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La protesta artistica del movimento Our Voice a Palermo

Si è svolta lo scorso 12 ottobre l’azione dei giovani attivisti e artisti del Movimento Our Voice di fronte al negozio della Benetton di Palermo in difesa dei diritti del popolo Mapuche: il mezzo di denuncia è l’arte, con i suoi colori e le sue espressioni corporali. In effetti, il 12 ottobre non rappresenta una data qualsiasi per il continente americano. Durante questo giorno emblematico, da Nord a Sud il popolo insorge per ricordare e rivendicare la propria storia macchiata e cancellata dall’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492.

Tale evento lasciò un segno indelebile, per le centinaia di migliaia di esseri umani sterminati e usurpati dalle proprie terre a partire da quella data, sul cui sangue è cresciuto economicamente l’intero continente Europeo.

Famosa è la frase riportata da un cronista dell’epoca riguardante la più grande miniera d’argento del mondo, il “Cerro Rico” a Potosì, in Bolivia, che durante il 17esimo secolo, nel pieno dell’attività estrattiva coloniale, inghiottì le vite di oltre 8 milioni di indios. “Molti di loro, per passatempo, si ammazzavano con il veleno per non lavorare, gli altri uccidevano i propri figli per poi impiccarsi con le loro stesse mani, per risparmiare loro la vita delle miniere”, sono le parole riportate nelle testimonianze storiche. Gli indios hanno subito e subiscono (sintesi del dramma di tutta l’America Latina) la maledizione della loro stessa ricchezza.

Da qui nasce l’azione del Movimento Our Voice. Riportare verità e giustizia in quello che è stato e continua ad essere il più grande genocidio della storia moderna. È un ragazzo in questo caso a simboleggiare il popolo Mapuche (sparso fra l’Argentina e il Cile), legato con una corda e circondato da tantissimi vestiti firmati Benetton. A terra, un invito per tutta la popolazione: “Non comprate vestiti sporchi di sangue Mapuche. Benetton assassini”.


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Le azioni imperialiste e colonialiste dei paesi Europei e occidentali nei confronti del continente latino-americano non sono mai terminate e continuano tutt’oggi. Senza lo sfruttamento di quei territori e della popolazione indigena come forza lavoro, la prosperità, il lusso e la ricchezza economica dei paesi cosiddetti “sviluppati” cesserebbe di esistere. Ecco perché tutt’ora i governi occidentali mascherano le complicità politiche e criminali di banche e multinazionali, nella maggior parte dei casi sostenute e appoggiate militarmente ed economicamente dalla criminalità organizzata.

Una delle prime responsabili è la multinazionale italiana dei Benetton che dal 1991 è entrata in possesso di oltre 900.000 ettari nella regione argentina della Patagonia ad un prezzo irrisorio. I contratti per ottenere tali fette di territorio sono costati l’espropriazione e la dislocazione forzata del popolo Mapuche dalle proprie case, avvenuto per la prima volta con la “Conquista del Deserto”. Quest’ultima vicenda causò la morte di 100.000 persone. Una grave violazione di diritti umani, di natura razzista e coloniale. Ancora oggi i proprietari dei latifondi, non solo italiani ma anche di altri marchi internazionali, continuano attraverso repressioni e costrizioni a chiudere scuole locali, a creare di musei finalizzati alla disinformazione, a isolare le comunità autoctone e ad avvelenare i fiumi, fonte di vita primaria per tali popolazioni.

I Mapuche da oltre 30 anni conducono una lotta di resistenza nei confronti della famiglia Benetton. Gli scontri sono quotidiani, così come gli sfollamenti (spesso attuati con la forza), le detenzioni e talvolta le sparizioni, come è successo a molti attivisti. In effetti, una delle sparizioni più recenti è stata quella del giovane Santiago Maldonado scomparso nel 2017 durante una manifestazione di protesta Mapuche contro le attività del gruppo imprenditoriale trevigiano e poi riapparso morto sulla riva del fiume Chubut in Patagonia.

La denuncia dei giovani attivisti del Movimento è forte e chiara e ancora una volta la loro arte e la loro creatività hanno attirato l’attenzione di decine di passanti e di migliaia di persone sul web: “Chiediamo che questo 12 di ottobre non sia semplicemente un giorno di memoria, ma di azione concrete e di severi provvedimenti da parte degli organismi internazionali a “protezione dei diritti umani e di tutti i governi nazionali e non, a partire da quello Italiano, che per un conflitto di interessi, e, girandosi dall’altra parte, si rende complice del sangue che da 529 anni fuoriesce dalle ferite ancora aperte del continente latinoamericano”.

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