La denuncia del Procuratore generale di Cagliari: “Oggi sull'impegno antimafia un arretramento politico-culturale”

Tra pochi giorni sarà il giorno della memoria di Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. A Palermo la mafia è tornata a far sentire il rumore delle armi e nel frattempo la politica, a livello nazionale, sembra aver dimenticato il reale valore del sacrificio dei tanti martiri che hanno perso la vita proprio a causa di un Sistema criminale che appare ancora oggi ricco e florido.
Anche di questi argomenti abbiamo parlato in questa intervista con Luigi Patronaggio, oggi Procuratore generale di Cagliari, con un'esperienza importantissima alle Procure di Palermo ed Agrigento. Proprio nel capoluogo siciliano è stato tra i protagonisti in Dda, occupandosi di indagini e processi di mafia. Si è infatti occupato degli omicidi di padre Giuseppe Puglisi e del giornalista Mauro De Mauro nonché della latitanza di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Gaspare Spatuzza, Giuseppe e Filippo Graviano; ha istruito in Appello i processi all’ex governatore Salvatore Cuffaro, all’ex senatore Marcello Dell’Utri, ai carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu. Quindi ad Agrigento è stato Procuratore capo occupandosi dei casi delle navi cariche di migranti.

Procuratore Patronaggio, sono passati trent'anni dalle stragi di Capaci e di via d'Amelio.
Lei che ha conosciuto Falcone e Borsellino come ha vissuto e vive queste commemorazioni?
Devo confessare che vivo con sempre maggiore imbarazzo le commemorazioni perché troppo spesso la retorica di circostanza annulla ogni seria riflessione sul fenomeno mafioso e sulle strategie e le prospettive della lotta alla mafia.

Dall'esterno, guardando ciò che accade anche sul piano politico legislativo, si ha la sensazione di un momento storico molto particolare sul fronte della lotta alla mafia. Qual è la situazione dal suo punto di vista?
Nella trentennale ricorrenza della strage di via D'Amelio, mentre si arrotano le più eleganti e retoriche frasi per l'occasione, va drammaticamente registrato un globale arretramento politico-culturale sul tema dell'autentico impegno antimafia.
Mentre nelle strade di Palermo si vivono ore drammatiche fra omicidi ed attività predatorie ai danni della libera impresa, con il racket della droga oggi totalmente controllato da Cosa Nostra, a Roma ci si barcamena fra codicilli e commi per portare a termine una tortuosa riforma, pure legittimamente imposta dalla CEDU e dalla Corte Costituzionale, dell'Ordinamento Penitenziario.
Già fra qualche giorno avremo Tribunali di Sorveglianza inondati da istanze di condannati per mafia per ottenere semilibertà, permessi premio ed altri benefici, prima loro preclusi.
Gli accertamenti per verificare la definitiva cesura fra questi condannati per mafia (mai realmente pentiti e collaboranti) e le loro organizzazioni criminali di provenienza, dovranno essere effettuati in termini brevissimi con istruttorie che "gioco forza" saranno approssimative, mettendo a dura prova la professionalità dei Tribunali di Sorveglianza che dovranno assumersi immense responsabilità morali oltre che giuridiche.
Il rischio è che fra qualche mese troveremo fra i vicoli di Palermo, come di Catania o Napoli o Reggio Calabria, boss “sulla carta” ripuliti ma sempre più tracotanti e padroni del territorio.
Senza dire di alcune iniziative legislative miranti a svuotare il sistema delle misure di prevenzione patrimoniali che, ove rigidamente ancorate all’accertamento della responsabilità penale dell’imputato, svuoterebbero totalmente il sistema della sua azione di difesa sociale avanzata.
La vera commemorazione, affinché il sangue dei nostri eroi non sia stato versato invano, passa allora attraverso una seria riflessione politica e giuridica sul complesso della normativa antimafia che con troppa, talvolta interessata, premura, si ritiene obsoleta, emergenziale ed inattuale.

Eppure anche le operazioni di polizia giudiziaria più recenti hanno mostrato una presenza importante della mafia nei territori. Il dato grave di queste settimane, lo ricordava, è che si è anche tornati a sparare. Cinque anni fa, sempre nel mandamento di Porta Nuova, veniva ucciso il boss Dainotti. Quale chiave di lettura va data a certi episodi?
Dalle trascrizioni delle intercettazioni ambientali su alcuni componenti delle famiglie mafiose di Palermo Centro, Palermo Porta Nuova, Pagliarelli, emerge uno spaccato assolutamente allarmante: non solo il tentativo di controllo totale del territorio ma anche la volontà di un totale controllo delle coscienze, piegate ad una povertà di valori e alimentate alla ricerca del più passivo consenso.
Emergono dalle intercettazioni pseudo valori ancestrali, oserei dire tribali, una chiusura alla modernità e alla legalità, una indifferenza al convivere civile e democratico.
È come se la città di Palermo fosse tagliata in due, talvolta anche visivamente: da un lato una borghesia che, seppure con limiti ed ipocrisie, professa una certa cultura della legalità e, dall'altro, una città che è rimasta ferma nella sua arretratezza culturale e valoriale.
Deve prendersi consapevolezza, allora, che due stragi e trent'anni di battaglie giudiziarie e politico-culturali hanno fallito.

