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L'ex commissario Montalbano in aula: "Il giudice disse che l'omicidio era una cosa contro me e lui"

“Un giorno di fine estate mi incontrai con il dottore Pinotti, ex Capo di Gabinetto della Questura di Palermo e mi ebbe a dire che la domenica del 19 luglio del 1992 lui andò in via d'Amelio nell'immediatezza della strage e notò del personale di Polizia di Stato già lì. Io chiesi se si trattava di personale delle volanti sopraggiunte, e quindi in divisa, ma lui mi disse che era personale in borghese”. 
Sono parole che pesano quelle dette in aula dall'ex dirigente del commissariato San Lorenzo, Saverio Montalbano, sentito oggi davanti alla Corte d'Assise di Palermo al processo sul duplice omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. 
Il dettaglio è stato raccontato a domanda del sostituto Procuratore nazionale antimafia, Domenico Gozzo (applicato al processo) sulla presenza dei servizi all'interno della polizia. “Secondo quello che dedussi da ciò che mi disse Pinotti, all'interno delle forze di polizia di Stato ci sarebbe stata una linea non ufficiale dei servizi” ha aggiunto il teste confermando anche quanto disse nel febbraio 2017, quando fu sentito dai magistrati. Allora mise a verbale un ulteriore dato: “Pinotti mi disse: 'Tu lo sai come stanno le cose. Dentro la polizia c'è il servizio, la linea occulta dei servizi'. Ed io ci dissi: 'Ma che dici? I servizi cu?' "Non lo so di preciso, è un 30%. E non ricordo se disse un trenta per cento o un terzo degli appartenenti". 
A trent'anni dalle stragi del 1992, dunque, sembra divenire sempre più grande l'ombra dei servizi sul luogo della strage. Le dichiarazioni di Montalbano su quanto disse Pinotti confermerebbero quanto fu dichiarato in passato dal Sovrintendente Francesco Paolo Maggi o quelle del Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo che raccontavano di uomini in borghese che operavano sul luogo dell'attentato al giudice Borsellino, pochi minuti dopo l'esplosione.


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Il magistrato, Giovanni Falcone © Letizia Battaglia


L'incontro con Giovanni Falcone 
Nel corso della sua carriera Montalbano ebbe modo di lavorare con il giudice istruttore Giovanni Falcone. Fu incaricato di compiere accertamenti su Fioravanti nelle indagini per l'omicidio di Piersanti Mattarella e successivamente il magistrato gli annunciò l'intenzione di avviare delle indagini su forme di massoneria deviata. “Mi disse: 'le affiderò a lei e al suo ufficio viste le sue attività pregresse a Trapani (si era occupato delle indagini sulla loggia Scontrino, ndr)'. Però essendo stato solo due anni alla Mobile, la cosa non ebbe degli sviluppi”. 
Tra gli argomenti affrontati, ovviamente, non potevano mancare le parole dette dal giudice Giovanni Falcone, quando si recò alla Camera Ardente che venne allestita all’interno del Commissariato: “Tra noi c'era un rapporto di stima. Fino a quel momento non mi aveva mai dato del tu. Mi acchiappa forte il braccio e mi dice: 'Vedi che questa cosa di Agostino è una cosa fatta contro di me e contro di te'. Poi mi manifestò la sua solidarietà e la sua assoluta disponibilità. Non ci fu modo di approfondire ciò che mi disse Falcone”.
L'ex poliziotto, oggi in pensione, rispondendo alla domanda dell'avvocato della famiglia Agostino, Fabio Repici, ha anche provato a dare una sua interpretazione a quelle parole: “La presupposizione, a posteriori, è che il dottor Falcone sapesse che l'Agostino era venuto a conoscenza della questione dell'Addaura. Che il poliziotto, venuto a sapere del possibile attentato, non solo si fosse rifiutato, ma anche che avesse operato per impedirlo. E l'ipotesi plausibile è che qualcuno più in alto della linea occulta dei servizi, temeva che Agostino potesse dire qualcosa a me”. E poi ha aggiunto: “Questa mia convinzione si rafforzò laddove il dottor Pinotti mi disse quella confidenza sul 30% di poliziotti presenti nei servizi”. Sempre rispondendo a Repici ha anche fatto un nome: "Quando chiesi spiegazioni, mi disse che c'era anche una persona che conoscevo, ma lui non sapeva se eravamo ancora amici o meno. Chi? Carmine Mancuso".

