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20220126 report strage bologna

Inchiesta di Report sui delitti del 1980

Da un lato la strage del 2 agosto, “l’impresa più criminale della storia della Repubblica”, come la definì Sandro Pertini, dall’altro, l’omicidio di uno dei politici più progressisti e onesti del secolo scorso, quello di Piersanti Mattarella. A unire queste pagine insanguinate di storia non c’è solo quel tragico 1980, anno in cui il tritolo squarciava i corpi di 85 persone alla stazione di Bologna e le pallottole di una pistola spegnevano quello del presidente della Regione Sicilia, desideroso di riscatto per la sua terra. Ma anche la mano dei loro sicari e bombaroli, aventi, sembra, lo stesso mandante e la stessa identità. E’ per questo che, come ha giustamente affermato Sigfrido Ranucci, “se non si arriva alla verità sull’omicidio di Piersanti Mattarella non si arriva alla verità sulla strage di Bologna”. Il conduttore di ‘Report’ è tornato lunedì su Rai 3 con una nuova intensissima inchiesta, affidata all’abile Paolo Mondani, sulla strage di Bologna e sugli ultimi risvolti giudiziari del processo in corso davanti alla Corte d'assise di Bologna. ‘Report’ ha recuperato documenti inediti e intervistato testimoni storici, esponenti dell’eversione nera, collaboratori di giustizia, dirigenti dei servizi segreti dell’epoca e magistrati. La verità è rinchiusa in un labirinto di depistaggi e silenzi, raggiungerla è un impresa ardua, come spiega Mondani, ma la strada è comunque percorribile nonostante i 41 anni trascorsi da quella tragica mattina d’estate.
Cinque sono i processi svolti sull’attentato. Due sono ancora in piedi grazie a digitalizzazioni di milioni di atti giudiziari su terrorismo e stragi consumate in Italia dal ’74 ad oggi. Li hanno raccolti, riletti e confrontati le associazioni dei parenti delle vittime della strage e i magistrati della procura generale di Bologna. Dalla rilettura sono emersi 4 nuovi mandanti della strage: la P2 di Licio Gelli avrebbe pagato, attraverso il banchiere Umberto Ortolani, il senatore del MSI Mario Gotti Tedeschi, ex direttore del “Borghese”, e Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, la più nota spia dal dopoguerra ad oggi. Tutto questo Gelli lo avrebbe fatto per organizzare la strage e depistare poi le indagini. Gli esecutori sono stati condannati ma i mandanti no perché ormai deceduti.


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Ciò però non ha scoraggiato la procura Generale di Bologna che tra non molto avvierà la fase conclusiva del processo in primo grado. In aula risulta come principale imputato, con l’accusa di concorso nell’attentato, Paolo Bellini, ex membro di Avanguardia Nazionale e un tempo killer al soldo della ‘Ndrangheta. Sarebbe lui il quinto membro del commando stragista anche se nega ogni circostanza. Gli altri quattro finora condannati sono i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Dei NAR faceva parte anche Gilberto Cavallini, condannato però in primo grado con l’accusa di concorso in strage per aver fornito supporto logistico agli altri tre. Alcuni di questi nomi, però, compaiono anche nel delitto Mattarella, finora considerato delitto di mafia. Come illustrato da ‘Report’, le due vicende che maggiormente hanno colpito l’Italia in quell’anno sembrerebbero essere legate a doppio filo.

