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L'arringa dell'avvocato di Salvatore Borsellino e dei familiari di Adele Borsellino. Nei giorni scorsi anche le discussioni delle altre parti civili

“L'obiettivo di coloro che hanno indottrinato Vincenzo Scarantino era quello di eliminare l'uomo nero del garage di Villasevaglios. Quindi eliminare dalla responsabilità della strage di via d'Amelio gli esponenti estranei di Cosa nostra”.
Con queste parole l'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino e dei parenti di Adele Borsellino (fratello e sorella del giudice), ha spiegato i veri motivi che si sono nascosti dietro a quello che è stato definito dai giudici del processo Borsellino quater come il depistaggio più grande della storia.
In questa settimana il processo contro i tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di concorso in calunnia aggravata dall'avere favorito Cosa nostra, (secondo l'accusa avrebbero indottrinato il falso pentito Vincenzo Scarantino ad accusare falsamente degli innocenti) vede le discussioni delle parti civili.
Secondo Repici, “la costruzione della storia fondata sulle dichiarazioni di Scarantino era un'impostura” creata ad arte. Ma ciò che accade oggi è che quella impostura “viene ribaltata persino con parziali contro imposture cosicché alle volte si rischia che ad un primo tempo della propaganda menzognera ci siano secondi o terzi tempi altrettanto propagandisti”. E' ciò che accade quando non si guarda all'insieme dei fatti che hanno riguardato la strage di via d'Amelio e soprattutto le indagini che si sono compiute.
Repici, ripartendo proprio dall'analisi della sentenza emessa dalla Corte d'Assise nel Borsellino quater, ha evidenziato come i giudici nelle motivazioni parlano di "suggeritori" esterni, soggetti che avrebbero cioè imbeccato il falso pentito inducendolo a mentire. "Soggetti, - scrivono - i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte". Quel depistaggio, costato la condanna all'ergastolo a sette innocenti poi scarcerati e scagionati nel processo di revisione, veniva anche indicato dalla Corte come "un proposito criminoso determinato essenzialmente dall'attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri".

Il vero nel falso
“Scarantino - ha detto Repici in aula - ha recitato un copione. Di suo non poteva sapere nulla. E nel copione c'erano delle cose vere che non erano prove logiche o deduzioni, ma elementi di fatto”.
Come ad esempio il coinvolgimento degli uomini di Brancaccio, Pietro Tagliavia e Renzino Tinnirello nella fase in cui avvenne la consegna della Fiat 126 e l'imbottitura di esplosivo dell'auto.
Ne parlano sia Gaspare Spatuzza, ovvero colui che ha contribuito a riscrivere la storia della strage, che Scarantino.
Nella versione del pupo vestito viene omesso “l'altro pezzo di Spatuzza, il quale vede nel garage una persona estranea a Cosa nostra. Spatuzza ne fa una vaga descrizione e in uno dei tentativi di riconoscimento fotografico, con formula dubitativa indica una figura che riguarda l'allora vice capo del centro Sisde di Palermo. Comunque, lo dice in maniera inequivoca, quel soggetto non era di Cosa nostra ed era o un poliziotto o un uomo d'intelligence. Ecco la fonte degli investigatori di cui parlano le sentenze. Il punto è che quell'uomo è responsabile della strage al pari dei mafiosi.
Ciò significa che non è una fonte preziosa, che gli investigatori guidati da La Barbera hanno voluto tenere segreta, ma c'è stato un canale di comunicazione tra gli stragisti e gli investigatori. Un primo dato obiettivo ed insormontabile da parte di chiunque voglia leggere le prove con raziocinio e da cui non si può prescindere”. Per Repici, dunque, “uno dei più gravi depistaggi della storia d’Italia è stato compiuto per specifiche finalità, una delle quali era quelle di occultare la presenza di responsabili ulteriori rispetto ad esponenti di Cosa nostra”.


