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Parenti delle vittime di mafia, avvocati, pm e ANTIMAFIADuemila a confronto su 41bis e boss irriducibili

A quasi trent’anni dalle stragi, l’Italia sembra aver dimenticato l’odore acre del tritolo, della polvere da sparo, dei cadaveri bruciati dalle fiamme delle autobombe. A quasi tre decenni da quei fatti e da quelle minacce mai del tutto tramontate, la politica italiana ha per la prima volta cambiato la legislazione speciale antimafia: proprio in questi giorni è stato approvato un decreto che da un lato rafforza alcuni aspetti della presunzione di innocenza e dall’altro impedisce ai pm di parlare con la stampa, mentre negli ultimi due anni sono state emanate sentenze trancianti in tema di ergastolo ostativo. Ed è su questa tematica delicatissima che ieri, in seconda serata, è andato in onda lo Speciale del TG1Fine Pena?” di Maria Grazia Mazzola. La giornalista ha abilmente ricostruito tutte le vicissitudini che hanno portato all’istituzione di questo regime detentivo straordinario e quelle che lo stanno portando al suo tramonto, con tutte le conseguenze del caso. Un confronto aperto, variegato, molto interessante, che vede intervistati magistrati, addetti ai lavori, giornalisti, parenti delle vittime e avvocati di boss e di varie associazioni garanti dei diritti dei detenuti. Questi ultimi - che hanno chiesto e ottenuto modifiche alla normativa con la sentenza CEDU, prima, e con la sentenza della Consulta, poi, (entro maggio 2022 il parlamento dovrà modificare la legge per recepire i criteri fissati dalla Consulta in base ai quali anche i detenuti all'ergastolo ostativo potranno accedere ai benefici) - hanno espresso i loro punti di vista sul tema. Da Antonella Mascia (avvocato del boss Marcello Viola, che per primo si appellò alla Corte di Strasburgo), al Presidente del Garante dei Detenuti, Mauro Palma, sono stati evidenziati i principi accolti dalle due sentenze nel momento in cui ribadiscono “un principio che anche la nostra costituzione afferma: cioè che la pena non può essere disumana”. Le associazioni plaudono quindi al pronunciamento della Consulta e al fatto, sottoscritto dalla Consulta, che la collaborazione con lo Stato, per un boss mafioso in 41bis, non deve essere la “conditio sine qua non” per poter godere di benefici e permessi. Può essere sufficiente, secondo loro, che il soggetto detenuto si dissoci dall’organizzazione e avvii un serio processo di cambiamento interiore. “Ci sono persone che nell’arco della detenzione, parliamo di lunghe pene detentive, cambiano”, sostiene l’associazione “Nessuno Tocchi Caino”, con Elisabetta Zamparutti. Ed è proprio su questo preciso campo che da mesi avviene lo scontro, tutto in chiave giuridica e mediatica, tra boss appellanti e pm.
Certo è che il tema dell'ergastolo ostativo è un "nervo" particolarmente delicato. Ugo De Siervo, ex Presidente della Corte costituzionale ha evidenziato come vi sia "una lotta continua e furibonda degli ultimi anni per toglierlo di mezzo". E poi ancora ha aggiunto: "Questa serie di ricorsi contro le varie forme di manifestazione dell'ergastolo ostativo sono state sollevate anche da grandi criminali che dimostrano di soffrire l'ergastolo ostativo". De Siervo ha anche messo in evidenza come attualmente vi siano "gruppi di pressione" con "alcuni studi professionali di avvocati e addirittura alcuni giornali quotidiani che sostengono in modo molto forte e continuo l'eliminazione dell'ergastolo ostativo e comunque lo smantellamento della legislazione antimafia".


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Parola ai magistrati
Intervistati dalla Mazzola, parenti delle vittime di mafia e magistrati impegnati in prima linea nella lotta al crimine organizzato, hanno spiegato come questo costrutto non solo è fallace ma addirittura pericoloso. “Qualsiasi uomo, anche il peggiore dei boss stragisti, può maturare dentro di sé una volontà di cambiamento”, afferma Nino Di Matteo, consigliere togato del Csm. “Ma se quell’associato non dà un segnale di netto cambiamento e di effettiva volontà di allontanarsi per sempre dall’associazione, quel soldato rimarrà, agli occhi di Cosa nostra, sempre un suo associato”. L’ex sostituto procuratore di Palermo ha quindi fatto ricorso alla sua lunga esperienza di magistrato e sul punto ha ribadito che “come ci hanno spiegato tutti i pentiti più attendibili, da Cosa nostra si esce soltanto o con la morte o con la collaborazione con la giustizia”. “Ritengo - ha aggiunto - che, con tutto il rispetto dovuto alla Corte Costituzionale e a quella Europea dei Diritti dell’Uomo, forse non si coglie la particolarità dell’appartenenza a un'organizzazione criminale di stampo mafioso come Cosa nostra, che è quella della perpetuità dell’appartenenza”. Parole simili sono state pronunciate in trasmissione da un altro magistrato, Pietro Grasso (ex giudice a latere del maxi processo e oggi senatore). “Io ritengo che la corte costituzione influenzata anche dalla corte Europea dei diritti dell’uomo non tenga conto delle peculiarità del fenomeno mafioso”, ha detto Grasso. “Si stravolge un po’ l’impianto ritenendo che il mafioso può anche non collaborare”, sono state invece le parole del procuratore Nazionale Federico Cafiero de Raho, in simbiosi con quanto affermato dagli altri magistrati interpellati nello speciale TG1. “Il fatto che sia stato quasi riconosciuto al mafioso il diritto al silenzio è una cosa incoerente rispetto a quel che si chiede alla vittima di un reato”, ha aggiunto. Nel corso della puntata c'è stato anche chi ha fatto proposte, come l'avvocato di Libera Vincenza Rando: "Un non collaboratore che volesse usufuire di misure alternative dovrebbe necessariamente dire quali sono i suoi patrimoni e proventi di illecito. Così darebbe effetto alla rescissione con l'organizzazione criminale". In questi mesi il Parlamento è impegnato a discutere sulla legge per dare delle linee precise anche per non esporre i giudici dei Tribunali di Sorveglianza che si trovano a dover valutare il percorso di ogni detenuto, "fomulando un giudizio sulla persona", così come ha ricordato Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Certo è che il tempo scorre veloce e, allo stato, "anche un boss mafioso, non detenuto al 41 bis, può chiedere ed ottenere un permesso premio".