Il documento “Bologna”
Ma prima di affrontare il capitolo riguardante i punti di contatto tra il delitto Mattarella e la strage del 2 agosto, occorre riassumere brevemente le risultanze chiave che hanno riguardato l’attentato a partire dai mandanti. Per la procura Generale, Paolo Bellini (imputato insieme all’ex ufficiale dell’Arma, Piergiorgio Segatel, che risponde di depistaggio e Domenico Catracchia, che risponde di falso ai pm) avrebbe agito in concorso con Licio Gelli e Umberto Ortolani in qualità di mandanti e finanziatori dell'attentato; con Federico Umberto D'Amato, quale mandante e organizzatore; con il giornalista Mario Tedeschi quale organizzatore per avere coadiuvato D'Amato nella gestione mediatica del depistaggio prima e dopo l'evento. Gelli, Ortolani, D'Amato e Tedeschi sono nel frattempo deceduti. Ed è proprio seguendo i flussi di denaro che i magistrati e la Guardia di Finanza hanno trovato il modo di collegare mandanti ed esecutori. Fiumi di sangue in cambio di fiumi di denaro: milioni di dollari sono transitati dai conti svizzeri di Licio Gelli per finanziare i terroristi neri prima e dopo la strage del 2 agosto '80. Sulla scia degli insegnamenti di Falcone del “follow the money”, si è arrivati a un appunto fondamentale rinvenuto due anni fa all’archivio di Stato di Milano nel portafoglio di Gelli 40 anni dopo il suo arresto. Su questo appunto c’era un frontespizio con scritto “Bologna-525779” riferito al numero di conto aperto a Ginevra presso la UBS e con intestazione.


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Il documento venne trasmesso all’autorità giudiziaria che stava indagando sul crack del banco ambrosiano ma la guardia di finanza scrisse in una relazione, come ha sottolineato Ranucci, che non va attribuito nessun significato particolare alla scritta e al nome della città Bologna sull’appunto. Non solo. Di questo frontespizio non verrà chiesto nulla nemmeno a Gelli quando venne interrogato nel 1988, anzi si registrano due anomalie: la prima che non venne allegato il frontespizio al verbale, la seconda che l’appunto non venne trasmesso all’autorità bolognese che stava indagando sulla strage. Il documento cade nell’oblio per quattro decenni perché, spiega Ranucci, “sarebbe scattato un ricatto pesantissimo da parte di Gelli. E la prova di questo ricatto viene ritrovata all'interno di un documento nel Tribunale di Roma. E’ un verbale di un funzionario del ministero dell’Interno sull’incontro che aveva avuto con il legale di Gelli dove quest’ultimo afferma ‘se continuate ad accusare Licio Gelli della strage di Bologna lui tirerà fuori tutti gli artigli che ha’”. Ovvero, afferma Ranucci, “dimostrare come lo Stato aveva le mani in pasta nella strategia della tensione”.
Quel documento venne poi trasmesso al capo della Polizia Vincenzo Parisi e cadde nell’oblio. Ad ogni modo, tornando al giro dei soldi, come ha spiegato l’avvocato di parte civile Andrea Speranzoni alle telecamere di ‘Report’, il pagamento sarebbe avvenuto in questo modo: “In questo appunto per MC si fa riferimento a un milione di dollari consegnato da Gelli a Marco Ceruti, suo uomo di fiducia, che esce dal 20 al 30 luglio 1980. Ceruti ha un conto in svizzera che gestisce per conto di Gelli e questo milione di dollari è indicato come 20% di una cifra. La cifra complessiva è quindi di cinque milioni di dollari che sono effettivamente la contabile del documento Bologna. Di queste somme 850 mila dollari vanno a Federico Umberto D’Amato e 20 mila va verso il Tedeschi. La movimentazione di questi denari avveniva tramite un cambiavalute romano che è stato dimostrato in contatto con Federico Umberto d’Amato e i protagonisti di questa vicenda”. Si tratta di Giorgio di Nunzio, cointestatario, insieme al nipote Giancarlo, di un conto alla Trade Development Bank di Ginevra sul quale sarebbero confluiti i soldi del Venerabile della P2. Denari che secondo i magistrati sarebbero serviti a finanziare i NAR.


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Secondo il nipote di Nunzio, però quei soldi erano legati a solo il pagamento di una semplice consulenza per Gelli. Sempre tra i finanziatori, secondo i magistrati, ci sarebbe anche la società vicina ad Avanguardia Nazionale Odal Prima. “La Odal prima nasce 12 giorni dopo il primo pagamento verso d’Amato del 16 febbraio 1979, data indicata dalla procura generale come inizio del finanziamento della strage. Dalla sede vengono visti entrare e uscire sia uomini di Avanguardia Nazionale che uomini dei NAR, in particolare Giorgio Vale, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini che ci fanno parlare oggi di una saldatura tra Avanguardia Nazionale, Nar e uomini di Terza posizione”.