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Il magistrato, Paolo Borsellino © Shobha


Quella scia che porta a Scotto
Secondo Repici, anche nelle dichiarazioni false di Scarantino si comprova l'idea che l'intento dei suggeritori fosse quello di eliminare ogni presenza esterna a Cosa nostra dalla strage, specie rispetto a quanto riferito su Gaetano Scotto (una delle parti civili del processo, ndr). Scarantino lo inserisce nella fase esecutiva in relazione alla captazione abusiva della linea telefonica nel palazzo di via d'Amelio, fatta attraverso il fratello che era impiegato della Sielte. Repici ha ricordato come “fu riconosciuto da soggetti che sono assolutamente insospettabili di aver detto alcunché di diverso da quel che hanno visto: Cecilia Fiore, figlia di Rita Borsellino. Quel riconoscimento era conosciuto dagli investigatori, cioè coloro che indottrinano Scarantino, ma ciò che non hanno fatto dire di Scotto è quel che dicono altri collaboratori e uomini di Cosa nostra, come Vito Galatolo e Francesco Onorato, cioè che Scotto era un esponente di rilievo della famiglia dell'Arenella con il compito di avere rapporti con uomini della Polizia e dello Stato. E' la cartina tornasole di quanto avvenuto con l'uomo di Villasevaglios.
Oggi Gaetano Scotto è imputato nel processo sulla morte del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi il 5 agosto 1989.
Ed è decisamente singolare che al padre del poliziotto, Vincenzo Agostino, fu proposto anche il volto di Scarantino per il riconoscimento fotografico per individuare la persona importante che qualche settimana dall’omicidio si recò a casa sua chiedendo del figlio. Così come singolare è il dato che Scarantino ha rivelato che gli fu chiesto di “accollarsi” anche il delitto Agostino.

L'agenda di Contrada la mappa per leggere il depistaggio
Fermo restando che il Borsellino quater è il “basamento” da cui ripartire. Repici ha ricordato come il depistaggio non ha inizio il 24 giugno 1994, con l'inizio dell'impostura e l'interrogatorio di Vincenzo Scarantino, ma il 20 luglio 1992 quando il Procuratore capo di Caltanissetta incaricò personalmente il dirigente del Sisde Bruno Contrada, chiedendo un aiuto per le indagini. “Questa non è una questione di galateo istituzionale - ha affermato Repici in aula - E' un fatto vietato dalla legge. Il quadro in cui nasce la partecipazione del Sisde alle indagini è un quadro di spudorata illegalità. Dalle agende di Contrada si legge dell'incontro del 20 luglio, ma anche dell'incontro che il 23 luglio avrà con il capo dell'ufficio investigativo La Barbera. Il Capo dell’ufficio va a rapporto da Contrada al centro Sisde di Palermo. Proprio quel La Barbera che era a libro paga del Sisde”.
L'agenda di Contrada, per Repici rappresenta “una delle mappe per poter leggere il depistaggio”. Il giorno 24 luglio si dà anche conto della presenza a Caltanissetta di Contrada assieme al Procuratore della Repubblica ed almeno alcuni dei sostituti. “Un fatto, quello del pranzo all'hotel San Michele, che fu ammeso anche dal dottor Petralia. E' il paradosso di un mondo sottosopra in cui si incontrano l'ufficiale di polizia giudiziaria ed il funzionario del Sisde e poi dal Procuratore della Repubblica ci va quel dirigente del Sisde e non l'ufficiale di Pg” ha proseguito nella discussione il legale. Ovviamente è stato ricordato anche il dichiarato del collaboratore Gaspare Mutolo su Contrada e quella rivelazione che il pentito fece il primo luglio del 1992 al dottor Borsellino, fuori verbale. E' un fatto raccontato anche da altri testimoni è che in quel giorno Borsellino, recandosi al Viminale, incontrò proprio Contrada. Quest'ultimo avrebbe fatto sapere di essere a conoscenza dell'inizio della collaborazione di Mutolo. Delle rivalzzioni di Mutolo parlerà anche con alcuni colleghi.
“Il 20 luglio - ha proseguito Repici - il giorno in cui Tinebra incontra Contrada, il Procuratore ha prima un altro incotnro con Antonio Ingroia il quale gli disse ciò che Borsellino aveva saputo. Quindi quando incontra Contrada il Tinebra sa che era stato nelle attenzioni di Paolo Borsellino. C'è dubbio che nell'agenda rossa ci fossero anche le rivelaizoni fuori verbale di Mutolo?”.
Un altro elemento del “corto circuito” è il dato per cui tanto nell'agosto 1992, quanto nell'ottobre 1992, il Sisde “produce degli atti che forniscono carburante e direzione alle indagini della Procura di Caltanissetta e alla Squadra mobile di Palermo”. E se ad ottobre lo Scarantino viene dipinto come un “pezzo grosso di Cosa nostra”, in agosto il Centro Sisde (il servizio segreto civile) di Palermo comunicò alla Direzione di Roma del Sisde che "in sede di contatti informali con inquirenti impegnati nelle indagini inerenti alle recenti note stragi perpetrate in questo territorio, si è appreso in via ufficiosa che la locale Polizia di Stato avrebbe acquisito significativi elementi informativi in merito all'autobomba parcheggiata in via D'Amelio, nei pressi dell'ingresso dello stabile in cui abitava la madre del Giudice Paolo Borsellino. (...) In particolare, dall'attuale quadro investigativo emergerebbero valide indicazioni per l'identificazione degli autori del furto dell'auto in questione, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato".
Elementi non comparsi nelle indagini. Così come fecero i giudici del Borsellino quater va ricordato che in quella data del 1992 non era comparso sulla scena Candura, "prima fonte dell'accusa nella direzione della Guadagna".