Che ruolo ha il mondo dell'informazione rispetto una narrazione che gioca al ribasso e che racconta di una mafia sconfitta e vinta? E' davvero così?
L’opinione pubblica nazionale, tranne rare eccezioni, tende a rimuovere il problema delle mafie in Italia.
L’inammissibile livello di illegalità nei territori delle mafie tradizionali non trova spazio nelle agende politiche di nessun partito.
In particolare si tende ad ignorare come le mafie, oltre che controllare le regioni del sud, siano ormai penetrate nel tessuto economico delle regioni del nord più industrializzate.
Totalmente rimosso è poi il tema delle connivenze fra apparati deviati dello Stato e la mafia.
Ma uno stato democratico non può fare a meno di una corretta e completa informazione, così come non può avere un futuro se non fa i conti con il proprio passato.

Sempre più spesso è evidente la correlazione tra lotta al crimine organizzato e il tema della questione sociale. Come si dovrebbe intervenire?
Se si considerano le condizioni di povertà economica e di precariato sociale in cui versano interi quartieri di Palermo (ma il dato è comune per tutto il Sud) non può che prendersi atto di un fallimento del fronte legalitario e antimafia.
La scommessa era "crescita economica nella legalità", il risultato è stato assistenzialismo di basso profilo su un tessuto sociale opaco e refrattario che è rimasto sottoproletariato urbano incolto e compiacente.
Altro che commemorazioni roboanti. Il solo dato al momento acquisito della fine della politica stragista di Cosa Nostra, pur nelle non dissolte ombre sul ruolo di "presenze esterne", non può da solo bastare e non può soddisfare la nostra esigenza di sviluppo nella legalità.

Restando sul tema delle cosiddette "presenze esterne" o "mandanti esterni". Tanti quesiti sono rimasti inevasi su questo fronte. A suo modo di vedere come si possono colmare i buchi neri presenti su quel terribile biennio stragista?
Occorre avere il coraggio di aprire gli archivi ed ammettere che per una presunta “ragion di stato” si sono giustificati patti indicibili che hanno rafforzato Cosa Nostra e taluni centri di potere che si sono arrogati il diritto di sostituirsi al corpo elettorale e alla volontà popolare.
Non si può licenziare poi una stagione giudiziaria opaca addossando tutte le responsabilità a soggetti ormai defunti, bisogna avere il coraggio di individuare tutti coloro che, a vario livello e titolo, hanno ideato e realizzato un reticolo perverso di rapporti, occultando la verità in cortine fumogene fatte di bugie di Stato.

Per giungere a nuove verità sarebbero sufficienti le collaborazioni con la giustizia interne a Cosa nostra, come di rilievo fu quella di Gaspare Spatuzza, oppure servirebbe un cosiddetto "pentito di Stato"?
Il problema è molto più ampio perché oggi di fatto il sistema scoraggia la collaborazione dei mafiosi con la giustizia e ha di fatto azzerato ogni differenza, assolutamente non neutrale per la lotta alla mafia, fra collaboratori di giustizia e dissociati, ammesso poi che questi ultimi lo siano davvero.
Solo per fare un esempio: chi vuole collaborare con la giustizia deve mettere a disposizione degli inquirenti tutti i suoi beni, mentre chi si dissocia e vuole usufruire di benefici carcerari ha solo un vago dovere di allegazione e tutto viene rimesso ad accertamenti che la Polizia Giudiziaria dovrà effettuare in soli 60 giorni.
Accertamenti complessi che dovranno estendersi a “prestanomi” e società di comodo.
Il rischio di aggirare il sistema della normativa antimafia costruita sul sangue di Pio La Torre e degli altri nostri eroi diventa quindi altissimo.
Quanto, infine, alla possibilità di avvalersi di un “pentito di Stato”, cioè di quel soggetto che ha vissuto personalmente quella stagione di depistaggi e di accordi inconfessabili, mi vede molto perplesso. Non esiste al momento un clima, politico ma anche giudiziario, favorevole ad ascoltare “verità altre” che coinvolgono apparati dello Stato, di quello stesso Stato che, in non totalmente interrotta ideale linea di continuità, dovrebbe prendersi cura della sicurezza e della serenità del contributo del c.d. “collaboratore istituzionale”.
Occorre affidarsi quindi alla professionalità indiscussa delle Procure Distrettuali, pur con le dovute cautele procedurali idonee a scongiurare falsi pentiti, per offrire ai Tribunali e alle Corti un materiale probatorio su cui costruire sentenze giuste, pronunziate in nome del popolo italiano e sui cui il popolo italiano possa costruire la propria vita democratica.