I NAR dietro il delitto Mattarella
Tornando all’omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto il 6 gennaio 1980, inizialmente vennero accusati del delitto Valerio Fioravanti (detto Giusva) e Gilberto Cavallini, gli stessi condannati per la strage di Bologna (Cavallini in primo grado), poi prosciolti. Del caso si occupò Giovanni Falcone in persona che nel 1989 parlò con l’estremista palermitano Alberto Volo, professore ed ex militare della Folgore a Pisa, nonché migliore amico del neofascista ex MSI e ed Ex Ordine Nuovo Francesco Mangiameli, che gli disse, come ha spiegato a ‘Report’ il vice capo del Dap, già sostituto procuratore di Palermo Roberto Tartaglia, che “l’omicidio di Piersanti Mattarella è stato realizzato da Fioravanti e da Cavallini. E che questa decisione nasce da una volontà politica e massonica che lui ascrive in quei verbali direttamente alla volontà di Licio Gelli di arginare definitivamente l’apertura a sinistra della DC e di interrompere quel nuovo tentativo di riprendere il vecchio discorso lasciato in sospeso con il sequestro Falcone. Disse anche che tutte queste cose le sa non solo perché amico di Mangiameli ma perché appartiene ad una organizzazione paramilitare di servizi italiani e americani che lui definisce ‘Universal Legion’, non parla di Gladio, però ci assomiglia molto. E poi c’è un dato: lo stesso Volo lo definisce in un verbale come una specie di ‘rosa dei venti ma più complicata e complessa’”. Da Mangiameli si recarono a casa sua Francesca Mambro e Fioravanti nel luglio 1980 con i quali condivideva un rapporto di amicizia, oltre che politico. I due però saranno gli stessi ad ucciderlo nel settembre di quello stesso anno insieme a Giorgio Vale e Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio, perché si era dissociato dal progetto dinamitardo che si era svolto a Bologna il 2 agosto. Sul caso Mattarella indagò, come detto, Giovanni Falcone. E rimase folgorato da ciò che scopri e da ciò che Volo gli raccontò ovvero il mondo sommerso che vedeva, tra le altre cose, il ruolo di Licio Gelli e dei terroristi Fioravanti e Cavallini nell’omicidio Mattarella. Volo a Falcone avrebbe anticipato inoltre che i killer di Mangiameli erano Fioravanti e Mambro perché temevano che rivelasse la verità sul loro ruolo nell’omicidio di Mattarella ma anche sulla strage di Bologna perché Volo avrebbe confessato a Falcone, come viene spiegato nel corso della trasmissione, che è opera di Fioravanti. “Falcone intuisce allora di essere davanti agli stessi mandanti ed esecutori della strage di Bologna”, ha sentenziato Sigfrido Ranucci.