Responsabilità Boccassini
Nel corso della discussione un altro argomento ha riguardato la sparizione dell'agenda rossa, ricordando che il tenente colonnello Arangioli (ritratto in una foto con in mano la borsa di Borsellino negli attimi dopo la strage), ha rinunciato alla prescrizione, poi le dichiaraizoni della dottoressa Ilda Boccassini, che si occupò delle stragi nei primi anni Novanta. Soprattutto da altre parti civili la magistrata è stata dipinta come colei che prima di tutti aveva capito il depistaggio, inviando anche una lettera alla Procura per avvisare gli altri colleghi.
Purtroppo in questa ricostruzione spesso si dimenticano alcuni dettagli. “La dottoressa Boccassini - ha ricordato Repici - ci ha dichiarato che la prova della falsità di Scarantino è nella prima dichiarazione. Il 19 luglio 1994, all'esito dell'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare del Borsellino bis c'è una conferenza stampa dove la Boccassini interviene non solo elogiando il Procuratore capo Tinebra, ma anche facendo i complimenti agli investigatori del gruppo Falcone e Borsellino e celebrando il risultato raggiunto con la collaboraizone di Vincenzo Scarantino, addirittura dicendo che era stato seguito il metodo Falcone. Ci sono sicuramente delle paternità o maternità nell'avvio dei risultati sulla falsità delle dichiarazioni di Scarantino, ma tutto era già partito prima. Il marchio è del 20 luglio 1992 con il Procuratore Tinebra, il Sisde e la Polizia di Stato. Oggi noi abbiamo tre imputati esponenti della Polizia di Stato ma solo un pazzo potrebbe pensare che il dottor Bo, e ancor meno Ribaudo e Mattei, siano stati gli strateghi della grande impostura”.
E sempre sulla Boccassini Repici ha anche ricordato l'elemento per cui, solo nel 2020, si è ricordata degli incontri abusivi che Tinebra avrebbe avuto con Scarantino prima degli interrogatorie.
Passando ad altro tema Repici ha anche ricordato l'intercettazione del colloqui tra il collaboratore Mario Santo Di Matteo e la moglie Francesca Castellese in cui si faceva riferimento esplicito a “infiltrati nella polizia” di cui il pentito non avrebbe dovuto parlare in riferimento alla strage di via d'Amelio.


