccato”, inducendolo a raccontare false verità. Inoltre la Corte ha disposto la trasmissione ai pm dei verbali d’udienza dibattimentale “per eventuali determinazioni di sua competenza”.
Sicuramente un atto di giustizia nei confronti dei familiari delle vittime, che da anni aspettano ancora di sapere la verità su quanto avvenuto, e nei confronti di chi è stato condannato ingiustamente per il delitto. Le riflessioni sul depistaggio (da chi è stato ordito? chi l’ha permesso? perché?), però, non devono distogliere l’attenzione sul quesito madre: chi sono i mandanti esterni della strage Borsellino?
Rispondere a questa domanda, forse, può anche aiutare a far capire i motivi che si nascondono dietro al depistaggio stesso.

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