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Non c’è peggior miope di chi non vuol vedere. Ma i fatti stanno lì

I fatti stanno lì, dice il Dott. Di Matteo.
Anzi no, i fatti stanno lì, punto.
I fatti stanno lì, perché sono fatti e si dimostrano da soli, nella loro evidenza.
I fatti non sono teorie che devono essere sostenute e possono essere confutate.
I fatti sono fatti.
I Fatti, in questo caso, stanno nella deposizione del Generale Mori, uno degli imputati del processo sulla cosìddetta trattativa che, nel 1997, sentito come testimone al processo sulla strage di Via dei Georgofili a Firenze, raccontò, che dopo la strage di Capaci aveva contattato Vito Ciancimino chiedendogli: “Cosa è questo muro contro muro tra stato e mafia”, “cosa vogliono questi signori per far cessare le stragi”, “veda di capire cosa vogliono”.
E fu sempre lo stesso Generale Mori, a riferire che Ciancimino ebbe poi a dirgli: “Hanno accettato il dialogo”.
I fatti stanno nelle dichiarazioni di Totò Riina, quando, dopo essere stato cercato dallo Stato, disse: “Si sono fatti sotto, gli ho fatto un papello di richieste così” affermando poi, in altro contesto, che si sarebbe dovuto continuare con le stragi in maniera tale che si potesse ottenere di più.
E i fatti stanno nelle affermazioni, sempre dello stesso Riina quando disse: “Dobbiamo fare la guerra per poi fare la pace, al Governo dobbiamo vendergli i morti".
Era il momento, post 30 Gennaio 1992, in cui Riina si rese conto che i punti di riferimento che la Mafia aveva nelle istituzioni, non erano più in grado di rispettare i patti, rendendosi così necessario adottare una vera e propria “strategia della tensione mafiosa”, in maniera tale che nuovi referenti politico/istituzionali uscissero allo scoperto per cercare un contatto, per trattare con Cosa nostra.
E i fatti stanno anche lì, il 23 Gennaio 1994.
L’attentato progettato contro un pullman di carabinieri in servizio presso lo Stadio Olimpico di Roma fallì e, come successivamente riferito da Gaspare Spatuzza, non fu mai più replicato, come invece sarebbe stato logico o perlomeno presumibile.
Coloro che avrebbero dovuto nuovamente dare seguito all’attentato in altra data, ricevettero l’ordine di tornare a Palermo perché non si sarebbe fatto più niente.
Stava iniziando una nuova fase, con una nuova strategia, quella della sommersione, e con una presa di campo più importante dell’ala provenzaniana aperta a quel dialogo funzionale alla trattativa.
E allora, i fatti stanno anche nell’omicidio, non a caso definito “Omicidio di Stato”, di Luigi Ilardo che, con le sue dichiarazioni, aveva portato al covo di Provenzano perché potesse essere arrestato ma, “disposizioni superiori” non ne consentirono l’arresto, mentre Luigi Ilardo, tradito da quelli che vennero definiti “spifferi” che si sentivano nel palazzo di giustizia di Caltanisetta, venne ucciso qualche giorno prima che venisse formalizzato il suo status di collaboratore di giustizia e il relativo programma di protezione.


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Saverio Lodato e Nino Di Matteo © Paolo Bassani


