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L'incontro tra Palamara e il vice presidente del CSM Ermini per fermare Di Matteo

22 gennaio 2019. A Parioli, quartiere storico della “Roma bene”, si riunisce a casa di Luca Palamara il gotha della magistratura per una cena top secret. A tavola si siederanno David Ermini (vice presidente del Csm), Federico Cafiero de Raho (capo della Direzione Nazionale Antimafia), Cosimo Ferri (ex Segretario generale di Magistratura Indipendente), Riccardo Fuzio (procuratore generale della Cassazione) e Cesare Sirignano (sostituto procuratore della Dna).
I commensali, come rivela Luca Palamara, l’ex uomo potente del Csm e dell’Anm al quotidiano La Verità, si confrontano a cena sui “problemi della magistratura, della necessità di un raccordo tra il Csm e la Dna” degli “assetti interni” a quest’ultima. E tra un bicchiere di Amarone (il vino preferito del padrone di casa) e un Mont Blanc, gli ospiti discutono anche del caso Nino Di Matteo, da poco entrato nel pool di magistrati della Dna che indaga sulle stragi di mafia. Dibattono “sulla sua presenza all’interno dell’ufficio”, su come gestirlo, cosa farne, lui che era scomodo a quello che era il “sistema” di cui Palamara (che quel giorno era già iscritto nella lista degli indagati della procura di Perugia per corruzione) ha parlato nel suo libro di recente uscita dal titolo “Il Sistema” (ed. Rizzoli). “Lo consideravamo una presenza diversa dalle altre”, confessa Palamara a La Verità. Un capitolo inedito dell’"affaire" Csm destinato a far discutere molto presto per via dei contenuti e dei personaggi coinvolti.


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Il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho


“Ieri sera abbiamo assestato un grande colpo”, dirà l’indomani Palamara a Ferri per chat (una delle migliaia intercettate e trascritte dagli inquirenti) rispondendo ai complimenti di quest’ultimo al voto di Ermini al Plenum per i magistrati segretari (incarico molto prestigioso al Csm, ndr).
Cosa si sono detti nei dettagli su Nino Di Matteo durante il convivio serale non è dato sapere. Sta di fatto che quattro mesi dopo la cena “riservatissima” il pm di punta del processo trattativa Stato-mafia viene clamorosamente espulso dal pool della Dna dal capo in persona della Dna Cafiero de Raho con l’accusa di aver interrotto il "rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia" impegnate nelle indagini sulle stragi a seguito di un’intervista rilasciata ad “Atlantide”. Un errore gravissimo, quello del procuratore de Raho sul quale (tardivamente) rimetterà mano reintegrandolo di recente con effetto immediato. Queste ultime rivelazioni dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara evidenziano ancora una volta come Nino Di Matteo rappresentava per quello che era l’organo di autogoverno dei giudici (non tutti per fortuna) e per una certa parte potente della magistratura una vera e propria anomalia di sistema. Un sistema che, a prescindere da eventuali rilevanze penali, possiamo definire eticamente “criminale” per aver indubbiamente tentato, talvolta riuscendoci, di ostacolare e delegittimare certi magistrati dalla schiena dritta che hanno rischiato la vita lottando contro la mafia e i sistemi criminali.


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Il sostituto procuratore della Dna, Cesare Sirignano


Ma adesso non scagionate B.
Dopo lo scandalo nomine, al centro del quale era finito Palamara, il Csm ha avviato, anche su impulso del presidente Sergio Mattarella, una lodevole azione di pulizia interna preoccupandosi di curare gravissime patologie come il correntismo e carrierismo. Una folata di vento nuovo che ha avuto inizio con l’elezione del procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Antonio D'Amato e del pm Nino Di Matteo, il quale ha ottenuto ben 1184 voti presentatosi come indipendente, a riprova della volontà, specie dei magistrati più giovani, di andare oltre alla logica dell'appartenenza. Se però da un lato la magistratura è stata capace di rinnovarsi fino a processare se stessa, lo stesso non si può dire della politica, che, piuttosto, ha astutamente approfittato, sulla scia delle rivelazioni di Palamara, di rendere nuovamente immacolati personaggi potenti, condannati per mafia e pregiudicati. E’ il caso di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, fondatori di Forza Italia: il primo ha finanziato Cosa nostra (lo dicono le sentenze) sia da imprenditore che da presidente del Consiglio, il secondo, invece, condannato in via definitiva per aver fatto da “garante dell'accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”. La politica, e in particolare la destra, sta vergognosamente tentando di strumentalizzare le rivelazioni di Palamara per scagionare in qualche modo l’ex Cavaliere e Dell’Utri. Un tentativo di riqualificazione mediatica e politica per restituire una verginità a questi personaggi. Un lavoro infame che difficilmente avrà esito alla luce del fatto che dalle confessioni e intercettazioni di Luca Palamara (che naturalmente dovranno passare al vaglio della magistratura) viene, di fatto, restituita giustizia ad alcuni di quei magistrati che hanno messo sotto processo Berlusconi Dell’Utri e gli altri colleghi di partito. Magistrati ferocemente aggrediti e delegittimati per aver toccato i nervi scoperti del “sistema” di cui Palamara era il perno.


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Il consigliere togato del Csm, Nino Di Matteo

Foto originali © Imagoeconomica

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