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Da questi verbali si evince che Falcone aveva preso sul serio la pista di destra, quella eversiva, quella dei servizi e della P2 dietro gli attentati e gli omicidi politici. Nel 1991 Falcone firmò la requisitoria per gli omicidi politici nella quale c’era scritto che vengono identificati come autori dell’omicidio di Piersanti Mattarella Fioravanti e Cavallini. Poi verranno definitivamente assolti dall’accusa nel 1999 nonostante Irma Chiazzese, moglie di Piersanti, presente nel momento dell’agguato, avesse riconosciuto proprio Giusva Fioravanti e lo accusò in aula nel giugno 1992.
Sul caso Mattarella è stato intervistato da ‘Report’ anche l’ex procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato, oggi in pensione. “Le indagini di Falcone su Mattarella segnano una svolta nella sua vita. Sino ad allora lui si era guadagnato l’inimicizia della mafia e dei suoi riciclatori ma con le indagini dell’omicidio Mattarella si aggiunge un altro nemico, e cioè quel sistema criminale che era stato protagonista della Strategia della tensione”, ha affermato.
Lo stesso fratello di Giusva Fioravanti, Cristiano, dopo essere stato arrestato nel 1981, collaborando coi magistrati disse, come afferma Scarpinato: “Io so, perché me lo ha confidato lui stesso, che Valerio Fioravanti ha ucciso un politico siciliano che identifica in Piersanti Mattarella, insieme a Gilberto Cavallini e racconta alcuni particolari dell’omicidio”. “Su di lui si svolse una pressione fortissima da parte del padre perché non accusi il fratello e allora a un certo appunto ammette di avvalersi del cod. di procedura penale che vale per i familiari di non testimoniare contro un proprio parente”. Nelle motivazioni della sentenza che vede condannato Cavallini perché considerato quarto uomo della strage riscrive la storia del delitto Mattarella. Vengono ritenute credibili le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e che non fu solo un omicidio di mafia ma “anche un omicidio politico che comprendeva convergenze politiche fra mafia e antistato”. Ma perché la mafia ha incaricato due neofascisti per l’omicidio del governatore Mattarella? Per Scarpinato “i rapporti tra la mafia e la destra eversiva sono risalenti nel tempo. E’ stato accertato il coinvolgimento della mafia nel golpe Borghese, poi nel progetto di golpe del 1974 e in quello del 1979”. Fu sempre Cristiano Fioravanti a rivelare la natura dei rapporti tra mafia e eversione nera. I neofascisti chiedevano in cambio dell’omicidio Mattarella la collaborazione per il progetto di evasione di Pierluigi Concutelli, leader di Ordine Nuovo, detenuto all’Ucciardone per aver ucciso il giudice romano Vittorio Occorsio, primo magistrato ad aver annusato i legami tra la P2 e la destra eversiva. Anche qui ulteriori connessioni: “Concutelli era iscritto alla loggia Camea di Palermo dove era iscritto il cognato di Stefano Bontate e un funzionario della Regione Siciliana che secondo Volo fu uno dei basisti dell’omicidio Mattarella”, ha spiegato Scarpinato.


