La giornalista Rula Jebreal, che ha usato la vicenda del papà di Giorgia Meloni, rilanciata dai media spagnoli, come gancio al quale appendere la gruccia dell’antirazzismo, grande occasione perdette per stare zitta. Diciamolo subito e togliamoci il pensiero.
Andiamo avanti.
Quando nacque il fascismo, ma anche quando crollò venti anni dopo, Giorgia Meloni non era ancora nata.
Quando suo papà abbandonò lei e la sua intera famiglia (e su questo intendeva spigolare la Jebreal), Giorgia Meloni aveva appena un anno.
E ne aveva sette, quando il papà fu condannato, in Spagna, a nove anni di galera per narcotraffico. Oggi, Giorgia Meloni, è diventata la prima leader donna, nel mondo, che può essere definita, con buona approssimazione, una leader post fascista.
Il suo calendario è questo. Un calendario che avrebbe fatto rizzare i capelli persino a Frate Indovino.
Non nata al tempo del fascismo.
Un anno al tempo della tragedia familiare.
La prima a tagliare il traguardo in Italia di una (assai probabilmente) donna presidente del consiglio in Italia, e per di più con una “macchiolina nera in fronte”. Ora che è più grandicella.
Che vogliamo fare?
Se noi fossimo qualcuno, di un certo peso, di una certa autorità, magari anche salottiera, di un certo spessore cicisbeo - categoria che negli ultimi tempi sembra ingrossarsi a dismisura -, le faremmo intanto i complimenti, per la sua vittoria elettorale, senza se e senza ma. Magari con un pizzico di stizza.


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Qualche grande opinionista del pelo in quattro dovrebbe infatti saperci spiegare perché il centro sinistra, che non è secondo a nessuno quanto a magnificazione del ruolo della donna in politica, è costretto ad assistere al “fenomeno Meloni”, fecondato dal partito più di destra che ci sia. Ma tant’è. Sono molte le cose che dovrebbero spiegarci in queste ore gli opinionisti del pelo in quattro.
Quanto alla “macchiolina nera in fronte”, però, la Meloni, che la sa lunga invece nell’arte del non pagar dazio, farebbe bene a mettere in conto che non le sarà perdonata facilmente.
Sono tanti, in Fratelli d’Italia, ad aver calendari assai differenti dal suo.
E quando ci riferivamo all’arte del non pagar dazio, avevamo in mente le sue dichiarazioni, all’indomani dell'"assalto nero" alla Cgil di Landini, quando lei disse che ne andava cercando la “matrice”, perché - poverina - lei, da sola, non la vedeva, non la capiva.
Cioè: se lei pensa di vivacchiare sul tema fascismo antifascismo con cazzate già viste, tipo il distinguo dal 25 aprile, è destinata a portarsi dietro la "macchiolina" imbarazzante.
E alla sinistra, potrebbe persino capitare di rimpiangere Gianfranco Fini, sorpreso a piangere davanti al Muro del Pianto. Insomma: non basta dire già fatto, già detto, già dato. E già pianto.
Persino alla Garbatella non gradirebbero questo modo del non pagar dazio.
Ma tornando un attimo sulla vicenda familiare della Meloni.
L’Italia tracima, di suo, di veleni e palate di fango, figuratevi se un certo “giornalismo investigativo” (che non è il nostro ideale di giornalismo) dovesse persino specializzarsi nel ramo, andando a indagare su colpe e misfatti di avi e trisavoli. Atteniamoci a quello che c’è.
Che non è poco.

Foto © Imagoeconomica

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La rubrica di Saverio Lodato

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