L'arrivo al Commissariato San Lorenzo, l'odore dei servizi e Alberto Volo 
Altri argomenti toccati nella deposizione l'arrivo nell'ufficio del Commissariato San Lorenzo, dove successe ad Elio Antinoro. “Trovai un modo di impostare l'ufficio completamente diverso da quello a cui ero abituato. Trovai disordini burocratici ed un arretrato considerevole - ha ricordato il teste - Antinoro mi segnalò alcuni dei suoi collaboratori più vicini. Fece una pagella. Di Agostino, che conobbi e mi fece una buona impressione, non mi parlò”. Alla domanda sul perché non condividesse i metodi di Antinoro ha risposto in maniera netta: “Usavano gli agenti provocatori, ante litteram e ante legem, strategia che non condividevo perché rischioso per questi ragazzi considerando che allora, soprattutto il commissariato San Lorenzo, era allargato su un territorio che poteva essere un elemento pericoloso. Mi sembrava che questi ragazzi, per altro molto giovani e di limitata esperienza, fossero mandati allo sbaraglio. Era qualcosa di rischioso dal punto di vista penale e fisico per la loro incolumità”.


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Il poliziotto Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio


Montalbano ha anche spiegato quelle che furono le sue impressioni su Alberto Volo, elemento noto alle cronache per essere dell’estrema destra palermitana che in commissariato si presentava per obbligo di firma. “Seppi che era il confidente principale di Antinoro - ha detto - Trovai un fascicolo ben nutrito. Capii che dentro al commissariato Volo aveva frequentazioni, al di là di quelle del dottor Antinoro. Il Volo sarebbe stato la persona che avrebbe dato input al dottor Antinoro per operare al ritrovamento di monete preziose rubate al museo di Cefalù e non mi sembrò cosa da poco. I ragazzi della squadra investigativa mi dissero che Volo sarebbe stato amico del fratello di Antinoro che lavorava in banca. Anche per questi motivi ritenevo inopportuna la presenza del signor Volo al commissariato. Avevo la sensazione che avesse preso o stesse prendendo piede lì dentro più del dovuto. Era una presenza che ritenevo ingombrante”. 
Il teste ha anche detto di non aver mai saputo che Agostino si occupò di svolgere un servizio scorta per Volo, e che nei mesi in cui lui fu dirigente del commissariato il compito svolto dall'agente di polizia era nella Volante. Tuttavia, tempo dopo, apprese da un altro poliziotto, Lamonica, che Agostino si sarebbe adoperato nella ricerca dei latitanti. “Quando Lamonica mi disse questo gli consigliai di scrivere tutto in una relazione di servizio. Venne scritta e fu inviata in Procura. Era il dicembre 1992”. 
All'inizio dell'udienza sono stati acquisiti i verbali del collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese e del detenuto Alfonso Caruana. Quest'ultimo quando fu sentito dai magistrati come atto dovuto, pur confermando la propria presenza al matrimonio del boss Nick Rizzuto, ha smentito la versione data dal pentito Oreste Pagano
Per quanto riguarda Marchese, invece, le sue dichiarazioni assumono un certo rilievo nel momento in cui ha dichiarato di aver appreso da un uomo dei Madonia che “nel duplice omicidio era coinvolto un appartenente ai servizi segreti che aveva un volto trippuso (sfregiato, ndr) che forniva informazioni a Cosa nostra”. Inoltre aveva appreso che Agostino fu ucciso perché cercava latitanti. 
Ad essere sentita, in videocollegamento, anche Maura Silvana Tamagna, ex compagna di Gaetano Scotto, che ha riferito della propria conoscenza e frequentazione con Gaetano Scotto, imputato assieme a Francesco Paolo Rizzuto.
Il processo è stato poi rinviato al prossimo 29 aprile.

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