E' evidente che ad incidere sul problema delle collaborazioni con la giustizia vi è anche lo smantellamento di norme come quella dell'ergastolo ostativo dopo le sentenze della Cedu e della Consulta. Il Parlamento ha già votato alla Camera e si attende che la normativa sia discussa in Senato. Anche in questo caso quali sono i rischi?
Oggi il problema non è negare il valore giuridico ed etico dei principi affermati dalla CEDU e dalla Corte Costituzionale, il vero problema è trovare un sistema serio di controlli che non permetta a mafiosi conclamati di riprendere i legami con le loro organizzazioni criminali presenti sul territorio.
A parte la lucida ed impietosa affermazione di Giovanni Falcone secondo cui da Cosa Nostra "si esce solo con la morte o con la collaborazione", l'esperienza giudiziaria di questi ultimi anni ci insegna che il boss che esce dal carcere ritorna sul territorio più forte di prima e più famelico di denaro.
I tentativi di ricostruire la Cupola mafiosa in Provincia di Palermo da parte dei mafiosi scarcerati è un dato processuale acquisito.
I nomi delle più recenti operazioni antimafia, in Sicilia come in Calabria, sono sempre gli stessi e appartengono tutti a famiglie mafiose di antiche tradizioni.
Come emerge da alcune intercettazioni ambientali recentemente diffuse dagli organi di stampa, otto o anche dieci anni di carcere non costituiscono una remora per il mafioso che una volta scarcerato godrà della rafforzata stima del sodalizio.
Un ergastolo che si tramuta in 21 anni di carcere non rappresenta infine per molti mafiosi un deterrente ma solo una occasione per tornare a dominare il territorio più forti di prima.
Non è un caso che le più recenti operazioni di polizia si sono avvantaggiate di pregnanti intercettazioni ambientali, operate con l’ausilio dell’ormai noto trojan, proprio su quei soggetti mafiosi scarcerati per fine pena, ritornati nel loro territorio decisi a riprendere il controllo e il dominio su tutte le attività criminali del sodalizio.

In questi giorni si parla molto della visita concessa dal capo del Dap ad alcuni membri dell'associazione “Nessuno tocchi Caino” e dei dialoghi che quest'ultimi avrebbero avuto anche con detenuti sottoposti al 41 bis. E tra gli argomenti affrontati vi sarebbe stato anche l'ergastolo ostativo. Che partita è quella che si gioca sulle carceri?
Bisogna stare molto attenti ai segnali politici che si lanciano magari in tutta buona fede. La mafia è attentissima al clima politico del Paese e tende a premiare le forze politiche che ritiene più morbide ed affidabili.
La politica, pur nella legittima diversità di vedute ed orientamenti, deve evitare di farsi strumentalizzare dalle mafie che sono bravissime ad orientare il consenso elettorale nelle aree territoriali di propria competenza.

A Palermo ci sono state le elezioni e già è iniziata la corsa verso le Regionali. I mesi scorsi lei aveva espresso la sua indignazione sul fatto che persone condannate per fatti mafia, in qualche modo, continuassero a fare politica. Anche questo dato rientra nel percorso di "rimozione di fatti" di cui parlavamo prima?
Fermo restando, da un punto di vista strettamente giuridico, il diritto del condannato per mafia che abbia completamente espiato le sue pene principali ed accessorie, a potere esporre anche pubblicamente le proprie idee politiche, resta aperto il problema etico e politico.
Che Paese è, mi domando, quel Paese che ha necessità di sentire il parere ed accettare il contributo di soggetti che hanno interiorizzato e condiviso prassi mafiose che sono la negazione dello stato di diritto e della vita democratica. Ma veramente questo Paese non ha altre energie politiche da cui attingere?
Senza dire poi del messaggio obliquo che si manda alle mafie! Come se tutto ritornasse come prima senza che nulla sia cambiato! A cosa valgono alla fine le parole scolpite in sentenze definitive che hanno accertato prassi e comportamenti penalmente, e a maggior ragione, eticamente e politicamente rilevanti?
Ma la cosa che mi rattrista da uomo di diritto che queste considerazioni non siano state condivise da tutti e men che mai da illustri rappresentanti dell’Accademia! Vuol dire allora che c’è ancora tanto lavoro da fare nella direzione della cultura della legalità ad onta di quel che si professa retoricamente nelle pubbliche ricorrenze e manifestazioni.

Foto © Deb Photo

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