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L'Arabia Saudita ha utilizzato "incentivi e minacce" come parte di una campagna di lobbying per chiudere un'indagine delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse nel conflitto in Yemen. La risoluzione è stata bocciata con una maggioranza semplice di 21-18, con l'astensione di sette paesi. Nel 2020, la delibera è stata approvata con 22 voti favorevoli e 12 contrari, con l'astensione di 12 membri. La notizia è stata riportata dal quotidiano The Guardian il quale non ha voluto rivelare la fonte.
La strategia messa in atto dalla petrolmonarchia saudita è riuscita quando il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (HRC) ha votato a ottobre contro l'estensione dell'indagine indipendente sui crimini di guerra. Parlando con il Guardian, funzionari politici e fonti diplomatiche e attiviste hanno descritto una 'campagna furtiva' in cui i sauditi sembrano aver influenzato i funzionari per garantire il voto contrario all'estensione delle indagini.
In un caso, ad esempio, Riyadh avrebbe avvertito l'Indonesia - il paese musulmano più popoloso del mondo - che avrebbe creato ostacoli agli indonesiani per recarsi alla Mecca se i funzionari non avessero votato contro la risoluzione del 7 ottobre. In un altro caso invece la nazione africana del Togo ha annunciato al momento del voto che avrebbe aperto una nuova ambasciata a Riyadh, e che avrebbe ricevuto un sostegno finanziario dal Regno per sostenere le attività antiterrorismo.
Sia l'Indonesia che il Togo si erano astenuti dalla risoluzione sullo Yemen nel 2020. Quest'anno entrambi hanno votato contro la misura.
John Fisher, direttore di Human Rights Watch di Ginevra, ha dichiarato: “È stato un voto molto serrato. Comprendiamo che l'Arabia Saudita, i suoi alleati di coalizione e lo Yemen stavano lavorando ad alto livello per un po' di tempo per persuadere gli Stati attraverso un misto di minacce e incentivi, a sostenere le loro offerte per porre fine al mandato di questo meccanismo di monitoraggio internazionale".
La perdita del mandato - ha poi aggiunto - è un duro colpo per la responsabilità nello Yemen e per la credibilità del consiglio per i diritti umani nel suo insieme. Per un mandato che sia stato sconfitto da una parte in conflitto per nessun motivo diverso da quello di eludere il controllo per crimini internazionali è una farsa”.
"Dopo oltre 6 anni di guerra, la crisi in Yemen rimane la più grave emergenza umanitaria al mondo, con l’80% della popolazione bisognosa di assistenza umanitaria: oltre 24,3 milioni le persone colpite, di cui 12,4 milioni di bambini sotto i 18 anni, inclusi 3,6 milioni di sfollati, tra cui 2 milioni di minorenni". È quanto aveva riportato il 20 ottobre scorso l'UNICEF Italia nel suo sito. Non semplici numeri, ma vite in costante pericolo a causa dei conflitti bellici tutt'ora presenti nella regione, di politiche espansionistiche e coloniali condotte da oligarchie occidentali - e non solo - e, soprattutto, a causa dell'indifferenza generale. Numeri da capogiro quelli registrati dal Fondo delle nazioni Unite per l'infanzia: 12,4 milioni i bambini in condizioni di bisogno e 5,5 milioni quelli che necessitano istruzione.
Il quadro si fa ancora più drastico se viene presa in considerazione anche la devastazione causata dalla pandemia di COVID-19 la quale ha ulteriormente logorato il fragile sistema sanitario yemenita: "Ridurre l’esposizione al virus, la mortalità e assicurare la continuità dei servizi essenziali in condizioni di guerra risulta arduo, con la diffusione del virus molto probabilmente sottostimata", scrive l'UNICEF Italia.

Fonte: theguardian.com

Foto © Imagoeconomica

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