grasso pietro


Tornando a Di Matteo, secondo il pm palermitano, “sta venendo meno una significativa differenza tra il trattamento penitenziario per i collaboratori di giustizia (quelli seri e attendibili) e gli irriducibili. Oggi può risultare sempre meno inconveniente per un mafioso che volesse intraprendere un'azione di collaborazione con la giustizia fare quella scelta”. Ed è in questo contesto che si inserisce la sentenza della Corte Costituzionale, sorta su spinta della sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.
I paletti messi dalla sentenza Europea e Consulta sono molto precise e alte. Oggi, di fatto, l’ergastolo ostativo non c’è più, non ci sarà più l’automatismo previsto dalla normativa ispirata da Giovanni Falcone per il quale se non collaboravi con la giustizia non potevi accedere a benefici penitenziari”. Ad aggiungersi alle parole di Di Matteo, c’è il collega di palazzo Marescialli Sebastiano Ardita, secondo il quale oggi “verrebbe molto più facile dissociarsi, fingere di aver rotto col passato e poi continuare a commettere reati e governare il mondo complesso di Cosa nostra”. Entro maggio 2022, come ha ricordato la Mazzola durante il programma, la Camera dei Deputati e il Senato dovranno pronunciarsi legislativamente sull’ergastolo ostativo seguendo i paletti della Consulta. Ardita afferma che chi sarà chiamato a pronunciarsi dovrà “tener conto della specificità di Cosa nostra”. “La domanda è: Cosa nostra è una realtà che è venuta meno? La risposta può essere soltanto una, certamente no”.
Gli interessi che la tengono insieme - ha proseguito il magistrato catanese - sono di carattere economico, finanziario e politico sono ancora presenti. E’ impensabile che un capo mafia per il fatto stesso che non commetta più delitti o non abbia più contatti formali con l’esterno, sia uscito dalla realtà criminale. Cosa nostra ha sempre l’interesse a far credere e a far ritenere che le questioni sono superate ma in realtà sotto sotto mantiene viva la propria organizzazione”.


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Il consigliere togato del Csm, Sebastiano Ardita


41bis, l’incubo dei capi mafia
Nel corso dello Speciale sono stati riassunti gli anni degli attentati e delle stragi di Cosa nostra, nonché della strategia di questa per piegare lo Stato alle sue volontà. Al tempo “a fronte dell’iniziativa di alcuni uomini dello Stato di contattare per il tramite di Vito Ciancimino, Salvatore Riina, per chiedere cosa volesse per far cessare le stragi”, ha ricordato Di Matteo, "ha fatto una serie di richieste". Il capo dei capi stesso, ha sottolineato il magistrato, “’si giocava i denti’ per evitare che si affermasse” il principio del carcere duro, “perché l’ergastolo era l’unica pena che faceva veramente paura, che veramente poteva interrompere la carriera criminale”. I capi mafia temevano moltissimo il 41 bis. Lo temevano al punto, ha aggiunto sul tema Di Matteo, che “hanno tentato di intimidire o avvicinare giudici togati o popolari, hanno cercato nei vari livelli di aggiustare la sentenza. Volevano evitare condanne per omicidio o strage”. Negli anni delle stragi, ha quindi spiegato il consigliere togato, allo Stato Riina chiese alcune garanzie per far cessare le bombe. “Utilizzava il termine ‘papello’”. Un documento di fondamentale importanza nel quale venivano fatte precise richieste per favorire il suggellamento della fine della furia contro lo Stato. Tra queste, moltissime riguardavano proprio il mondo delle carceri, incubo dei boss.
Nel “papello”, ha spiegato Di Matteo, veniva chiesta “la chiusura delle carceri di Pianosa e Asinara, l’abolizione dell’ergastolo, del 41bis e i benefici per i dissociati”.
Queste sentenze della CEDU e della Consulta vanno da un punto di vista oggettivo non di volontà (ha tenuto a specificare il magistrato, ndr), nella direzione auspicata dai boss stragisti”.