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Strage di Via D'Amelio © Shobha


La scarantinizzazione del processo
“La 'scarantinizzazione' del processo aveva come fine quello di salvare il patto tra Cosa nostra e i poteri dello Stato, nella loro non minuscola parte deviata. Era interesse di Cosa nostra l'operazione di Scarantino. Per questo motivo nessuno di Cosa nostra reagisce. Perché ai vertici di Cosa nostra quell'operazione andava bene. Lo ha detto Gaspare Spatuzza raccontando dell'incontro del gennaio 1994 al bar Doney, quando Graviano, con gli occhi che brillavano, dice: 'Abbiamo il Paese nelle mani'. Perché si era cercato di stipulare un altro patto. Poi non andò bene a Graviano, come si vede in queste settimane, in questi mesi e in questi anni. Ma andò bene ad altri come Provenzano. E altri con lui”.
Il nascondimento della verità, che è l'opera precipua che hanno fatto in tanti, lo hanno fatto sicuramente i tre imputati. E il principale risultato, di cui tutt'oggi subiamo conseguenze, è la deviazione dell'indirizzo democratico di questo Paese e della contaminazione del potere ufficiale. Potere ufficiale che non potrà trovare emenda fino a quando tutto, o quanto più possibile, non sia accertato. Si parta dalla condanna, che chiedo, degli odierni imputati Mario Bo, Fabrizio Matteo e Michele Ribaudo, ma l'auspicio è che gli organi dello Stato vogliano salire nella filiera delle responsabilità.
Di scarantinizzazione aveva precedentemente parlato anche l'avvocata Rosalba Di Gregorio, rappresentante la parte civile per conto di Gaetano Murana: “L'operazione iniziale, portata avanti dalla Polizia, doveva prevedere la scelta di un delinquentello ricattabile, di scarso spessore morale, meglio se psicolabile, insoddisfatto perché mai cooptato e neppure mai ''avvicinato''….(nonostante la parentela con Profeta) e che, col trattamento di tortura di Pianosa, seguito a vista e stalkerizzato (diremmo oggi) da La Barbera e Bo (come disse sempre la Basile), si 'pentisse'”.
L'avvocata, così come aveva fatto in altri procedimenti, ha ricordato le “anomalie” che erano state avvertite anche nei primi processi.
Ed ovviamente non è mancato l'atto di accusa contro i pm di allora i quali, a suo dire, avrebbero messo in atto un'azione contro le difese degli imputati.
"Noi sbattevamo contro un muro di atti omessi, non depositati, negati - ha detto ancora la Di Gregorio - Qualunque nostra richiesta veniva rigettata, abbiamo subito attacchi continui sulla stampa, venivamo considerati vicina alla mafia. Solo perché chiedevamo delle spiegazioni sul falso collaboratore Vincenzo Scarantino, che non andava toccato".
E' la solita polemica, già nata ai tempi del “Borsellino bis” e scaturita dalla richiesta effettuata dalla stessa Di Gregorio assieme ai colleghi Marasà e Scozzola di poter leggere i verbali del confronto svoltosi il 13 gennaio 1995 tra Vincenzo Scarantino e i collaboratori di giustizia Salvatore CancemiMario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Come è noto il deposito posticipato di quegli atti al processo era costata una denuncia da parte dei tre legali nei confronti dei pm Annamaria PalmaCarmelo Petralia e Nino Di Matteo per “comportamento omissivo”. A loro volta i magistrati avevano denunciato per calunnia i tre avvocati. Il 25 febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta sui sostituti procuratori di Caltanissetta in quanto priva di alcun “comportamento omissivo”.