La mancata perquisizione del covo di Riina, quale segnale di distensione nei confronti di quell’ala moderata di Provenzano, la sua stessa latitanza così come quella di Riina e Messina Denaro sono fatti che stanno lì.
Così come, dopo la condanna in primo grado di alcuni uomini delle istituzioni, tra cui lo stesso Generale Mori, le stesse sentenze assolutorie in appello e cassazione stanno lì a dimostrare l’esistenza di una trattativa Stato-Mafia con le loro motivazioni che parlano di “il fatto non costituisce reato e per non aver commesso il fatto”.
La trattativa c’è stata, è indubbio, ed i fatti stanno lì.
Ripetere sempre le stesse cose annoia, è vero, ma spesso “repetita iuvant” e, soprattutto, ciò si rende necessario quando ancora c’è qualcuno che cerca di screditare l’immagine di una persona, chiunque essa sia, (e in questo caso peraltro non parliamo di un chicchessia qualunque bensì di un Magistrato che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia, il Dott. Nino Di Matteo, e di Saverio Lodato storico e giornalista fine e profondo conoscitore di vicende di mafia) con affermazioni denigratorie e squalificanti, senza che siano avallate da fatti concreti, di fronte a un pubblico di giovani studenti che, oggi più che mai, hanno bisogno di certezze e non certo di chi instilli nelle loro teste dubbi e pregiudizi.
Le verità si basano sulle certezze e le certezze arrivano dalle verità.
Tutto il resto appartiene alla contrapposizione, spesso frutto di una prostituzione ideologica, utile solo a sostenere, a prescindere, un qualche teorema normalmente di estrazione e schieramento politici.
E allora è utile informare, offrire dati e elementi perché, non solo chi scrive, ma chi ascolta certe invettive sia in grado di capire quanto siano affidabili certe affermazioni.
Quanto sia affidabile l’affermazione, nuovamente espressa dal Prof. Visconti, nell’aula Livatino della facoltà di Scienze politiche a Palermo dove la Redazione cittadina di Repubblica ha svolto, in questi giorni, la sua riunione.
“Fino a quando nelle scuole si continueranno a invitare Saverio Lodato e Nino Di Matteo che dicono che lo Stato è marcio si dà un messaggio diverso alle nuove generazioni” ha ribadito il Professore Visconti, precisando, giusto per aggiungere un ulteriore pizzico di disvalore ad una affermazione di per sé inaccettabile, che non potranno andare “da soli”, forse, implicitamente pensando anche di potersi offrire come “professore di sostegno” per il giudice e il giornalista durante i loro incontri con gli studenti.
Ha però chiaramente dimenticato quanto gli scrissero studenti e studentesse in una lunga lettera a seguito dell’articolo da lui pubblicato sul Foglio nello scorso Luglio e nel quale sparava a zero sul magistrato e giornalista sopra citati.
Si dichiararono interdetti, nel sentire certe affermazioni, i giovani autori e sottoscrittori di quella lettera, definendo la storia della mafia, raccontata dal Prof. Visconti, fuorviante e antistorica avendo, molti di loro, letto sentenze e assistito fisicamente ai processi giudiziari. Gli fecero presente che “gli studenti conoscono la storia ma quella vera, scomoda e fastidiosa, non quella che viene propinata con concetti retorici e astratti di legalità” e, per questo motivo, vogliono ascoltare e confrontarsi con Magistrati come Nino Di Matteo e giornalisti come Saverio Lodato.


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Il professore Costantino Visconti, docente di diritto penale all'Università di Palermo © Paolo Bassani


