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Poco più di otto minuti tra presentazione, monologo e applausi. E' così che ieri sera il Festival di Sanremo si è "fermato" per rendere onore, in questo anno che è il trentennale delle stragi, ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e con essi tutte le vittime di mafia. Ad intervenire sul palco dell'Ariston è stato Roberto Saviano, scrittore e giornalista che da anni vive sotto scorta proprio per le minacce subite.
Un intervento semplice per riflettere sul valore del ricordo di chi si è sacrificato per cambiare questa terra, ma anche sulla necessità di scegliere la via del coraggio, senza restare in silenzio di fronte ai soprusi.
"Sono passati 30 anni dagli attentati di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, stasera ricordiamo ma non in modo passivo. Li rimettiamo nel cuore. Senza nostalgie ma riportandoli in vita" ha detto Saviano nella sua introduzione.
"Per tutti noi sono simboli di coraggio e il coraggio è sempre una scelta. Di fronte alla necessità di cambiare le cose si può scegliere o lasciar perdere, ma non scegliere è rendersi complice. Falcone e Borsellino hanno fatto questo, hanno scelto pur sapendo di rischiare", ha proseguito lo scrittore, ricordando "alcuni dei numerosi uomini e donne di giustizia finiti sotto i colpi delle mafie: Rocco Chinnici, Cesare Terranova, Pietro Scaglione, Antonino Saetta, Gaetano Costa, Ciaccio Montalto, Alberto Giacomelli, Rosario Livatino". Poi Saviano ha parlato della "delegittimazione" di chi ha combattuto la mafia ("il miglior alleato del silenzio") e di come le mafie usavano "screditare una persona riempiendola di fango".
"Oggi Falcone e Borsellino vengono celebrati come eroi - ha ricordato - ma allora non era così. Di Falcone si arrivò addirittura a dire che la borsa con 58 candelotti di esplosivo all'Addaura se l'era messa da solo per fare carriera. Non c'erano i social ma c'erano già gli haters ed erano tantissimi. La delegittimazione non serviva ad aizzare i mafiosi contro di loro ma a creare diffidenza verso chi era dalla loro parte. Il continuo fango li aveva isolati e resi facili obiettivi". Infine ha ricordato la giovane collaboratrice di giustizia Rita Atria, appena 17enne, che si tolse la vita 7 giorni dopo la morte di Paolo Borsellino: "Durante il Festival 1992 davanti alla Tv c'era una ragazza di 17 anni, Rita Atria, lo guardava da una casa a Roma di cui nemmeno la madre conosceva l'indirizzo. Rita aveva compiuto una scelta diversa da quella del fratello che voleva vendicare la morte del padre mafioso con gli stessi metodi. Rita aveva deciso di denunciare quello che sapeva, era diventata la più giovane testimone di giustizia. Con lei c'era la cognata Piera Aiello. Per la prima volta Rita si era sentita libera, felice di essersi liberata del suo passato e ansiosa di costruire il suo futuro".
"Sette giorni dopo la morte di Borsellino si tolse la vita" ha raccontato per poi ribadire che "la neutralità non ci tiene in sicurezza ma ci toglie la dignità". "Ogni volta che la società civile e la politica non si occupano di mafia creano un silenzio che finisce per favorire le mafie e ostacolare chi le contrasta" ha aggiunto per poi concludere con le parole di Rita Atria, scritte nel suo ultimo tema in cui commentava la strage di Capaci: "Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma nessuno ci impedisce di sognarlo: ce la faremo".


saviano sanremo pp


Nei giorni scorsi molto si era dibattuto nei social e non solo, sull'opportunità o meno dell'intervento di Saviano sul palco dell'Ariston.
Per prima cosa bisogna dare atto che il collega non ha recepito compensi. Certo, l'intervento è stato anche un'occasione per presentare il nuovo programma che andrà in onda su Rai 3, Insider, dove parlerà ancora di mafia, ma non è certo questo uno scandalo.
Va anche detto che inizialmente, prima della puntata, diversi familiari vittime di mafia, da Graziella Accetta e Ninni Domino (genitori del piccolo Claudio Domino) a Massimo Sole (fratello di Giammatteo, il geometra ammazzato a Carini il 22 marzo del 1995), passando per Luciano Traina (fratello di Claudio, uno degli agenti di scorta di Borsellino, trucidato il 19 luglio del 1992) e Claudio Burgio (figlio dell'avvocato Giuseppe La Franca, ucciso a Partinico il 4 gennaio del 1997) si erano espressi in maniera particolarmente critica, così come Antonio Vullo e Giuseppe Costanza, il primo sopravvissuto alla strage di via d'Amelio ed il secondo alla strage di Capaci.
Perplessità che possono essere anche comprese nel momento in cui in Rai, in passato, si è arrivati persino a dar voce al figlio di Totò Riina, in una puntata di Porta a Porta in cui Bruno Vespa fu incapace di fare domande incalzanti.
Forse le polemiche non si smorzeranno neanche dopo la puntata di ieri sera.
Ma le critiche e le riflessioni sono sempre legittime se vengono fatte in maniera costruttiva.
Maria Falcone, sorella del magistrato, ha ritenuto importante che si parlasse del sacrifico di Falcone e Borsellino in un contesto come quello del festival di Sanremo che per popolarità raggiunge tantissimi milioni di italiani.
Vero. Parlare di mafia non è mai banale.
Detto questo ci sarebbe piaciuto che Saviano sfruttasse quegli otto minuti per andare anche oltre al ricordo. Perché su Capaci e via d'Amelio ci sono ancora troppi misteri di Stato che non si esauriscono nelle delegittimazioni. E forse valeva la pena citare quelle inchieste e sentenze che lasciano tracce di una mafia che non è stata sola a compiere le stragi. Forse si sarebbe anche potuto spiegare perché la mafia oggi è ancora un pericolo e quanto sia grave che trent'anni dopo le stragi è forte il rischio che venga demolita l'intera legislazione antimafia con una legge sull'ergastolo ostativo che, senza i giusti provvedimenti, verrebbe dichiarata incostituzionale colpendo di riflesso anche l'istituto della collaborazione con la giustizia.
Eppure rispetto alla decisione presa lo scorso anno dalla Corte Costituzionale si sono espressi in maniera critica e allarmata decine e decine di addetti ai lavori nonché i familiari vittime di mafia.
Evidentemente certi argomenti in Rai sono quasi un tabù. Basti pensare che lo speciale Tg1 della collega Maria Grazia Mazzola, andato in onda lo scorso novembre, è stato trasmesso di domenica alle 23.40. Come a dire: "Meno l'opinione pubblica sa, meglio è".
Del resto sono scelte anche queste.

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