Mentre l'avvocato Giuseppe Dacquì, che assiste un'altra vittima, Natale Gambino, rivolgendosi alla Corte guidata da Francesco D'Arrigo, ha affermato: "Oggi potrei dire le stesse, identiche, cose che avevo detto venti anni fa, solo che vent'anni fa siamo stati calpestati, sbeffeggiati. Ma quelle prove sono rimaste intatte. Allora io dissi che Scarantino è stato uno specchio per le allodole, ha attirato l'attenzione su di sé, allontanando chi voleva la verità. Io dissi allora che in via D'Amelio c'è stata la manina dei servizi segreti deviati, e oggi dico la manona, dei servizi segreti deviati". "Poco importa chi è stato il regista, ma che ci sia un ragionevole dubbio che un soggetto occulto abbia diretto il 'pupo' Scarantino prima versione, questo mi sembra innegabile - ha aggiunto - Dalle prima battute bisognava accorgersi che Scarantino è assolutamente inaffidabile, ma non sapevamo quali fossero i retroscena, potevamo immaginarlo, ma non potevamo spingerci più di tanto, perché non avevamo nessun elemento". E definisce quanto accaduto dopo la strage di via D'Amelio "un maledetto imbroglio. e mi chiedo perché, per la carriera di Arnaldo La Barbera che fu promosso questore? Per la carriera di Mario Bo?".
Ieri è stata la volta di Giuseppe Scozzola, avvocato di Scotto che nella sua discussione ha individuato nel “dossier Mafia-appalti” come la causa principale della strage di via D'Amelio. “Questo è un dato di fatto. Che viene fuori da una sentenza passata in giudicato. C'era una fibrillazione, dovuta al fatto che se Paolo Borsellino avesse portato avanti quella indagine, certamente il rapporto tra l'associazione e gli imprenditori del Nord sarebbero stati certamente scoperti" ha dichiarato. Come abbiamo evidenziato in altre occasioni la morte di Borsellino nasconde spettri ben più grandi.
Anche Scozzola, come altri legali, ha parlato dell'Agenda Rossa sparita: “Gli appunti contenuti nell'agenda rossa di Paolo Borsellino bruciavano, non si dovevano conoscere. Ecco perché l'agenda rossa è scomparsa dopo la strage di via D'Amelio”. E poi ancora: “La borsa del giudice Borsellino resta per mesi sul divano di Arnaldo La Barbera sappiamo quello che è successo nell'abitazione di Agnese Borsellino, a cui La Barbera portò la borsa, quando Lucia Borsellino si accorse che mancava l'agenda. “Sappiamo però un fatto, noi abbiamo un canale che ci dice che all'interno di quell'agenda c'erano degli appunti. Sconosciamo l'oggetto degli appunti, però. E se andiamo a vedere che La Barbera, nel cui ufficio sul cui divano è stata quella borsa, forse faceva parte e aveva un ruolo nei servizi, allora dico, non siamo più in presenza di fatti aleatori, di discorsi di ragionamenti deduttivi, è un ragionamento logico”.
Durante la discussione Scozzola ha parlato anche delle testimonianze dei poliziotti sulle registrazioni di Scarantino, mentre si trovava a San Bartolomeo a Mare, o la mancanza di alcuni documenti come il verbale di sopralluogo della carrozzeria di Orofino ("Troppi non ricordo in questo processo, falsità e reticenza. Troppi non ricordo anche da parte di alcuni poliziotti. Non si possono non ricordare fatti di una certa gravità. Nessuno ricorda se aveva firmato dei verbali o se c'erano dei verbali. Questo provoca rabbia a noi parti civili. L'obiettivo del depistaggio era quello di coprire i veri esecutori della strage. L'assenza del verbale durante il sopralluogo alla carrozzeria Orofino ci dà l'idea che Scarantino non sapeva nulla di dove fosse l'autocarrozzeria. Quel posto a Scarantino è stato volutamente indicato").
Il processo è stato rinviato a venerdì 20 quando sarà la volta dei legali dei figli di Borsellino. Proprio ieri, per la prima volta, al processo ha partecipato come parte civile Manfredi Borsellino. Infine va ricordato che la procura di Caltanissetta nelle scorse udienze ha chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi per Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno di Mattei e Ribaudo.

Foto originale di copertina © Emanuele Di Stefano

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