E glielo hanno ripetuto durante l’incontro nell’aula Livatino altri giovani studenti e studentesse, chiaramente manifestando il loro dissenso nei confronti del Prof. Visconti, ritenendo le sue parole offensive nei confronti di tutti i martiri traditi e uccisi dalla parte collusa dello Stato, e nei confronti di tutti coloro che vengono isolati e delegittimati perché denunciano i rapporti politico mafiosi che ancora oggi esistono nel nostro Paese. Lo hanno ripetuto più volte, “non siamo tutti dalla stessa parte” quando quella parte è quella di uno Stato colluso e connivente con la Mafia
E allora, forse, a questi giovani, dai quali, in certi casi, abbiamo solo da imparare, si dovrebbe chiedere scusa, per il tentato inganno intellettuale che si è cercato di attuare nei loro confronti ma, soprattutto, per avere utilizzato il loro tramite per fare arrivare, in maniera inequivocabile, sostegno a chi sta portando avanti questa campagna denigratoria nei confronti del Dott. Di Matteo.
I giovani non possono essere considerati strumenti, sono i protagonisti del nostro presente e lo saranno del loro futuro.
Solo per questo meritano rispetto.
Di grande effetto poi il concetto espresso da Visconti, secondo il quale, il professore spera che un giorno i suoi nipoti possano dialogare con i nipoti di Riina che avranno finalmente troncato i legami col passato.
Lo auspichiamo tutti, convinti che i figli non debbano espiare le eventuali colpe dei padri e certi che questo sarebbe il più grande successo di quella rivoluzione culturale che dovrebbe permeare la nostra società, in parallelo con l’operato, su un altro piano, delle forze di polizia e della magistratura.
Ma, come immaginare realizzabile questo sogno, se non si insegna a questi giovani un metodo scientifico per arrivare alla conoscenza, piuttosto che un approccio capzioso, fazioso e mistificatore della realtà dei fatti.
Non c’è futuro, su questi presupposti, per i desiderata del Prof. Visconti e, allora, ribadiamo, chiediamogli scusa a questi giovani e soprattutto non meravigliamoci e non critichiamoli se, disillusi, si disinteressano alla vita sociale, alla politica e si allontanano da qualsiasi tipo di impegno civile.
O è forse questo che vogliamo, mentre facciamo finta di coinvolgerli.
Non ci vogliono congressi, dibattiti sondaggi e studi sociologici per capirlo.
Non prendiamoci, non prendiamoli in giro.
“Non si può parlare di una trattativa permanente” ha infine tenuto a precisare il Prof. Visconti ai giovani studenti di scienze politiche della Facoltà Livatino di Palermo.
Una affermazione che facciamo nostra, e sosterremmo volentieri ma, solo dopo che il capitolo della trattativa verrà chiuso, facendo chiarezza sulla latitanza trentennale di Matteo Messina Denaro, su quella di Riina e Provenzano e dopo aver fatto luce sui tanti misteri, sulle connivenze e collusioni di istituzioni dello Stato che hanno accompagnato, come gialli nel giallo, le attività mafiose, in Sicilia e oltre i confini locali e nazionali.
Diversamente, il voler chiudere così, sic et simpliciter, la vicenda della discussa ma indiscutibile trattativa, non potrebbe che essere letto come tentativo di far cadere l’oblio su questa vicenda, con una sorta di grazia generalizzata, che farebbe abbassare il sipario su quel palcoscenico dove mafia e quella parte di Stato marcio sono stati e continuano a essere protagonisti di un sodalizio criminoso che si è deciso di non voler scoprire.
Un colpo di spugna per pulire tutti.


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L'incontro tra studenti e studentesse con il professor Costantino Visconti © ACFB


Vorremmo poi che il Professor Visconti ci aiutasse a capire, ma soprattutto riuscisse a convincere, sia noi che i giovani studenti, come può la Commissione Parlamentare antimafia fare luce sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese quando, come ha avuto modo di evidenziare recentemente il Dott. Di Matteo, “nella ricerca della verità, questa Commissione ha intrapreso la strada della parcellizzazione, dell’atomizzazione, del non voler occuparsi della campagna stragista nel suo insieme, ma trattando solo la strage di Via d’Amelio, per quanto fatto gravissimo e emblematico”.
Se non si parcellizzasse ma si analizzasse con un più ampio respiro eventi e fatti di questi anni di sangue, troppi sarebbero gli scheletri che apparirebbero agli occhi degli inquirenti, troppe le responsabilità delle istituzioni e anche i non credenti sarebbero costretti a ricredersi in merito alla esistenza della trattativa Stato-Mafia.
E allora, quello adottato attualmente dalla Commissione Parlamentare risulta essere il modo migliore per dire di essersene occupati e poter affermare di aver politicamente fatto tutto senza aver fatto niente.
E, anche in questo caso, non ce ne vorrà il Professor Visconti, i fatti stanno lì.

In foto di copertina: il referente delle Agende Rosse, Giuseppe Galasso © Pietro Di Stefano

Dossier Processo Trattativa Stato-Mafia

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