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In aula prosegue la ricostruzione del flusso di soldi per finanziare la strage

Al processo sulla strage di Bologna (imputati Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia) sono stati ricostruiti i passaggi di denaro per finanziare l’eccidio. Secondo gli investigatori - che hanno ricostruito i movimenti finanziari nell’udienza di ieri in aula - il flusso di denaro sarebbe partito il 22 agosto dal Banco Ambrosiano Andino di Roberto Calvi, per poi passare ai conti cifrati di Umberto Ortolani (braccio destro di Licio Gelli) e, da lui, direttamente a quelli dell’ex Venerabile. A sua volta il capo della Loggia P2 avrebbe tenuto per sé il milione anticipato e stornato 4 milioni verso Marco Ceruti (il suo factotum), poi destinati agli attentatori. La movimentazione dei capitali del famoso “Documento Bologna”, trovato nelle tasche di Gelli il giorno del arresto a Vienna, è stata ripercorsa passo passo dal capitano della Guardia di Finanza Cataldo Sgarangella, che ha parlato di spostamenti di denaro per un totale di 15 milioni. Cifre esorbitanti partite dal Banco e approdate a Ginevra e in Italia dopo una serie di schermature. Il primo milione di dollari venne consegnato in contanti poco prima della strage. Soldi che Licio Gelli (in foto) anticipò attingendo al suo patrimonio tra il 20 e 30 luglio 1980. Il saldo è poi arrivato il primo settembre successivo, col trasferimento di altri quattro milioni su conti cifrati svizzeri. Denaro, secondo i magistrati, servito a finanziare non solo la strage, ma anche una serie di operazioni di cornice all’attentato e di sostegno a una struttura occulta che ha gestito i depistaggi successivi.
Gli esperti delle Fiamme Gialle si sono concentrati, ad esempio, sugli 850 mila dollari andati a Federico Umberto D’Amato, ex capo dell’Ufficio Affari riservati del Viminale, e su altri 20 mila per il direttore del "Il Borghese" e parlamentare dell’Msi Mario Tedeschi, considerati coinvolti nella strage assieme a Gelli e Ortolani. Tutti e quattro indagati, ma non processabili perché deceduti. Su D’Amato in particolare è stata fatta la ricostruzione del patrimonio scoprendo che in quegli anni comprò una casa in Francia, nel centro di Parigi. Alla compagna dell’epoca poi D’Amato regalò addirittura Porsche e gioielli garantendole un tenore di vita fuori dal comune per un funzionario di Stato. Spulciando fra gli affari dell’ex “Maestro Venerabile” è spuntato anche il rapporto, più o meno diretto, con Giorgio Di Nunzio di cui in aula il figlio Roberto ha descritto una rete di relazioni incredibili. Di Nunzio sentiva tutti i giorni Umberto D’Amato, conosceva Francesco Pazienza ed era amico intimo di Tedeschi. E nel novero dei suoi contatti affiora il nome di Ernesto Diotallevi (Banda della Magliana), i cardinali Egidio Vagnozzi e Fiorenzo Angelini e quello di Aldo Semerari (considerato anello di congiunzione tra l’eversione nera e gli apparati dello Stato). Infine era in affari con Marco Ceruti, il factotum di Gelli, e legato ai capi del Sismi Pietro Santovito e Giuseppe Belmonte.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

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