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Capitolo Graviano, il boss in permesso premio?
Tra i vari temi toccati, e a proposito di boss irriducibili, ieri notte si è parlato anche di Giuseppe Graviano (alias, “Madre natura”), “boss stragista condannato, fra le altre cose anche per le stragi del 1992 e soprattutto per quelle del 1993 con ruoli di primissimo piano”, ha ricordato Aaron Pettinari, capo redattore di ANTIMAFIADuemila. “Graviano e il fratello sono detentori di molti segreti dell’organizzazione criminale”, ha aggiunto. Sarebbe lui uno dei due “picciotti” (l’altro sarebbe Matteo Messina Denaro, tuttora latitante) di cui Riina parlò a Giovanni Brusca nel dicembre del ’92 quando disse, come ha ricordato sempre Pettinari, “‘se mi succede qualcosa stai tranquillo che i picciotti sanno tutto”’.
Di Graviano abbiamo parlato di recente riguardo alla perquisizione in una stanza segreta nella casa della compagna a Palermo. Graviano, anche lui detenuto in regime di carcere duro, pare stia “valutando”, come conferma l’avvocato Giuseppe Aloisio alla Mazzola, di accedere a permessi premio. Dopo la sentenza della Consulta “c’è la possibilità di presentare permessi premio anche nei confronti degli ergastolani ostativi dopo che hanno superato i dieci anni di reclusione”, ha detto il legale dichiarando inoltre che il suo assistito sta seguendo un corso universitario di biologia che è agli sgoccioli. “Ho presentato già alcune richieste e sono al vaglio della magistratura di sorveglianza”. Il fatto che Graviano intenda accedere a determinati benefici e lasciare in quale modo il 41bis è il segreto di pulcinella.
Da tempo, secondo i magistrati, sta perseguendo una strategia sibillina per poter raggiungere questo scopo.
Il 14 febbraio del 2020, ha ricordato Pettinari, “a un certo punto nell’udienza del Processo ‘Ndrangheta Stragista, Graviano dice di non aver fatto né trattative né patti: ‘Ho avanzato le mie lamentele per il carcere nei confronti di tutti i politici che non hanno mantenuto gli impegni con mio nonno e hanno fatto delle leggi ingiuste’. Poi aggiunge: ‘è normale che stiamo male al 41 bis ma io non piango e non faccio la vittima. Sul 41 bis e sul 4 bis o l’ergastolo io cerco di infilarmi sulla mia condizione con chiunque, di sinistra o di destra’”. Dichiarazioni che sono strategicamente in asse ad una precisa volontà di tornare in libertà a qualunque costo e indistintamente.


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Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e fondatore del Movimento Agende Rosse


La fermezza dei parenti delle vittime
In merito alle criticità della sentenza della Corte Costituzionale i parenti delle vittime di mafia, loro che sono la testimonianza diretta e instancabile della brutalità mafiosa, la pensano allo stesso modo dei magistrati. Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, che sulla sentenza ha detto di sentirsi “atterrito che queste leggi volute da Falcone e Borsellino vengano affossate, perché allora questa battaglia vuol dire che non potrà mai essere vinta”. Nel programma a parlare del tema, c’è stata anche Maria Falcone. “Quello che più opprime i mafiosi è il carcere duro e l’ergastolo, abolire l’ergastolo ostativo significa non avere più collaboratori di giustizia”. Parole che pesano come macigni, quelle della sorella del giudice, ma che rendono l’idea sull’imprescindibilità, nella lotta alla mafia, del contributo dei pentiti e di come queste duplici sentenze rappresentino un grande ostacolo nel conseguimento di questa lotta. “Il ragionamento della corte è sbagliato”, ha detto Roberto Saetta, avvocato e figlio del giudice Antonino assassinato da Cosa Nostra, anche lui intervistato da Maria Grazia Mazzola. “Non si può pensare che un soggetto esca dalla mafia amichevolmente. Un soggetto continua a essere dentro la mafia anche se si dissocia a parole dalla mafia a meno che non tradisce il giuramento collaborando con lo Stato”. Gli ultimi minuti dello speciale sono stati tutti affidati ai messaggi e alle parole dense di emozione e significato di Salvatore Borsellino. “La lotta alla mafia la si deve combattere nelle scuole e nelle carceri perché è qui che lo Stato deve dimostrare la sua parte rieducativa”, ha dichiarato. “La pena deve essere rieducativa. Paolo nella persona che vedeva di fronte, non vedeva mai un criminale ma vedeva una persona diventata criminale perché la vita l'aveva portata a quello”, ha ricordato Borsellino emozionandosi. “Io quando parlo di mio fratello non posso far a meno di parlare di amore perché mio fratello è morto per amore”. “E’ morto per amore anche di quei mafiosi che doveva combattere”.
(Prima pubblicazione: 8 Novembre 2021)


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