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I depistaggi, l’intervista a Notarnicola
Nella trasmissione è stata riportata anche un’importantissima intervista al generale Pasquale Notarnicola, capo dell’antiterrorismo del Sismi nel 1980, che ha voluto rilasciare all’inviato Paolo Mondani delle dichiarazioni pochi giorni prima di morire. Ha raccontato dall’interno dei 4 depistaggi, di cui è stato testimone, effettuati da uomini del Sismi - diretto da Giuseppe Santovito e Pietro Musumeci (tutti affiliati alla P2) - per allontanare la verità sui responsabili della strage di Bologna, descrivendo i mandanti e da chi ricevevano gli ordini da fuori Italia.
La mattina del 2 agosto alle 10.31 io ricevetti una telefonata dal mio capocentro che mi informò che a Bologna era avvenuto un attentato che c’erano crolli e probabilmente molti morti. Do’ la notizia al dottor Santovito che mi rispose con molta serenità: “Ma che dici? E’ una caldaia a gas scoppiata’”. Non è difficile pensare, sostiene Notarnicola, che quella pista battuta per tutta la giornata, “fosse stata precostituita”. Poi avviene un secondo depistaggio. “Il mio capocentro la prima cosa che fa è mettere sotto controllo gli estremisti bolognesi tra i quali quelli di destra e notano i miei uomini che uno dei più importanti, un certo Naldi, è assente da Bologna e gli danno un appuntamento in Sardegna e fa questa dichiarazione ‘noi fascisti bolognesi non sappiamo assolutamente nulla della strage, pensiamo che sia stata fatta da fascisti romani’. La mattina dopo - ha raccontato alle telecamere Notarnicola - Naldi si presentò alla stazione di Bologna ma lì gli andarono incontro due avvocati che lo sconsigliarono di presentarsi spontaneamente dal procuratore della Repubblica ma di aspettare una convocazione. E chi poteva averli chiamati? Solo il mio capo.” Il terzo depistaggio avviene dopo che il generale Santovito ordina di scrivere un libro sul terrorismo internazionale, i contenuti del libro ancor prima di andare in stampa finiscono però su ‘Panorama’ e Santovito si arrabbiò moltissimo per questa fuga di notizie. “Mi chiamò il segretario di Santovito dicendomi di non preoccuparmi e che non era vero che era arrabbiato perché il giornalista che ha scritto l’articolo è venuto qui a leggere il libro nella stanza a fianco a quella del direttore. E mi fece il nome del giornalista e gli ha dato un compenso di tre milioni”. Questo libro però, secondo Notarnicola, aveva “scopo di depistaggio”. Infine c’è un ultimo depistaggio, quando il 15 gennaio 1981 su un treno diretto a Milano da Taranto viene trovata una bomba dentro una valigetta con esplosivo simile a quello trovato alla stazione di Bologna con biglietti aerei riconducibili a stranieri. “Io la notizia la ebbi due giorni prima e come al solito nel mio ufficio ricevo una telefonata dal capo dell’ufficio del direttore il quale mi dice di andare all’aeroporto di Ciampino dove troverai il nostro direttore in arrivo dall’America. Dall’aereo scesero il nostro direttore Santovito, Francesco Pazienza e Michael Ledeen agente CIA che non agiva assieme agli altri. Santovito mi diede una busta e mi disse provvedi che è urgente, la aprì e trovai una informativa assurda che prevedeva un trasporto di esplosivi su treni italiani ma era così completa che non poteva averla scritta un informatore qualsiasi soltanto lo stragista poteva avere quei particolari”.
Quell’azione rientrava nell’operazione “Terrore nei treni” che sarebbe servita, a detta di Notarnicola, “per dare l’impressione al governo e all’opinione pubblica che la strage di Bologna fosse stata compiuta da stranieri”. Non è un caso, infatti, che come organizzatori della strage furono additati per un periodo di tempo da una certa linea narrativa i palestinesi dell’OLP. Una pista oggi praticamente caduta dalle ultime risultanze investigative della procura generale.


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Cade l’alibi del “diavolo”
Facendo un salto in avanti verso l’attualità, Paolo Bellini, oggi sul banco degli imputati a Bologna, se finora l’ex terrorista di Avanguardia Nazionale era stato salvato dalle indagini dei magistrati lo doveva a un alibi di ferro consegnatogli dall’ex moglie che lo vedeva situato a Rimini la mattina della strage. Precisamente alle 9.35. L'ex moglie aveva permesso di tenere un alibi a Bellini per più di 35 anni ma solo per paura. Un anno fa la donna, Maurizia Bonini, sentita come teste nel processo ai mandanti della Strage del 2 Agosto 1980 alla Corte d’Assise di Bologna ha però scoperchiato il vaso di pandora nel momento in cui le è stato mostrato in aula un filmato amatoriale girato con una Super 8 da un turista svizzero nella stazione qualche manciata di minuti prima dell’esplosione nel quale viene inquadrato un uomo avente fattezze simili a Paolo Bellini. “È mio marito, è Paolo. Si vede dalla fossetta nella parte bassa del viso, aveva i capelli più indietro, ma è lui”. ‘Report’ sul punto ha intervistato il figlio di Bellini, che senza remore descrive il padre come “il diavolo”. Il figlio di Bellini ha confessato che la madre “aveva timore di lui (Bellini, ndr) e della sua persona, gli chiese se aveva avuto a che fare con Bologna e credo che lui gli abbia detto ‘assolutamente io con Bologna non c’entro niente’”. “Se lo rivede nel video e lo riconosce e dice cavolo questo è lui, evidentemente le è cascato il mondo addosso”. Le dichiarazioni della donna squarciano il velo di copertura di Bellini permettendo alla procura generale di poterlo inquadrare, probabilmente, come quinto membro del commando stragista. Sarebbe un punto di svolta sensazionale che accompagnerebbe finalmente magistrati, avvocati e familiari delle vittime all’uscita del labirinto per raggiungere la verità sull’attentato più violento del nostro dopoguerra.

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