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Domenico Vaccaro: “Angelo mi disse di avere paura perché aveva visto cose che era meglio non vedere”

Continuano le indagini sull’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso la sera del 5 settembre 2010 con nove colpi di pistola, quasi certamente, per impedirgli di rivelare quello che aveva scoperto sul traffico di droga presente ad Acciaroli e scoperto grazie alle attività di controllo affidate alla Polizia Municipale.

Grazie ad un articolo a firma di Vincenzo Iurillo per “Il Fatto Quotidiano”, emergono nuovi elementi attraverso le dichiarazioni rese da Salvatore Ridosso, il figlio del boss nonché collaboratore di giustizia Romolo Ridosso del clan di Scafati Loreto/Ridosso, durante un incontro avvenuto tra giugno e luglio del 2014 tra lo stesso Salvatore Ridosso e un tenente dei Carabinieri in servizio a Scalea.

Nel colloquio registrato di nascosto dal tenente, affiorano dettagli che, oltre ad essere confermati da Ridosso durante un incontro con gli inquirenti, finiranno anche con il coinvolgere tre esponenti dell’arma dei carabinieri: il colonnello Fabio Cagnazzo, il suo ex attendente Luigi Molaro e l’ex sottufficiale Lazzaro Cioffi, quest’ultimo recentemente condannato a 15 anni per collusioni con i narcotrafficanti di Caivano.

La ricostruzione dei fatti
Nel colloquio con il tenente, Salvatore Ridosso, oltre a descrivere il suo incontro con il brigadiere Lazzaro Cioffi, palesemente preoccupato per la prosecuzione delle indagini, spiega anche i motivi che hanno causato l’omicidio di Angelo Vassallo.

Secondo Ridosso, Vassallo era a conoscenza della droga proveniente da Secondigliano e imbarcata a Castellammare di Stabia in direzione del porto di Acciaroli prima di essere smistata tra Cilento e Calabria. Inoltre, sempre secondo le dichiarazioni rese da Ridosso, la regia del traffico di stupefacenti portava il nome del boss scafatese Raffaele Maurelli, originario di Castellammare, amico del brigadiere Cioffi e cugino di un membro del clan Amato, direttamente legato agli “scissionisti” di Scampia.

Ridosso sottolinea come, in un primo momento Maurelli avrebbe provato a corrompere inutilmente Vassallo poi, in un secondo momento, a ricattarlo tramite una notizia compromettente su sua figlia; in cambio, Maurelli chiedeva  la concessione di una parte della spiaggia per gestire al meglio il traffico di droga per conto del clan Aquino-Annunziata. Tuttavia, proprio il rifiuto di Vassallo accompagnato dall’intenzione di denunciare, avrebbe determinato la sua morte.

A questi particolari si aggiungono quelli relativi ai carabinieri coinvolti e alla relazione di Cagnazzo con la figlia di Vassallo (confermata successivamente dalla donna attraverso le telecamere nascoste de ‘Le Iene’, ndr). Inoltre, Salvatore Ridosso, descrive anche il sopralluogo avvenuto pochissimi giorni prima dell’omicidio ad Acciaroli. Secondo Ridosso, il motivo dell’ispezione avvenuta con la partecipazione di suo padre Romolo Ridosso e dell’imprenditore scafatese Giuseppe Cipriano che, ha sempre negato la sua partecipazione al sopralluogo, sarebbe alla base di un piano ordito dai veri assassini di Vassallo che volevano collocare suo padre ad Acciaroli nel tentativo di deviare su di lui l’attenzione degli inquirenti e depistare per questo le future indagini.

Vassallo conosceva il suo assassino?
Domenico Vaccaro
, ex vicesindaco di Lustro, un piccolo paesino in provincia di Salerno, ha raccolto alcune confidenze di Angelo Vassallo pochi giorni prima della sua morte e le ha consegnate ai pm tra dicembre e gennaio scorso.

Angelo mi disse di avere paura perché aveva visto e saputo cose che era meglio non vedere e non sapere - ha spiegato Vaccaro -. Per questo motivo tornava a casa sempre prima di mezzanotte, senza fare mai la stessa strada, senza dire a nessuno che strada faceva. ‘Dummì, chiunque incontro non mi fermo, nemmeno se è mio figlio’”.

Nonostante la sagace previdenza di Vassallo che conosceva i rischi che in quel momento stava correndo, la sera del 5 settembre del 2010 decide de fermarsi, tirare il freno a mano e abbassare il finestrino della sua auto per parlare evidentemente con il suo assassino; una dinamica confermata anche dalla totale assenza di segni di frenata sull’asfalto.

Elementi che molte volte hanno indotto Domenico Vaccaro a chiedersi: “Perché si fermò? Chi c’era per strada? Ha visto un amico, una persona fidata?”; e ancora: “Se avesse visto un estraneo, avrebbe tentato di passare, ci sarebbe stato un urto, un incidente”.

Vaccaro sottolinea le preoccupazioni che assalivano Vassallo anche attraverso un altro episodio avvenuto al sindaco di Pollica e, successivamente confidato allo stesso Vaccaro: “Una volta andai a un appuntamento con un politico che aveva sparato ad alcune persone (racconta Vassallo al suo amico Domenico Vaccaro, ndr) e prima di andarci informai mia moglie: se non torno sappi che sono andato lì. Io ci scherzavo - commenta Vaccaro -, ma lui mi rispose: ‘Dummì, nun ‘a piglià a fesseria, questa è brutta gente, che non guarda in faccia a nessuno’. E mi esternò i suoi timori: ‘m’appauro’ (ho paura, ndr)”.

Una paura che spinse Angelo Vassallo a tempestare di telefonate il pm Greco e a confidare a Domenico Vaccaro il nome di un politico locale, forse, immischiato nelle vicende criminali del territorio cilentano.

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