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Trattativa e “tastate” di polso
Il primo a parlare di trattativa fu il collaboratore Giovanni Brusca, raccontando ai magistrati di un Riina entusiasta che, dopo l’omicidio Falcone, aveva annunciato: “Si sono fatti sotto… gli ho fatto un papello tanto”, alludendo ad una serie di richieste che tramite Vito Ciancimino aveva fatto pervenire ad interlocutori istituzionali. E alle rimostranze di preoccupazione avanzate da Brusca aveva persino aggiunto “… stai tranquillo è tutto sotto controllo, mi hanno messo dietro anche i servizi segreti…”. In un verbale Brusca, parlando con il pm Gabriele Chelazzi (deceduto per infarto nel 2003), rivela chi era il terminale della trattativa. “Si sono fatti sotto… ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”. Un nome, quello dell’ex ministro degli Interni, che è stato fatto per la prima volta in aula proprio durante il Borsellino ter, su specifica domanda di Di Matteo.

brusca 610 dossier

L'arresto di Giovanni Brusca


Le dichiarazioni dell’ex boss di San Giuseppe Jato confluirono anche nella sentenza del ter: “Riina voleva creare un ‘tavolo rotondo’ di trattativa con i politici” si legge. “Chi le dice questa frase: ‘Ci vuole un altro colpetto’ e in che contesto? - chiedeva Di Matteo all’interrogatorio del pentito - Perchè lei colloca questo invito alla trattativa di cui ha parlato?”. E Brusca rispondeva: “Mi si dice: ‘Ci vuole un'altra... un'altra botta’, per sollecitare a quelle persone con cui aveva a che fare per ritornare e riprendere il discorso”. Un “discorso” che il pentito Antonino Giuffrè - sentito anche al Capaci bis - collegava alla volontà della massoneria, sondata con una “tastata di polso”: “Anche la massoneria voleva fermare Falcone. Probabilmente anche la famosa P2 di Gelli" aveva rivelato il collaboratore, chiarendo che “contro Falcone ci fu un adoperarsi a più livelli perché con le inchieste andava a ledere rapporti professionali ed economici importanti, andava a colpire l'intrigo che c'era tra mafia ed organi esterni”. “C’erano contatti di Provenzano e Riina con la massoneria deviata. - aveva continuato Giuffrè - Potevano esserci anche rapporti tra Cosa nostra e la P2. Ricordo che Sindona stesso fosse legato a qualche massoneria deviata di questo genere". Due rivelazioni su tutte per comprendere che il disegno delle stragi andava molto oltre gli ambienti di Cosa nostra.
C’è poi quel dato, consacrato anche in sentenze definitive, su un’accelerazione anomala della esecuzione della strage di via d'Amelio rispetto al programma di attentati eccellenti per cui l'uccisione di Borsellino doveva essere successiva rispetto a quella di altri soggetti (come l’onorevole Calogero Mannino ed altri) così come riferito sempre dai collaboratori di giustizia.

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